PALESTINA, ANNO ZERO - Nuove prospettive di pace in Terra Santa


INTRODUZIONE - di Marcoflavio Giagnoni

L’11 settembre ha dato inizio ad una nuova era per la storia del mondo. L’attacco al World Trade Center del 2001 oltre a mettere in crisi il rapporto tra Stati Uniti e Mondo arabo, ha instaurato uno strisciante clima di sospetto tra le due sponde dell’Atlantico, rafforzato dai tragici accadimenti dello scorso 7 luglio. Gli equilibri geopolitici del Vicino Oriente non sono mai stati tanto fluidi. In questo contesto assume una rilevanza sempre maggiore la questione palestinese, vero e proprio nodo gordiano del futuro assetto regionale. Sembra opinione condivisa che l’elezione di Abu Mazen alla presidenza dell’Anp rappresenti un’opportunità da sfruttare al meglio per riaprire il dialogo tra le parti in causa. Ritornano al centro del tavolo delle trattative tematiche quali il problema della sicurezza, la definizione di confini certi, lo status di Gerusalemme, il ritorno dei profughi e gli insediamenti colonici. Tenendo conto della recente costruzione del muro e del ritiro unilaterale dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza. Sullo sfondo un panorama internazionale reso ancora più intricato dall’esasperazione delle masse musulmane che vivono il perpetrarsi della guerra in Iraq come una riedizione del colonialismo operata per mezzo di eserciti inviati, in via ufficiale, per “esportare la democrazia”. La risposta militare statunitense all’attacco sferrato a New York e Washington ha avuto, com’era prevedibile, la conseguenza di far sentire l’Umma islamica umiliata e sotto scacco, ritenuta incapace di disfarsi autonomamente di regimi dispotici. L’Europa non viene ancora del tutto accomunata alla prepotenza bellica degli Stati Uniti. Qualora venisse raggiunto l’obiettivo della cosiddetta “voce unica”, Bruxelles potrebbe trasformare la sua credibilità in un’arma politica, laddove la Casa Bianca è tacciata di ambizioni neoimperialiste. Il contributo dei paesi dell’Unione Europea alla risoluzione del conflitto, se supportato da un adeguata strategia diplomatica, potrebbe risultare cruciale. La posta in gioco non comprende solamente il futuro della regione, ma potrebbe abbracciare quello dell’intero pianeta. Il buon esito dell’opera mediatrice dell’Europa contribuirebbe inoltre a sfatare la nefasta previsione, del sociologo Samuel P. Huntington, dello “scontro di civiltà” tra Occidente liberale ed Oriente islamico. Uno scontro le cui tragiche ripercussioni si ricollegano con eventi che toccano da vicino il cuore del Vecchio Continente, come le bombe di Madrid e Londra, nate da un disegno in cui la lotta asimmetrica ha preso il posto del combattimento convenzionale. Non più contrapposizione tra eserciti ma un manipolo di terroristi che vendica gli abusi perpetrati dalle truppe regolari, prendendo di mira non solo i punti nevralgici delle istituzioni ma anche cittadini inermi.

Secondo molti analisti, lo status quo che sta turbando gran parte del Mondo occidentale pone le sue radici proprio nei ripetuti massacri all’ordine del giorno nella Striscia di Gaza ed in Cisgiordania. Nel rapporto annuale pubblicato da Amnesty International, Israele viene accusata di numerosi “crimini di guerra” contro la popolazione musulmana, mentre sono definiti “crimini contro l’umanità” gli attentati palestinesi contro i civili di fede ebraica. È denunciata anche la disastrosa situazione economica dei Territori occupati, dove i due terzi della popolazione sopravvivono al di sotto della soglia di povertà, mentre il 50% è disoccupato. I numeri del conflitto parlano chiaro: dall’inizio della seconda Intifada (28 settembre 2000) i palestinesi che hanno trovato la morte sono più di 3.000 contro i 900 israeliani. Le vittime totali sono quasi 4.000 compresi i giornalisti e gli attivisti dei movimenti pacifisti internazionali, schiacciati dalle ruspe dall’esercito d’Israele durante le mobilitazioni dei gruppi di interposizione. 1.400 le case dei palestinesi abbattute, 18.000 i profughi. Nel Maggio 2004 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che denuncia Israele per l’uccisione di 53 palestinesi a Rafah e la demolizione di decine di abitazioni al confine tra Striscia di Gaza e l’Egitto: per la prima volta Washington non ha fatto valere il diritto di veto. Una scelta che non ha fermato la spirale di violenza. I gruppi islamici radicali sono tornati a colpire mettendo in azione i kamikaze. La strage al centro commerciale di Netanya è solo un assaggio di quello che potrebbe accadere se la situazione continuasse a precipitare. Abu Mazen si trova in evidente imbarazzo con i partner internazionali non essendo in grado di imporre ad Hamas e Jihad islamica la consegna delle armi pesanti in loro possesso. Ma anche Ariel Sharon non dorme sonni tranquilli dovendo fronteggiare contemporaneamente le proteste dei settlers di Gush Katif e l’insubordinazione di alcuni reparti dello Tzahal che si sono rifiutati di reprimere le proteste contro lo sgombero degli insediamenti. Gli Usa temporeggiano, come di fronte ad un film già visto, ma la gente comune ha bisogno di speranza. Che potrebbe giungere proprio dall’Europa.



CENNI STORICI SUL CONFLITTO - di Maurizio Gentile

Andare alla ricerca dell’origine del conflitto israelo-palestinese significa ripercorrere secoli di storia, vissuti all’insegna di conquiste ed invasioni che hanno bagnato di sangue il Vicino Oriente. Gli ebrei, sin dalla prima diaspora, hanno considerato Israele quale loro Terra Promessa, senza nascondere mai la volontà di fondare sulle rive del Giordano un proprio stato, ponendo fine a quella condizione di popolo errante che perdurava da quasi 2000 anni. Esigue comunità di fede ebraica hanno sempre continuato ad abitare in Palestina, convivendo pacificamente con le altre etnie autoctone. Alla fine dell’ottocento si verificarono due circostanze destinate a segnare in maniera profonda i decenni a seguire, gettando le basi di una un conflitto che dura tutt’oggi: la nascita del Movimento sionista ed crollo dell’impero Ottomano.

