L'UNIVERSO SCIITA - tra radicalismo e missione sociale
a cura di Roberto Coramusi

L’unità del mondo musulmano è minata da una ferita ideologico-fideistica incarnata dalla costola sciita. Rappresentando solo il 10% dei credenti in Allah, rispetto al restante 90% dei fedeli sunniti, i cugini sciiti hanno incarnato nei secoli una ribellione, una radicalità ed una preziosa diversità all’interno della galassia islamista. In Iran piuttosto che nel sud dell’Iraq o in Libano, milioni di credenti hanno difeso il loro culto ed una visione della religione e della società che, a dispetto di violenze e soprusi, ha portato lo sciismo ad essere una realtà fondamentale nella difficile coesione delle masse musulmane. Disilluso dalla filosofia panarabica, propugnata dalle ideologie nazionaliste egiziane e dai paesi del Golfo, il pensiero sciita si è rafforzato senza prescindere da un forte coinvolgimento degli strati più poveri della popolazione. Le monarchie arabe, lontane dalla gente, protette dagli eserciti perché farcite di potere più che di consenso, non hanno mai convinto il popolo sciita, storicamente scettico verso l’istituzionalizzazione di facciata del credo islamico. Ciò che le leadership sciite imputano ai governanti dell’ortodossia sunnita, i cui alfieri nella regione sono i membri, ritenuti corrotti, della famiglia Saud, è quello di non aver mai coinvolto le masse in un progetto sociale realmente condiviso, abusando del Corano per godere indisturbati del benessere derivante dalla produzione del petrolio. Il miracolo sciita si è realizzato nel 1979 quando l’ayatollah Khomeini, di ritorno dall’esilio parigino, ha guidato i suoi pasdaran alla costruzione di uno stato iraniano che per la prima volta nel mondo islamico unisse il popolo, l’elite religiosa ed il potere politico. L’opera moralizzatrice dello sciismo radicale si rivolgeva direttamente ai fedeli di Allah, incitandoli a sovvertire le gerarchie sociali appannaggio della dirigenza empia. Non è un caso che le idee rivoluzionarie che sconvolsero Teheran hanno attecchito nel terreno fertile sciita, cioè in quella parte dell’Umma dove il proselitismo wahhabita, finanziato dai “petrodollari” sauditi, non si era mai avventurato e con il quale non aveva alcun contatto perché ritenuto eretico.

CHI SONO GLI SCIITI
Il termine sciita viene dall’arabo shi’a, letteralmente setta o fazione, dal nome dato ai gruppi eterodossi che riunivano, dopo la morte del Profeta, i seguaci del genero ‘Alì. Alla successione di Maometto si scatenò una lotta cruenta che portò all’imposizione, da parte di quelli che poi verranno chiamati sunniti (cioè seguaci della sunna, la tradizione islamica basata sulla vita del Profeta), dell’autorità dei tre califfi che precedettero lo stesso ‘Alì. Dopo la sua morte, avvenuta nel 661, le sette sciite si impegnarono a sostenere vanamente le pretese dinastiche dei figli, anch’essi sacrificati come il padre alla causa politica e militare degli Omayyadi e degli Abbasidi. Con il tempo, le aspirazioni sciite si sono tramandate sottoforma di una serie di peculiarità religiose legate al rifiuto del califfato ed all’attesa di un imam, destinato a comparire alla fine dei tempi per ristabilire in nome di Allah l’ordine turbato con il torto subito dal genero del Profeta. Questa incrollabile fede nell’imam li ha esposti a numerose persecuzioni, destinate ben presto ad impersonificare la causa sciita con la figura del martirio. Quello stesso sacrificio che ha innalzato la figura di Husayn, secondogenito di ‘Alì e Fatima, figlia di Maometto, dopo la sua valorosa morte sul campo di battaglia. Si racconta infatti che Husayn morì con la spada in una mano ed il Corano nell’altra pronunciando una celebre frase: “Morire con dignità è meglio che vivere nell’umiliazione”. La vicenda del nipote del Profeta introdusse nell’etica sciita anche il dovere di opporsi al tiranno ed all’ingiustizia, non per interesse personale ma per il bene della collettività. L’universo sciita è costellato dalla presenza di tanti martiri, le cui tombe sono, più della Mecca, mete frequentatissime di pellegrinaggi. Sentirsi diversi, ostracizzati e ridicolizzati, ha portato i fedeli sciiti ad essere “comunità” molto prima, e sicuramente con più impatto nella storia del mondo, di quanto non abbiano saputo fare i sunniti.

