ARMENIA - L’eterno conflitto per il Giardino Nero della Montagna

In Armenia il mese di febbraio è coinciso con le elezioni presidenziali, con le quali una popolazione di meno di tre milioni di abitanti ha scelto il successore dell’uscente Robert Kocharyan, già al suo secondo mandato e quindi ormai ineleggibile, come previsto dalle norme del paese. L’ormai ex presidente, pertanto, ha prestato il proprio sostegno all’attuale primo ministro Serzh Sarksyan (nella foto) candidatosi alla più alta carica dello Stato in netta continuità politica e ideale con il predecessore. Come facilmente intuibile dagli evidenti segnali che emergevano dalla piccola repubblica caucasica, il risultato è stato favorevole a Serzh Sarksyan, leader del Partito Repubblicano e uomo di fiducia del presidente, con cui condivide non solo le origini, nel Karabakh. Con il 52% dei consensi, ha evitato persino il fastidio del ballottaggio.

Trascorsi ormai diciassette anni dall’indipendenza dalla madre Russia, questo giovane stato soffre ancora nel trovare una sua stabilità sia dal punto di vista nazionale quanto sulla scena internazionale. Sul fronte interno, non mancano i soliti problemi tipici di tutti gli ex stati satellite dell’Unione Sovietica e delle neodemocrazie nate dal post totalitarismo: ogni consultazione popolare è un indice della mancanza di una reale democratizzazione di alcune strutture burocratiche, le opposizioni, puntualmente, hanno contestato la regolarità del voto. L’ultima tornata elettorale non è stata esente da obiezioni ed il principale oppositore al presidente uscente, Levon Ter-Petrossian, che ha ottenuto il 22% dei voti, ha espresso dure critiche sullo svolgimento del suffragio. Oltre diecimila persone hanno sfilato per le strade di Yerevan, per contestare il risultato delle urne, scandendo slogan contro il primo ministro divenuto presidente e ponendo l’attenzione su presunti e diffusi brogli. Ma gli osservatori internazionali dell’Osce, presenti a centinaia, hanno sancito la regolarità del voto del 19 febbraio, affermando che «l’elezione è nel complesso conforme agli impegni internazionali, ma sono necessari ancora dei miglioramenti», consacrando, di fatto, Sarksyan presidente ma non risparmiando neppure dubbi.

La storia recente di questa repubblica è segnata da episodi complessi e di enorme importanza geopolitica, tali da far temere per gli equilibri nella già delicata area del Caucaso. Terra di combattenti e martiri, l’Armenia sin da prima della sua indipendenza avvenuta nel 21 settembre 1991, si è trovata al centro di un durissimo conflitto contro il vicino Azerbaijan per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, enclave armena in territorio azero, che ha condotto Yerevan e Baku ad una guerra che dal 1988 al 1994 ha causato più di 40.000 vittime. E che tutt’ora determina una situazione di stallo e turbolenza che potrebbe far precipitare i due contendenti in un nuovo e cruento conflitto. Il 74% degli abitanti della autoproclamatasi repubblica del Nagorno-Karabakh, stato riconosciuto solo da Yerevan, è di etnia armena e di fede cristiana e vede come una costante minaccia l’incalzare del governo di Baku che non riconoscendo l’indipendenza a questa piccola porzione di territorio la considera parte integrante del proprio stato. L’esigua minoranza azera ivi presente, musulmana e filo-turca, certamente guarda all’Azerbaijan come all’ultima e unica speranza per non essere definitivamente spinta tra le braccia armene. Di fatto il Giardino nero di montagna (questo il significato del nome Nagorno-Karabakh), è indipendente ed autonomo, ma il suo sguardo è comunque rivolto all’Armenia, da cui ottiene aiuto e sostentamento.

Gli interessi per questa striscia di terra turbolenta e ostile, sono numerosi e complessi. L’area del Caucaso è da sempre crocevia di destini geopolitici internazionali ed anche il recente passato ha visto le maggiori potenze mondiali osservare con prudenza i delicati equilibri raggiunti. Durante il conflitto armeno-azero, i turchi, gli iraniani, i mujaheddin afgani e gli islamici ceceni aiutarono gli azeri che però non riuscirono a sconfiggere le truppe armene che della regione del Nagorno-Karabakh sostenute e armate da Mosca riuscirono di fatto a controllare il territorio, portando a casa la vittoria. Gli Usa e l’Unione Europea sono rimasti silenti in questi anni, adottando una politica attendista che tradisce comunque interessi e strategie di cui Baku è il punto di partenza. Washington cerca un alleato forte nell’area, sia in funzione anti Iran sia per contrastare l’espansionismo di Mosca, tornata prepotentemente in una regione dove la sua influenza è ancora storicamente forte. L’Azerbaijan con le sue basi militari è utilizzabile come un ponte verso Teheran e come deterrente verso Mosca. L’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, fortemente sostenuto proprio dagli Usa, già rappresenta una chiara influenza nell’area con caratteristiche fortemente invasive sulla politica estera azera. Viceversa l’Armenia, pur tra mille contraddizioni ed ambiguità, guarda ancora al Cremlino in cui vede, se non più la Grande Madre come decenni orsono, comunque un fidato “compagno di area”, in grado di aiutarla. Russia ed Armenia svolgono da anni esercitazioni militari congiunte, Yerevan ospita sul proprio suolo truppe ed aerei di Mosca, fornendo così a Putin ancora una porzione di Caucaso. Alla luce di un simile scenario, che rischia di travolgere Baku il neo-presidente Serzh Sarksyan è atteso ad una prova impegnativa e già l’indirizzo della sua politica appare chiaro, laddove commentando l’indipendenza del Kosovo, ha affermato in una intervista alla Reuters, come «il Kosovo sia un esempio incoraggiante per il Nagorno-Karabakh».Certo, sono diciassette anni che questo esiguo lembo di terra si è autoproclamato indipendente, ma la comunità internazionale non lo ha mai riconosciuto. L’Azerbaijan non è la Serbia, e la sua posizione così strategicamente importante nella grande scacchiera del Caucaso, la mette al riparo dalla tentazione di ridisegnare qualche confine.

Maurizio Gentile
(6 marzo 2008)

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