Nel 1896 Theodor Herzl, facendosi portavoce delle istanze millenaristiche della religione ebraica per il ritorno nella Terra Promessa, teorizzò quel sionismo politico poi divenuto il collante per la costruzione del cosiddetto Judenstaat. Negli stessi anni l’Impero Ottomano, cominciò a sgretolarsi sotto i colpi delle potenze occidentali. Gli Inglesi, che fino ad allora avevano promesso l’indipendenza a tutti gli stati arabi che avessero combattuto contro il potere della Sublime Porta, in forza dell’Accordo Sykes-Pycot occuparono militarmente la Palestina, in quel momento abitata da 574.000 musulmani, 5.000 cristiani e 55.000 ebrei. Nello stesso anno, con una dichiarazione ufficiale, il ministro degli esteri Balfour, affermò che “il Governo di Sua Maestà guarda con favore la costituzione in Palestina d'un focolare nazionale per il popolo ebraico e applicherà tutti i suoi sforzi per facilitare il raggiungimento di questo obiettivo”. Il dato era ormai tratto. Cominciò ad aumentare l’immigrazione di quanti, credendo fosse arrivato il momento previsto dalle Sacre Scritture, volevano prendere possesso di quella che per loro era la Terra Promessa. Una pretesa che costituì, sin dagli anni ’30, un motivo di grande tensione tra gli arabi del posto ed i nuovi arrivati. Si iniziò così a parlare di una divisione della Palestina in due stati, sotto il controllo britannico. Alla fine della seconda guerra mondiale il flusso migratorio è ormai inarrestabile: in dieci anni gli ebrei aumentano di 150.000 unità. La situazione comincia a diventare ingestibile da parte degli inglesi, vittime di una tragica serie di attentati da parte di formazioni ebraiche. Nel 1947 il Regno Unito, ormai fiaccato dagli attacchi e memore della promessa Balfour, annuncia il ritiro delle proprie truppe, sottoponendo la spinosa questione alle Nazioni Unite. Che decretano la nascita di due stati indipendenti, tenendo Gerusalemme sotto amministrazione internazionale. Il 14 maggio 1948 David Ben Gurion proclama la creazione dello Stato di Israele. Tale spartizione, salomonica solo in apparenza, fu vissuta come un’ingiustizia dalle popolazioni arabe, espropriate di terre che fino a quel momento erano in loro esclusivo possesso. Il giorno successivo Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania, contestando la soluzione imposta, attaccano Israele. Ma gli stati insorti avevano sottovalutato motivazioni, armamenti e capacità del neonato esercito nemico, che respinge gli attacchi conquistando territori ben al di fuori dai confini precedenti. Tra le conseguenze del conflitto, l’esodo di un milione di profughi arabi, un fattore decisivo nel consolidamento di un sentimento anti-ebraico. Lo Stato palestinese concepito sulla carta non vide pertanto la luce, ed Israele, in contrasto con la risoluzione del Palazzo di Vetro, senza spostare la sede del governo, trasferì formalmente la capitale da Tel Aviv a Gerusalemme. Gli anni ’50 iniziano sotto i peggiori auspici e nel 1956, in concomitanza con la decisione del presidente Nasser di nazionalizzare il canale di Suez, lo Tzahal attacca l’Egitto, occupando in tre giorni la penisola del Sinai mentre le forze speciali inglesi e francesi riprendevano il controllo sulla zona del canale. L’empasse fu sbloccata solo dall’intervento congiunto di Usa ed Urss che imposero, attraverso una decisione del Consiglio di Sicurezza, la cessazione delle ostilità ed il ritiro delle truppe straniere dai territori sotto la giurisdizione del Cairo. I palestinesi, impotenti di fronte alle capacità organizzative e militari israeliane, risposero nel 1964 con la creazione dell’Olp (Organizzazione liberazione Palestina): cinque anni dopo salirà al comando Yasser Arafat. Il 4 giugno 1967 Tel Aviv trovò il pretesto per far partire una nuova offensiva. Ad offrirglielo, il presidente egiziano Nasser, che decide di impedire alle navi che portano la bandiera con la Stella di David il transito nello stretto di Tiran, passaggio obbligato per raggiungere il porto israeliano di Eilath dal Mar Rosso. Questa volta Israele preferisce non perdere tempo prezioso nella ricerca di mediatori internazionali: il 5 giugno parte l’attacco aereo, il giorno successivo il Capo di Stato Maggiore israeliano Yitzhak Rabin guida le operazioni via terra. Che al termine di un brevissimo conflitto passato alla storia come “guerra dei sei giorni”, permettono ad Israele di annettere la penisola del Sinai, la striscia di Gaza, le alture del Golan e Gerusalemme Est. Diciannove anni dopo la sua proclamazione, lo stato di Israele aveva raddoppiato il suo territorio, permettendo al suo popolo di tornare a pregare sul Muro del Pianto. Gerusalemme Est venne annessa, completando il progetto del “focolare nazionale” tanto caro a Balfour, nonostante la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza avesse imposto il ritiro dai territori occupati nel giugno ‘67.

Da questo momento in poi, Israele ed i suoi cittadini finirono nel mirino di numerose organizzazioni terroristiche. Il 5 settembre 1972 durante le Olimpiadi di Monaco di Baviera vengono uccisi undici atleti da un commando di palestinesi. Il 6 ottobre dell’anno successivo, in concomitanza dei festeggiamenti per lo Yom Kippur le truppe egiziane e siriane sferrano congiuntamente un nuovo attacco. Ariel Sharon guida la controffensiva, che porterà l’esercito di Gerusalemme a pochi chilometri da Il Cairo, costringendo il colonnello Anwar al Sadat ad accettare il cessate il fuoco. Dalla seconda metà degli anni ’70 sino agli inizi degli ’80, la politica espansionista conosce una fase di stallo che permette il sorgere di uno spirito nazionale in Palestina. Non si parla più di panarabismo e la questione palestinese assume una propria connotazione individuale. L’Olp incrementa la sua lotta contro Israele rompendo i rapporti con l’alleato egiziano, in aperta contestazione con gli accordi di pace – a seguito dei quali la penisola del Sinai tornerà sotto la giurisdizione del Cairo – siglati a Camp David nel settembre ’78. Protagonisti dello storico vertice, i due capi di stato Sadat e Begin, sotto l’occhio vigile del collega statunitense Jimmy Carter.