Divisi in molte correnti contrapposte, gli sciiti controllarono anche politicamente diverse aree del mondo musulmano: in Egitto la dinastia sciita fatimide creò nel 969 un vasto regno durato fino al 1171; in Iran gli sciiti safawidi presero il potere agli inizi del 1500, diffondendo lo sciismo che ancora oggi è la religione dominante; nello Yemen si è diffusa la presenza degli zaiditi. La corrente principale è rappresentata dallo sciismo duodecimano, ossia quello vigente in Iran, che riconosce dodici imam legittimi, tutti discendenti di ‘Ali (l'ultimo imam, Muhammad al-Mahdi, non sarebbe morto, ma solo occultato nell'874 in attesa di tornare e guidare i fedeli alla vittoria). Alle correnti sciite più radicali appartengono i drusi del Libano; gli ismailiti, che riconoscono solo sette imam; gli ismailiti nizari (nel sec. XII, noti con il nome di assassini, controllavano la regione a sudovest del Caspio ed emigrarono poi in India), che riconoscono come loro capo l'Aga Khan. Anche dal punto di vista religioso la chiesa sciita si è sviluppata in totale autonomia rispetto all’altra parte del mondo islamico. All’anarchia verticistica sunnita, fatta eccezione per la riverenza riservata a coloro che sono comunemente ritenuti “saggi” delle materie coraniche, si è contrapposta una gerarchia ecclesiale più marcata. Nella dottrina sciita, centrale è la figura dell’imam dotato della isma, l'infallibilità e l’impeccabilità, e può essere riconosciuto a capo della comunità da un consesso di dottori in teologia, studiosi e religiosi, come accaduto nel caso di Khomeini. Quanto mai vasta è la letteratura teologica prodotta nei secoli dagli sciiti, che nell’erudizione hanno trovato un compenso ai continui insuccessi politici. I temi cruciali sono quelli della questione dell’imamato e dell’esegesi mistica del Corano, tralasciando volutamente quelle che sono le opere ed i detti di Maometto.

LA RIVOLUZIONE ISLAMICA IN IRAN
I cinquanta anni della dinastia Pahlavi che precedettero l’instaurazione della Repubblica Popolare prepararono involontariamente il terreno agli islamisti. La culla dello sciismo duodecimano, l’antica Persia, ripudiava la corruzione, la poca dignità e gli sfarzi della corte dello scià. Il paese, violentato da una modernizzazione “forzata” in nome dell’arricchimento di pochi, si rifugiò nella tradizione e nella religione. L’entusiasmo che animava le dimostrazioni contro il sovrano confluirono sotto l’insegna islamista quando nel gennaio 1978 venne pubblicato su un quotidiano della capitale un articolo ingiurioso verso Khomeini (nella foto), allora esiliato a Najaf. L’opposizione laica e religiosa si sollevò assieme e, dall’esilio, l’ayatollah guidò le rivolte che incendiarono Teheran e la città santa di Qom. Il futuro timoniere dell’Iran islamico ampliò i suoi discorsi teologici per cogliere consensi oltre la cerchia dei suoi discepoli. Il richiamo alla lotta contro la povertà ed alle istanze giustizialiste fecero da collante per la maggior parte della popolazione che aspettava fremente l’ora della deposizione di Reza Pahlavi. Che arrivò il 16 gennaio del 1979, preceduto circa un mese prima da una grande manifestazione di adesione al pensiero di Khomeini, nella quale centinaia di migliaia di iraniani, malgrado il coprifuoco, salirono per due giorni sulle terrazze delle abitazioni di Teheran facendo risuonare nella notte il grido “Allah Akbar” (“Allah è il più grande”). Quella iraniana è la più grande eccezione al problema riscontrato da tutti i movimenti politico-religiosi sunniti impegnati nelle battaglie per la moralizzazione delle nazioni islamiche. La mancanza di adesione popolare al progetto islamista e l’incapacità dei radicali di mobilitare il sostegno necessario a rovesciare i regimi in carica per instaurare la shari’a (legge islamica) non hanno rappresentato un ostacolo per i mullah sciiti. Tra il 1978 ed 1979, in Iran ha preso vita una vera rivoluzione islamica, che ha visto le masse dei diseredati assieme ai commercianti nella lotta per rovesciare lo scià. Per la prima volta l’Islam è divenuto il principale fattore d’identità politica, sociale e culturale per delle popolazioni sempre definite dalla nazionalità e dal benessere economico. Nei paesi sunniti invece non è avvenuto nulla di analogo dato che l’islamista Hassan al-Turabi è salito al potere in Sudan nel 1989 grazie ad un colpo di stato e, solo grazie all’appoggio militare pachistano, i talebani hanno conquistato Kabul nel 1996.