Nel 1987 lo scoppio della prima Intifada, che conferma la leadership carismatica di Arafat. Pietre e fionde le uniche armi dei palestinesi, apparsi, per un curioso capovolgimento dei ruoli, i nuovi David contro il gigante Golia, incarnato dai carri armati israeliani. L’anno successivo viene proclamato lo Stato indipendente della Palestina: Israele è riconosciuto ufficialmente dall’Olp che diventa l’interlocutore privilegiato sul tavolo delle trattative. Sono i giorni in cui Arafat depone il fucile per prendere in mano un ramoscello d’ulivo, come annunciato anni prima in un celebre discorso al Palazzo di Vetro. Non tutto il mondo arabo si trova d’accordo con la ripresa dei colloqui di pace ed i riconoscimenti bilaterali: gli attacchi continueranno a colpire le popolazione civili di entrambe le parti. Nel 1993 ad Oslo, viene compiuto un passo che varrà ai due acerrimi nemici il Nobel per la pace: Rabin ed Arafat pongono di comune accordo le basi per realizzare obiettivi a lunga scadenza, tra cui il ritiro dell’esercito israeliano da Cisgiordania e Striscia di Gaza, ed il diritto all’autodeterminazione in questi due territori. Due anni dopo si rincontreranno a Taba, in Egitto, per concludere la storica intesa che sancisce il ritiro delle forze di occupazione dal West Bank: l’accordo verrà formalizzato a Washington, alla presenza di Bill Clinton. Ma il processo di pace viene fermato dall’ennesimo fatto di sangue: la sera del 4 novembre 1995 Ygal Amir, un fanatico ortodosso, uccide “per ordine di Dio” il presidente israeliano Yitzhak Rabin, reo di essere sceso a patti con la fazione opposta. Il cammino dei negoziati torna in salita, con numerosi passi indietro: la passeggiata sulla spianata delle Moschee di Sharon nel settembre 2000, che segna l’inizio della seconda Intifada, e la costruzione, violando i confini faticosamente stabiliti, del muro di separazione. Il nuovo millennio non è certo cominciato sotto i migliori auspici, ma la morte di Arafat – nel del 2004 – ha aperto nuovi scenari che, se avranno come protagonisti ragionevolezza e buon senso, potrebbero portare ad una pace duratura.



LA TERRA CONTESA - di Gabriele Natalizia

I colloqui del 21 giugno tra il presidente dell’Anp Abu Mazen e il premier israeliano Ariel Sharon potevano segnare un momento storico per il conflitto che da più di mezzo secolo insanguina la Terra Santa. Di certo hanno sancito il definitivo riconoscimento tra le parti in causa che, per la prima volta, non si sono incontrate nell’ambito di una cornice neutrale, ma nel cuore per eccellenza della contesa: la residenza ufficiale del capo del Likud a Gerusalemme Ovest. Alla grande portata simbolica dell’avvenimento non hanno fatto riscontro fatti concreti. Anzi, tra le due delegazioni ha regnato il gelo. Sharon ha tentato di imporre le sue posizioni senza lasciare alcun margine alla trattativa, con la pretesa di ottenere l’approvazione incondizionata dell’interlocutore arabo ai suoi progetti. L’erede di Yasser Arafat, dal canto suo, ha dimostrato per l’ennesima volta tutta la sua impotenza nel controllo dei gruppi islamici radicali, che hanno turbato la vigilia dell’incontro con una serie di attentati. Unico risultato ottenuto: il ritiro delle truppe dell’Idf da Betlemme e Kalkilya. Lo sgombero della colonia di Gush Katif dalla Striscia di Gaza avverrà secondo le scadenze e i modi prestabiliti dal governo israeliano. Si tratta dell’ultimo di una lunga serie di episodi che incrinano le speranze di quanti avevano intravisto nell’ascesa di Mahmoud Abbas alla Muqata un possibile momento di svolta. Ma già il rinvio a data da destinarsi delle elezioni parlamentari, previste inizialmente per il 17 luglio, aveva fatto intendere che i tempi non erano maturi né per la ripresa del dialogo con la controparte israeliana, né tanto meno con l’opposizione interna. Ufficialmente la ratio del provvedimento va ricercata nella necessità di risolvere la diatriba sulla riforma elettorale. In via ufficiosa si sospetta sia stato dettato dal timore di una affermazione di Hamas che, per bocca del suo portavoce Sami Abu Zuhri, si è espressa in termini molto duri: “Consideriamo questa decisione una violazione di tutti gli accordi presi in precedenza. Rischia di provocare il caos offrendo un’impressione negativa della nostra nazione”.

Gli eredi dello sceicco Yassin continuano a condurre una strategia che segue tre direttrici parallele solo in apparenza: una politica, l’altra militare, l’ultima sociale. Hanno intuito l’importanza del controllo diretto del potere anche all’interno di uno stato che abbia rinunciato alla lotta senza quartiere con Israele. Dopo aver boicottato il voto di gennaio, il Movimento della resistenza islamica si è presentato alle consultazioni per gli enti locali facendo registrare in molti casi percentuali di consenso maggiori rispetto a quelle ottenute da Fatah. Puntano però a guadagnare consensi tra quella fetta di popolazione che non accetta in Palestina l’esistenza di un altro stato che non sia la repubblica islamica. In questo senso l’azione militare permette ad Hamas di ammantarsi di una integrità morale che fa difetto ai dirigenti dell’Anp, troppo disponibili al compromesso con il nemico. Nonostante ciò, lontano dall’attenzione dei media, sono stati intavolati a più riprese negoziati con il Mossad e la Cia in seguito alla richiesta dell’interruzione degli attacchi dei suhada (martiri). Non meno importante è la creazione di un sistema di welfare che sopperisce alle gravi carenze delle strutture sanitarie e scolastiche istituzionali. Le attività dell’organizzazione abbracciano quindi un campo tanto vasto che risulta difficoltoso tratteggiare una linea di confine tra azione legale ed illegale, troppo spesso complementari l’una all’altra. Al Fatah, al contrario, si è fatta portabandiera di quel riformismo gradualista che spesso viene abbracciato da chi ha sulle spalle il peso di una lunga esperienza di lotta armata. Ottenere il riconoscimento da parte del governo di Tel Aviv dello Stato di Palestina senza rinunciare al “diritto di ritorno” per i quasi quattro milioni di profughi, sono le uniche condizioni considerate irrinunciabili. Tutto il resto può essere oggetto di discussione. La parola d’ordine è “trattare”. Abu Mazen probabilmente avrà in mano un’occasione irripetibile. La permanenza sulla scena di Abu Ammar ha costituito, a causa del suo rifiuto degli accordi di Camp David, una sorta di alibi per Israele, che si è ostinato a declinare ogni invito ad un nuovo tavolo di pace. Viene meno l’assioma “Arafat uguale terrorismo uguale Bin Laden”, sbandierato dai servizi segreti di Tel Aviv per giustificare una lunga serie di arresti arbitrari e la campagna di omicidi mirati. Al cospetto di un nuovo presidente questa accusa non viene più supportata da nessuna prova concreta. Le colpe dei padri non possono ricadere sui figli. Tuttavia la maggiore debolezza della politica araba resta l’assenza di una condotta univoca. Secondo quanto sostiene Salvatore Santangelo nel suo Frammenti di un mondo globale, “lo scontro in atto non è lineare: non vi sono netti schieramenti in campo e, soprattutto tra i palestinesi, c’è una frammentazione tale da rendere di difficile individuazione la catena di comando e, conseguentemente, quella delle responsabilità”.

Il dibattito ripartirà dai quattro punti cardinali della Road Map, coinvolgendo più direttamente le parti in causa. La stagione dell’unilateralismo inaugurata da Sharon, per quanto rappresenti un momento di svolta rispetto al problema dei coloni, non sembra destinata a concludersi nonostante le numerose contraddizioni che l’affliggono. Non è un caso che i “falchi” del Likud e gli ebrei ortodossi abbiano cercato di boicottare congiuntamente un provvedimento decisivo, per quanto parziale, messo in salvo solo dall’inedita collaborazione alla Knesset tra il capo dell’esecutivo conservatore ed il partito laburista. Il ritiro forzato dei coloni dalla Striscia di Gaza potrebbe tornare utile nel medio termine. Non è improbabile che la rinuncia al progetto della Grande Israele sia funzionale al rilancio di quello della Grande Gerusalemme. Unendo la parte occidentale della città santa alle tre religioni monoteistiche con Ma’ale Adumim, un’area di 1.300 ettari dove a breve sorgeranno 3.500 unità abitative destinate alla popolazione israeliana, la West Bank risulterebbe quasi tagliata a metà. La futura capitale palestinese si troverebbe accerchiata su tre lati, priva di vie di comunicazione dirette con la parte settentrionale dello Stato. La strada della pace rimane tuttavia intralciata da un’altro ingombrante problema, quello che Israele definisce la “barriera di sicurezza”. Un muro fortificato alto circa il doppio di quello di Berlino con torri di guardia ogni trecento metri che, una volta portato a termine, dovrebbe raggiungere i mille chilometri di lunghezza. Obiettivo dell’opera: frenare gli attentati suicidi dei kamikaze. Il risultato è stato ottenuto, grazie anche ad una capillare attività di intelligence. Le autorità di Tel Aviv si rifiutano di rivelarne il reale perimetro che, almeno sulla carta, dovrebbe ricalcare la Green Line (l’ipotetico confine tra i due stati tracciato nel 1949). Il progetto subisce però continue modifiche, apportate per rinchiudere in un territorio sempre più piccolo il maggior numero di palestinesi possibile. In questo senso il muro assolve inoltre la funzione di porre un argine alla massiccia immigrazione all’interno dei confini di Israele, che rischia di far ridisegnare la geografia umana del paese. Gerusalemme è in procinto di diventare, suo malgrado, la capitale di una nazione in cui gli arabi saranno, in un futuro neanche tanto prossimo, l’etnia di maggioranza. Circondando le aree più densamente popolate della Cisgiordania, rinchiuse in una sorta di bantustan, e concedendo visti limitati a ragioni di lavoro, si spera di frenare l’assalto all’Eldorado vicino-orientale da parte di una massa di diseredati. I palestinesi vivono infatti con uno stipendio medio inferiore di circa trenta volte rispetto a quello percepito da un israeliano. La povertà a Gaza ed in Cisgiordania è in continuo aumento e la disoccupazione, che sfiora punte del 70% nelle aree più depresse, priva intere famiglie dei principali beni di sussistenza. Il 60% dei palestinesi vive sotto la soglia di povertà, mentre un 25% vive in condizioni di disagio estremo. La costruzione del muro, unita all’ampliamento dell’area di controllo circostante, ha reso necessaria la confisca di circa il 40% dei territori attribuiti alla Palestina prima del 1967, alterando la fisionomia della zona e limitandone lo sfruttamento della maggiore fonte di reddito: la produzione dell’olio d’oliva. La decennale occupazione ha causato un preoccupante regresso economico, dove restrizioni di ogni genere consentono una produzione rivolta esclusivamente al mercato interno. La risoluzione del caso non si trova semplicemente nell’abbattimento fisico del muro, ma nel superamento quel profondo cleavage culturale che divide i due popoli. Mezzo secolo di sangue, odio e pregiudizi reciproci sono molto più resistenti del cemento armato.