La vittoria di Khomeini a Teheran sconvolse il mondo musulmano perché incrinò la comune visione secolarizzata dell’Islam imposta dai sauditi dopo la creazione dell’Organizzazione della conferenza islamica nel 1969 e la vittoria del “petro-islam” con il rialzo dei prezzi del greggio nel 1973. La rivoluzione attirò da principio numerose simpatie proprio tra gli oppositori ai regimi autoritari musulmani, prima che la violenza repressiva degli stessi decimò le fila di questi simpatizzanti e prima che il regime degli ayatollah si macchiasse di crimini tali da offuscarne in parte l’immagine. Al grido di “né ovest, né est, rivoluzione islamica”, la neonata repubblica iniziò ad operare in maniera autonoma in campo internazionale per assecondare le sue mire espansionistiche. L’Iran passò in breve tempo dal “gendarme” del Golfo, come era inteso sotto il controllo dello scià, a pericolo numero uno per le democrazie occidentali. Gli Stati Uniti d’America, sobillando ed armando il tiranno Saddam Hussein, spinsero l’Iraq in una guerra sanguinosa con il vicino che destabilizzò l’intera aera. Durante questo conflitto, Khomeini continuò la sua opera di cambiamento nel pensiero islamico e sciita in particolare. L’isolamento nel quale era confinato il regime degli ayatollah costrinse Teheran ad usare, laddove le armi dell’esercito non potevano nulla, la sua stessa gente come potenziale bellico. E’ in questo periodo che viene coniata la mitizzazione della cosiddetta “operazione-martirio”, poi esportata nel resto dei paesi islamici con opportune differenze. Il militante sciita non era più l’indifeso, l’oppresso, l’umiliato come la storia della Umma l’aveva inteso, ma diveniva padrone di sé stesso soprattutto nella possibilità di togliersi la vita combattendo. L’attentato suicida entra prepotentemente nella storia della guerriglia e del terrorismo proprio negli ambienti sciiti rivoluzionari. Tale pratica era fino a quel momento sconosciuta anche nei movimenti estremisti sunniti, perché il suicidio era considerato un peccato contro Allah. Autoproclamatosi avanguardia dell’Islam, l’Iran è stato costretto dalla sua specificità religiosa e dalla percezione comune a molti stati, che lo identificano ancora oggi come espressione del nazionalismo persiano, a chiudere dentro i confini del “ghetto sciita” l’espansione della rivoluzione. L’eco della rivolta dei mostazafin (diseredati) è stato enorme e continua ad animare molte popolazioni, ma più in chiave terzomondista ed antimperialista che islamica. La scommessa futura del Consiglio dei Guardiani è riuscita a traghettare la Rivoluzione Islamica nel terzo millennio, concedendo aperture fondamentali per l’opinione pubblica iraniana.

L’IRAQ SCIITA
Lo sciismo iracheno è fortemente compenetrato dalla presenza sul suo territorio della maggioranza dei luoghi sacri della fede sciita. Il mausoleo dell’imam ‘Alì a Najaf ed il santuario che ricorda il martirio di Husayn a Kerbala sono oggetto di venerazione ancor più di quelli di La Mecca e Medina. La realtà sciita in Iraq ha vissuto, soprattutto negli anni della dittatura baathista di Saddam Hussein, momenti di oscurità e profondo dolore, tanto da impersonificare, attualizzandola, la condizione del martirio tipica dello sciismo. Tristemente famosa è stata la strage di cittadini sciiti perpetrata dall’ex rais iracheno con il complice disinteresse dell’amministrazione di Bush padre, all’epoca dell’operazione Desert Storm. La violenza con cui l’esercito e gli emissari di Saddam sterminarono decine di migliaia di persone non ha però piegato la volontà della popolazione sciita, che ha di nuovo imbracciato le armi, stavolta contro gli americani, per non cadere da un oppressore all’altro a conclusione della terza guerra del Golfo.