La complessità della situazione offre all’Unione Europea una possibilità irripetibile. Presentarsi a fianco degli Usa come garante di un processo di pace che segnerà un’epoca. Il secondo governo Bush è troppo screditato agli occhi dei palestinesi per giocare da solo questa partita. L’ostinazione con cui John Negroponte, ex-ambasciatore americano presso le Nazioni Unite ed ora nuovo “zar” dell’intelligence, ha bloccato per anni con il suo veto qualsiasi risoluzione di condanna nei confronti di Israele è un ricordo che brucia ancora. L’avvicendamento a Foggy Bottom tra la colomba Colin Powell ed il la “lady di ferro” Condoleezza Rice, rischia di far perdere a Washington quel tradizionale appeal che la rendeva luogo d’incontro per antonomasia nella risoluzione dei conflitti più spinosi. Nessun accordo verrà raggiunto senza l’appoggio della Casa Bianca, ma per la prima volta questo costituirà una condizione necessaria ma non sufficiente per il buon esito delle trattative. La sua collocazione geografica impone alla Ue di occupare una posizione di alto profilo nella controversia. Nel Vicino Oriente affonda le radici quella enorme fetta della nostra cultura che va dai poemi omerici alla genesi del cristianesimo, passando per l’epopea di Alessandro Magno e gli splendori dell’Impero romano. Al tempo stesso questo turbolento “vicino di casa” è anche un potenziale partner commerciale, un mercato di esportazione per beni lavorati e di importazione per le materie prime. Un’Europa che pensa in grande non può dipendere per il suo fabbisogno energetico da regimi ostili, né si può permettere di trascurare i propri confini orientali abbandonandoli in uno stato di guerra latente. Parlare di democrazia e diritti sembra paradossale per un popolo che vive in un regime di segregazione razziale paragonabile solo a quello dei neri nel Sudafrica dell’apartheid. Ma anche dall’altra parte della barricata immaginare un’esistenza su cui non penda la spada di Damocle degli attentati né quella della periodica chiamata alle armi, appare oggi una pura utopia. La metabolizzazione delle regole democratiche e la formazione di una memoria condivisa favorirebbero la nascita di un clima di dialogo, rendendo possibile il tranquillo scorrere di tante vite libere sia dai check-point che dal terrore. Al contrario, qualora trionfi la logica della contrapposizione tra due “verità assolute”, ci troveremo dinanzi alla vittoria del mito sull’ordine diacronico. E quando avviene la morte della cultura, è inevitabile cadere nella cultura della morte.



IL RUOLO DI WASHINGTON - di Alessandro Tirocchi

L’inizio del 2005 si è aperto con un cambiamento radicale per l’universo israelo-palestinese: la successione di Yasser Arafat. Dopo 4 mesi dall'elezione del nuovo presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen, è evidente che passi decisivi verso la definizione di un reale ed equo piano di pace siano ancora lontani dall'essere compiuti, come evidenzia la reale portata delle scelte del Primo Ministro israeliano Ariel Sharon, appoggiate, direttamente o indirettamente, dal governo americano. Per il popolo palestinese nulla sembra essere realmente cambiato finora. Non si è allentato il clima di tensione e di repressione che si respira ai check point, mentre il diritto ad accedere alla spianata delle moschee il venerdì, giorno di preghiera, continua ad essere negato alla maggior parte dei musulmani. Il muro di separazione e la costruzione di nuovi insediamenti ebraici nella West Bank continua, anche dopo la nuova risoluzione approvata in seno alla Commissione Diritti Umani delle Nazioni, che denunciava le attività illegali commesse nei Territori. Le discrepanze tra le posizioni e gli impegni ufficiali e la realtà della vita quotidiana sono state ulteriormente accentuate dalla recente decisione della Corte Suprema israeliana presieduta da Aharon Barak: “Le aree di Giudea, Samaria e Gaza sono terre conquistate durante una guerra e non fanno parte di Israele”. Una sentenza importante, anche se attesa, che ribadisce come il governo di Tel Aviv non possa avanzare pretese su Cisgiordania e Gaza, rigettando di conseguenza le dodici petizioni presentate dai coloni per fermare il disimpegno dalla Striscia. Voto granitico quello degli undici giudici della Corte: dieci voti a favore ed uno solo contrario per stabilire che l’evacuazione non lede i diritti umani dei coloni che dovranno andarsene da Gush Katif e dagli altri insediamenti. Alcuni movimenti ortodossi sono arrivati ad insinuare che questa decisione sia figlia di giudici vicini a posizioni filo palestinesi. Il popolo degli insediamenti di Gaza e della Cisgiordania, circa ottomila persone, comincia a mostrare il proprio disappunto verso il disimpegno che il governo di Ariel Sharon ha confermato per la metà del prossimo agosto. La questione del consenso sta diventando un problema reale tanto da portare lo stesso Sharon ad intervenire per tentare di compattare le fila dell’opinione pubblica e del suo schieramento: Benjamin Netanyahu, non proprio in linea con le sue, potrebbe esprimere palesemente il proprio dissenso. Intanto i partiti religiosi di destra ed i ribelli del Likud sono già usciti dall’esecutivo. Inoltre non va sottovalutata la necessità, da parte del governo israeliano, di avere appoggio dell’Autorità Nazionale palestinese, per evitare una escalation di tensione nella fase logistica del disimpegno. Lo stesso Hamas non può essere escluso da una fase così delicata, tanto che il ministro della Difesa Shaul Mofaz e quello degli Interni palestinese Nasser Youssef si sono incontrati per avviare il coordinamento. In questo gioco di equilibri, dobbiamo considerare la visita di Mahmoud Abbas a Gaza, per incontrare i leader dei più importanti movimenti islamisti palestinesi e tentare di appianare lo scontro suscitato dal rinvio delle elezioni politiche, previste per il 17 luglio. Rimandate a data da destinarsi, non si terranno prima di novembre, ed in ogni caso dopo il congresso di Fatah.

Nel frattempo, è cambiata la linea di condotta della Casa Bianca. Dopo aver rifiutato per cinque anni di ricevere Yasser Arafat, ritenuto compromesso con il terrorismo, George W. Bush ha incontrato Abu Mazen, tentando di far valere la propria influenza nel percorso della Road Map destinata a realizzare uno “Stato di Palestina in pace e sicurezza a fianco di Israele”. Dopo il confronto con il nuovo capo dell’Anp, il presidente americano si è rivolto ad Ariel Sharon affermando che la barriera in Cisgiordania “deve essere di sicurezza e non politica. Lo status finale deve essere raggiunto fra le due parti ed i cambiamenti della linea armistiziale del 1949 devono essere concordati”. Messaggio chiaro: il Muro dovrà garantire la sicurezza di Israele, che però non potrà deciderne unilateralmente il tracciato, invadendo i confini di quello che sarà il futuro Stato di Palestina. Bush ha anche chiesto al capo del Likud di rimuovere gli insediamenti illegali nei Territori e di porre fine all'espansione di quelli esistenti, per non pregiudicare lo status finale dei negoziati a Gaza, in Cisgiordania e Gerusalemme: dopo i negoziati ci dovranno essere continuità territoriale fra le aree palestinesi in Cisgiordania e collegamenti fra le due parti del paese. Una presa di posizione che vorrebbe porre le premesse per il negoziato finale, facendo capire a Sharon che il sostegno Usa al disimpegno da Gaza sarà seguito da un crescente impegno diplomatico per affrontare gli altri nodi della questione. Ma il presidente degli Stati Uniti si è rivolto anche ad Abu Mazen: “Non si può avere una democrazia senza uno Stato di Diritto, in presenza di bande armate che usano la violenza per ottenere i propri scopi”. Parole forti, seguite dalla richiesta che l'Anp rispetti gli impegni della Road Map riguardo al disarmo ed allo scioglimento delle milizie, a cominciare da quelle di Hamas, definita “un’organizzazione terroristica”. Una richiesta posta come conditio sine qua non per confermare la fiducia nell’erede di Arafat. Il leader palestinese ha confermato che, tra gli impegni primari, ci sono le riforme democratiche, la lotta al terrorismo e la pace con Israele, senza perdere l’occasione per sottolineare però, come la democrazia si realizzi con la libertà, ribadendo le difficoltà del disarmo delle frange radicali finché non si registrino cambiamenti nello status quo. La posizione di Gerusalemme, la sorte di tutti gli insediamenti, il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi del 1948, l’accesso alle fonti idriche e la liberazione dei prigionieri: queste le richieste rivolte a Sharon. Per la ricostruzione dell'Anp, Abu Mazen è riuscito ad ottenere dal governo di Washington 50 dei 300 milioni di dollari richiesti. Questo aiuto economico suona come la conferma della strategia americana di monitorare da vicino l'elargizione dei fondi per evitare di ripetere gli errori commessi dall'amministrazione di Bill Clinton ai tempi di Arafat, quando finirono per alimentare la corruzione della classe dirigente. Negli incontri si è ovviamente discusso delle prossime elezioni palestinesi e Bush non si è detto contrario alla candidatura di esponenti di Hamas, dichiarandosi convinto che “il popolo palestinese non voterà per chi predica la violenza”.

La missione di Abu Mazen aveva obiettivi precisi. Una garanzia formale per i futuri negoziati, simile in contenuti e forme alle lettere di garanzia che il presidente americano aveva offerto al premier israeliano l’anno scorso, una promessa di aiuti finanziari ed uno sconto sulla Road Map. Su tutti e tre i fronti, i risultati sono stati inferiori alle attese. Bush ha sostenuto la necessità di creare corridoi di collegamento tra Gaza e Cisgiordania, ma non si è impegnato formalmente vincolandosi per le future trattative, come fu per Israele. Per quel che riguarda il sostegno economico, è stato elargito con molta parsimonia. L’unico sconto, il via libera alla partecipazione dei seguaci dello sceicco Yassin alle prossime elezioni, che tuttavia sono già state rimandate. Mazen ha in casa almeno tre problemi da affrontare: il mancato progresso economico, la corruzione che alimenta il malcontento, e il rifiuto delle fazioni palestinesi di dare inizio al disarmo. La tregua stabilita a febbraio ha creato spazi e opportunità sia per Israele che per i palestinesi, ma il rifiuto di Hamas e del Jihad islamico di rinunciare all’opzione violenta indica come le frange più oltranziste puntino a conservare il loro potenziale bellico, come strumento di pressione sulle parti in causa. Come Sharon, Abu Mazen ha di fronte a sé una serie di complicate sfide interne. L’erede di Arafat sperava di sottrarsi a questi oneri riformando i servizi di sicurezza ed intimando al suo popolo di revocare il sostegno alla strategia del terrore. Sembra aver voglia di percorrere la strada della non-violenza, combattendo con maggiore decisione il contrabbando d’armi, e per il momento questo potrebbe bastare all’amministrazione americana. Per Bush, lo scontro con Hamas puó attendere, anche se dopo le elezioni potrebbe essere troppo tardi. La Casa Bianca ha sollecitato Israele a compiere altri gesti distensivi ed il primo ministro ha risposto annunciando la liberazione di quattrocento prigionieri palestinesi. Il problema è che la controparte si aspetta ben altro. Forse più di quello che Sharon può concedere, viste le tensioni interne che hanno accompagnato l’annuncio del disimpegno da Gaza. La cui conclusione, al momento, sembra imprescindibile per la ripresa delle trattative di pace.



LE AMBIZIONI DI MOSCA - di Marco Giuli

Il Presidente russo Vladimir Putin ha intrapreso lo scorso aprile un viaggio in Medio Oriente, le cui tappe principali sono state il Cairo, Gerusalemme e Damasco. L’importanza di questa visita è stata enfatizzata diffusamente dalla stampa russa, che ha sottolineato la valenza storica dell’evento: da 40 anni un capo di Stato russo non si recava in visita in Egitto, nessuno si era mai recato in Israele prima d’ora. Ma quali sono le reali implicazioni dell’avvenimento? Il Medio Oriente non ha mai costituito il centro degli interessi del leader del Cremlino, recitando da sempre una parte marginale nella sua agenda di politica estera. Avendo fatto del pragmatismo e del realismo la parola d’ordine della sua presidenza, Putin ha preferito ristabilire una salda egemonia su quello che i Russi definiscono “l’Estero vicino” – ossia lo spazio post-sovietico – piuttosto che occuparsi di teatri insidiosi e strategicamente fuori dalla portata delle attuali capacità diplomatiche della Federazione. Nonostante ciò Mosca è intervenuta più volte – anche in modo deciso – sulla scena internazionale per difendere alcuni interessi strategici, soprattutto in relazione alla questione irakena: l’enorme credito finanziario vantato nei confronti del regime di Saddam Hussein e la concessione per lo sfruttamento dell’immenso bacino petrolifero di West Qurna, assicurata da Baghdad al gigante petrolifero Lukoil, hanno costituito ragioni sufficienti per unirsi alla Francia e alla Germania nella condanna dell’attacco di Bush. Un altro campo ritenuto cruciale è quello delle ondivaghe relazioni con l’Arabia Saudita. Timidi e insignificanti tentativi di cooperazione militare non hanno potuto risolvere un rapporto storicamente difficile sin dai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979. La caduta dell’Urss ha portato sul mercato mondiale del petrolio le enormi risorse dei paesi di quell’area, che dispongono di un potere sul prezzo di mercato del greggio indipendente dalle decisioni dell’Opec. Dove Mosca non è rappresentata e Riyad fa la parte del leone. Il sostegno più o meno occulto da parte dei Sauditi alla componente wahhabita dell’indipendentismo ceceno, probabilmente non del tutto scollegato dalla rivalità petrolifera, rende ancor oggi particolarmente tesi i rapporti tra i due paesi.