La storia degli sciiti in Iraq affonda le sue radici alla nascita dell’Islam con Maometto, ma non sarebbe divenuta strategicamente così importante se nell’Ottocento non fosse stato costruito un canale d’irrigazione che rese fertile la regione a sud di Baghdad. Il popolo sciita è oggi maggioranza nel paese perché numerose tribù arabe si spostarono nel sud dell’Iraq e si convertirono allo sciismo in concomitanza con l’inaugurazione del canale di Hindiyah. Ciò determina una grande differenza con il vicino Iran, anch’esso di maggioranza sciita ma abitato dai discendenti della stirpe persiana, quindi senza alcun legame con la razza araba. Professare la stessa fede della popolazione iraniana è costato molto agli sciiti iracheni in termini di veri e propri stermini perpetrati dal regime di Saddam durante la guerra con l’Iran. Numerose persone furono portate via dai loro villaggi, torturate ed uccise. Il solo pregare in una moschea sciita legittimava il sospetto della polizia segreta di essere un fiancheggiatore iraniano e per questo punibile con la morte. Anche dal punto di vista politico, le ambizioni della popolazione sciita hanno dovuto fare i conti con la presenza ingombrante degli ayatollah di Teheran, da sempre sostenitori della causa dei fratelli iracheni perché convinti che non esistono confini tra religione e politica di stato. La rivoluzione iraniana del 1979 ha spaventato i paesi arabi in primis, decisi a limitare l’effetto domino che allora si temeva potesse travolgere l’intera regione. Il timore che gli sciiti potessero creare in Iraq uno stato fondamentalista, sullo stampo di quello iraniano, spinse il presidente Bush senior a non sostenere le sommosse seguite alla liberazione del Kuwait da parte della coalizione guidata dagli statunitensi.

Gli sciiti hanno sognato a lungo di salire al potere in Iraq, un sogno svanito per la prima volta nel 1920, quando si unirono ai sunniti nel tentativo di allontanare l’occupante inglese. Con grande disappunto dei fedeli di ‘Alì, gli inglesi misero sul trono un monarca sunnita straniero, l’hascemita Faisal, condannando il popolo sciita a decenni di sottomissione. Sia la monarchia che il partito Baath, salito al potere nel 1968, emarginarono la maggioranza sciita dai posti di governo, proprio perché ne temevano la grande forza di coesione. Saddam Hussein si assicurò che non esistessero organizzazioni secolari, forzando così la crescita delle associazioni religiose islamiche che esprimessero una chiara identità sciita. Anche se in maggioranza arabi sunniti, i baathisti erano fermamente laici e non avevano fiducia nei “fanatici” sciiti. Negli anni settanta, il rais di Baghdad intensificò la repressione verso gli sciiti e ciò portò alla fondazione del partito al-Dawa (“la Chiamata”), il cui fine era quello di creare uno stato islamico in Iraq. A seguito della rivoluzione iraniana, l’appartenenza al partito divenne illegale e chi avesse aiutato un suo membro poteva essere incarcerato o giustiziato. Il rapporto della comunità sciita irachena con il vicino Iran è stato però molto controverso. Se la comunanza di ideali religiosi è da sempre il collante primario che unisce gli sciiti iracheni con quelli oltre confine, una visione più laica della vita e dell’attività politica, oltre ad una discendenza etnica diversa, sono le differenze che segnano tale relazione. La strada che gli sciiti iracheni vogliono perseguire è quella nazionalista, cercando di dar voce, in qualsiasi governo succederà al marasma del post-Saddam, alle istanze della propria popolazione. Stanchi di subire stanno rialzando la testa.

L’HEZBOLLAH LIBANESE
La tradizione politica sciita in Libano vide gli albori quando il malessere della gente, dovuto ad un inurbamento selvaggio, provocò l’emergere di numerosi movimenti islamisti negli anni settanta. In questo contesto, un prelato giunto dall’Iran, l’imam Mussa Sadr, fondò nel 1974 il Movimento dei diseredati (Harakat al Mahrumin), più conosciuto con il nome della sua milizia Amal (“speranza”). L’obiettivo era la promozione sociale dei giovani emarginati della comunità sciita, senza imboccare la via del radicalismo religioso. Amal fu all’origine di un cambiamento di mentalità decisivo per gli anni a venire. Alla passività, al culto del dolore ed ai pianti per i martiri sciiti, subentrò un movimento rivendicativo che iniziò a cambiare il senso del simbolismo religioso. Le battaglie contro le ingiustizie sociali portarono gli sciiti, fino ad allora emarginati, alla ribalta della politica libanese. Lo scoppio della rivoluzione khomeinista nel 1979 rinvigorì l’entusiasmo della popolazione sciita, anche se i dirigenti di Amal si affrettarono a rimarcare la loro indipendenza dagli eventi iraniani. Ma il seme fatto germogliare a Teheran non tardò molto ad attecchire anche in Libano. Con la scomparsa dell’imam Sadr, alla guida di Amal si insediarono dei giovani ecclesiastici che forzarono una scissione all’interno del movimento, tanto che il portavoce dell’organizzazione, Hassan el Mussaui, creò Amal islamica, di obbedienza khomeinista. Nel frattempo la Siria autorizzò i pasdaran iraniani a dislocarsi nella valle della Beeka, pur rimanendo sotto il suo controllo, e l’ambasciatore della Repubblica islamica a Damasco, l’ayatollah Mohtashemi, riunì i movimenti e la parte del clero che condividevano la stessa sensibilità politica fondando Hezbollah (“partito di Allah”).