Quali questioni legano la Russia al conflitto israelo-palestinese? Nell’immaginario israeliano il mondo russo è sempre stato visto con sospetto: troppo forte è ancora la memoria dei pogrom zaristi, delle persecuzioni staliniane e del particolare zelo con cui, durante la Guerra Fredda, il Kgb si dedicava al controllo dei cittadini di fede ebraica. E se la politica estera sovietica è stata inizialmente filo-israeliana – come dimostra il sostegno da parte di Stalin, concretizzatosi nell’invio di ingenti forniture militari al neonato Stato d’Israele in occasione della guerra del 1948 – in seguito Mosca ha sostenuto gli Stati Arabi maggiormente impegnati contro la nazione fondata da Ben Gurion, come l’Egitto di Nasser, la Siria di Assad e la Libia di Gheddafi. Oggi i motivi di maggior attrito sono costituiti dalle relazioni che intercorrono tra Mosca, Damasco e Teheran. I think tank conservatori legati al Cremlino e l’ascoltatissimo ex primo ministro Evgenij Primakov, esperto di questioni mediorientali, continuano ad invitare il Presidente russo a non rinnegare la special relationship con la Siria. La recente fornitura al regime di Assad di sistemi antiaerei strelec è stata al centro dei colloqui fra Sharon e Putin, il quale ha irritato i suoi interlocutori sostenendo provocatoriamente che “i sistemi antiaerei russi non serviranno alla Siria per minacciare Israele. Renderanno solo un po’ più difficile ai caccia dello Tzahal il sorvolo della residenza del Presidente Assad”. In queste parole si cela il timore degli strateghi russi riguardo al crescente isolamento internazionale dell’alleato arabo, uscito fortemente indebolito dalle recenti evoluzioni in terra libanese. Mosca non vuole perdere un altro “amico”: nonostante la debolezza e la scarsa importanza strategica, la Siria è oggi l’unico paese del Medio Oriente particolarmente vicino alla Russia. In relazione all’Iran, al quale i russi forniscono tecnologia e know-how nucleare, si è limitato ad assicurare che il regime degli ayatollah utilizzerà tali forniture esclusivamente per scopi civili, confermando quanto garantito recentemente in una dichiarazione congiunta con il Cancelliere tedesco Schröder, “la Russia è contraria alla proliferazione nucleare nella regione.” Del resto, il Cremlino ha sempre condannato, facendo leva sull’Onu, il possesso da parte israeliana di armi nucleari e il categorico rifiuto a sottoporsi alle ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Tirando le somme della “storica” visita possiamo concludere che si è ridotta, relativamente ai rapporti con Siria e Iran, alla stizzita reazione di un Putin perennemente sotto accusa.

Un altro capitolo di tensione fra i due paesi è costituito dal regolare flusso migratorio dall’ex-Urss verso Israele, che risulta essere la prima meta di destinazione al mondo per i rifugiati politici russi. In molti hanno manifestato forti preoccupazioni relative alla crociata voluta da Putin contro gli oligarchi, che ha finito per colpire molti uomini d’affari di religione ebraica. Il diffuso odio dell’opinione pubblica nei confronti dei nuovi ricchi ha spesso assunto forme dichiaratamente antisemite, amplificate anche dal fatto che ai vertici di importanti famiglie mafiose locali si contano numerosi ebrei. E lo scatenarsi di veri e propri pogrom durante gli anni ’90 è stato un fenomeno drammatico e fortemente sottostimato. Occorre però dare atto a Putin di aver agito in modo estremamente duro e deciso nei confronti del problema, tanto da ricevere i ringraziamenti proprio da Sharon, il quale non ha mancato di rilevare un curioso moto di ritorno degli ebrei russi emigrati in Israele ai tempi di El’cin. In merito alla questione palestinese, Mosca ha dato molto credito ad Abu Mazen ed ha ritrovato grazie alla road map un ruolo primario nei salotti delle trattative mediorientali. Putin oggi sembra voler resuscitare il piano a tutti i costi, che aveva il pregio di restituire al Cremlino un certo prestigio nei salotti della politica internazionale. L’impegno russo previsto dal progetto consisterebbe nell’invio di un contingente per il controllo dello sgombero di alcuni insediamenti di coloni in Cisgiordania. Sfortunatamente il “veto” americano ha frustrato l’intenzione di convocare una conferenza sulla questione da tenersi a Mosca. Dovendo trarre un bilancio complessivo il tour mediorientale di Putin si è risolto in un fallimento. L’impressione è che abbia tentato un’azzardata diversione nelle sue relazioni globali, probabilmente preparata poco e male, per salvare l’immagine del suo paese dall’isolamento in cui è stata gettata dalle continue sconfitte diplomatiche nell’Estero Vicino, in un momento in cui Washington sembra non voler concedere nulla, cercando lo scontro addirittura sulle celebrazioni per la sconfitta nazista nella II Guerra Mondiale. In un contesto complesso come quello israelo-palestinese, roboanti proclami non possono celare una vera e propria assenza di strategia e una scarsa chiarezza negli obiettivi, in particolare quando nella pratica si mantiene una condotta ambigua che finisce con lo scontentare tutti. Rilanciare un processo di pace solo per l’evidente esigenza di soddisfare un interesse di cortissimo respiro è un’iniziativa che in pochi potrebbero considerare seriamente.