Hezbollah è un partito-milizia nato nel 1982 in Libano per combattere l’occupante israeliano e per essere, nei progetti del generoso sostenitore iraniano, il primo esempio d’internazionalizzazione dell’ideologia khomeinista nel mondo. Reclutando attivisti sciiti, che rappresentavano quasi un terzo della popolazione del “paese dei cedri”, l’intelligence iraniana ha dato vita ad un’esperienza di lotta armata e di attivismo sociale che in campo mussulmano non ha precedenti. La Repubblica Islamica ha rifornito di armi e finanziamenti il “partito di Dio” sostenendolo politicamente nelle mille ricostruzioni del Libano, ancora oggi in balia degli interessi stranieri. Dal punto di vista militare, Hezbollah rappresenta un surrogato dell’esercito libanese, cacciato dal sud del Libano nel 1978 dagli israeliani con la creazione di una “zona di sicurezza” che di fatto legittimava l’invasione dei soldati con la stella di David. La riconquista dei territori libanesi è stata condotta dai miliziani di Hezbollah che, attraverso la resistenza armata, le incursioni missilistiche e gli attacchi suicidi, hanno imposto ad Israele nel 2000 il ritiro di Tsahal (esercito dello stato ebraico). Le operazioni-martirio, che da est si sono spostate al centro dell’area mediorientale, hanno costretto alla resa il gigante israeliano. Esse infatti lo hanno colpito nel suo punto debole: una società poco numerosa, prospera e sviluppata, dove la vita di ogni cittadino ha un suo valore specifico, si contrappone ad un ambiente arabo-musulmano densamente popolato, povero, in cui le prospettive di esistenza sembrano così misere che il sacrificio volontario diviene una scelta razionale e venerabile. A ciò si è affiancata negli anni la tattica del sequestro delle salme, che ha costretto Israele a scendere a patti con il “partito di Dio” nel tentativo di dare sepoltura a decine di corpi di soldati dati per dispersi.

Sul piano internazionale, Hezbollah ha messo a segno due colpi che ne hanno fatto un attore geopolitico di livello assoluto. A seguito dei massacri perpetrati dai miliziani cristiani, con la complicità israeliana, nei campi profughi di Sabra e Chatila a Beirut nel settembre 1982, fu inviata in Libano una Forza multinazionale composta da truppe americane, francesi ed italiane. Tale decisione fu percepita da Damasco e Teheran come un rafforzamento della presenza occidentale nel paese ed Hezbollah scagliò due violenti attacchi suicidi contro i contingenti stranieri nella capitale e contro quello israeliano a Tiro. La gravità delle perdite convinse le nazioni straniere a ritirare le truppe, lasciando campo libero ad un Hezbollah rafforzato che faceva proseliti tra la gioventù diseredata. Sotto il profilo sociale, il “partito di Dio” ha costruito una rete di sostentamento ai cittadini libanesi stremati dalla guerra civile, inaugurando ospedali, scuole, centri di accoglienza all’avanguardia e promovendo ingenti incentivi per l’agricoltura. Terreni ed edifici furono occupati e ridistribuiti nelle zone controllate dal partito, dove lo stato non aveva la forza di difendere i proprietari. In uno stato dove non è prevista alcuna forma di previdenza sociale, Hezbollah ha creato i presupposti per cui i cittadini del sud possono essere assistiti indipendentemente dalle loro possibilità economiche. Questo lavoro tra la gente comune è valso al “partito di Dio” una legittimazione politica decisiva, tanto da fargli ottenere anche alcuni seggi in Parlamento.

(ottobre 2004)