L’IMPEGNO EUROPEO ED ITALIANO - di Emanuele Di Girolamo

Il conflitto in atto in Terra Santa da oltre mezzo secolo costituisce una delle querelle internazionali più spinose, destinata a minare per lungo tempo i delicati equilibri politici mondiali se non verrà trovata una soluzione stabile e condivisa che consenta a israeliani e palestinesi di vivere in modo pacifico gli uni accanto agli altri. L’impegno italiano, ed europeo più in generale, non è stato trascurabile, ma molto resta ancora da fare. Il nostro paese ha tradizionalmente cercato di porsi come ponte naturale tra Occidente e mondo arabo, ribadendo il suo ruolo nel Mediterraneo e l’impegno per la questione palestinese. Durante la Guerra Fredda, l’Italia ha insistito spesso sulla competenza esclusiva dell’Onu riguardo a tale crisi, non sempre in accordo con i suoi principali alleati, in primis gli Stati Uniti, divenuti i principali attori della politica mediorientale dopo la crisi di Suez e l’enunciazione della dottrina Eisenhower. Nel 1967 in occasione della Guerra dei Sei Giorni, in seguito alla quale Israele ha consolidato definitivamente il suo potere nella regione, il governo Moro fu l’unico esecutivo occidentale a chiedere alle Nazioni Unite di occuparsi della convivenza tra palestinesi e israeliani. Sette anni dopo, in seguito al conflitto dello Yom Kippur, l’Italia si espresse in favore della partecipazione di Arafat al dibattito interno al Palazzo di Vetro, mentre nel 1980, a fronte di una posizione americana sempre più intransigente, si fece promotrice della Dichiarazione Cee di Venezia in favore dell’autodeterminazione dei palestinesi e della partecipazione dell’Olp al tavolo delle trattative. Oggi Roma sembra aver abbandonato la sua tradizionale equidistanza rispetto al conflitto israelo-palestinese, con un deciso avvicinamento alle tesi statunitensi. Nonostante ciò il governo Berlusconi ha proposto, dopo l’inizio della seconda Intifada, il lancio di un “piano Marshall” per la Palestina nell’intento di migliorare le condizioni di vita nei Territori occupati, indicando la località siciliana di Erice quale possibile sede per i negoziati. L’Unione Europea dal canto suo appoggia ufficialmente la creazione di due Stati, secondo quanto delineato nella Road Map, il documento elaborato dal cosiddetto “quartetto” (Ue, Usa, Russia e Onu). Tale posizione è stata raggiunta attraverso le Dichiarazioni di Berlino (24 marzo 1999) e di Siviglia (22 giugno 2002) le quali, insieme a quella di Venezia, segnano le tappe fondamentali dell’impegno europeo per la risoluzione del conflitto arabo-israeliano. Nella Dichiarazione di Siviglia, si auspica la nascita di uno “…Stato palestinese sovrano, democratico e pacifico entro i confini del 1967,… e di due Stati che vivano l’uno accanto all’altro con confini certi e riconosciuti… ed un’equa soluzione della complessa questione di Gerusalemme e dei rifugiati palestinesi”.

Nel corso degli ultimi anni, l’Ue ha progressivamente aumentato il suo impegno: nel 1996 ha nominato un Rappresentante Speciale per il processo di pace nel Vicino Oriente e ha eseguito il monitoraggio delle elezioni palestinesi. Nel 2000 ha istituito un programma di assistenza per sostenere l’Anp negli sforzi volti a contrastare le attività terroristiche dei gruppi militanti più radicali. Non bisogna peraltro dimenticare il ruolo cruciale svolto dall’International Task Force on Palestinian Reform (Tfpr), creata nel luglio 2002. Le principali istituzioni comunitarie sono attualmente impegnate in numerosi programmi di assistenza tecnica e sostegno finanziario, allo scopo di realizzare le riforme politiche ed economiche necessarie nella West Bank e nella Striscia di Gaza. L’Unione ha incoraggiato inoltre il dialogo tra le parti attraverso la Partnership Euro-Mediterranea (rivelatasi per la verità uno strumento piuttosto debole), inviando alcuni rappresentanti diplomatici di alto livello nella regione. Tuttavia il ruolo mediatore dell’Europa è fortemente condizionato dalle scelte politiche degli Stati Uniti. Il “quartetto” rischia oggi concretamente di divenire poco più di un assolo americano, dato il ruolo preponderante di Washington rispetto al processo di pace e le difficoltà nell’attuare concretamente la Road Map, che avrebbe dovuto essere ultimata entro il 2005. La ripresa dei negoziati appare in qualche modo subordinata all’approvazione di Washington ed alla credibilità attribuita dalla Casa Bianca alla leadership palestinese. L’attacco contro l’Iraq nel marzo del 2003 non sembra d’altra parte aver gettato le basi per una ripresa effettiva del dialogo tra Israele e Anp, come pure aveva sostenutolo stesso George W. Bush. E l’appoggio fornito al Primo Ministro Ariel Sharon per la costruzione del “muro di sicurezza” ed alla decisione di ritiro unilaterale da Gaza, sembra aver incrinato la credibilità di Washington come interlocutore.

L’elezione di Abu Mazen (uomo certamente non sgradito agli Stati Uniti) alla presidenza dell’Anp, potrebbe aprire nuove prospettive per una ripresa del dialogo tra le parti, anche se le distanze sulle questioni fondamentali – la delimitazione dei confini, lo status di Gerusalemme, il rientro dei profughi palestinesi e gli insediamenti colonici – restano notevoli. L’Unione Europea, che pure non ha condiviso in pieno l’approccio dell’Amministrazione Bush alla questione palestinese, può e deve giocare un ruolo più incisivo in quest’area di cruciale importanza per non essere considerata solo un partner minore degli Stati Uniti. Al tempo stesso però, l’Ue sembra ancora mancare oggi degli strumenti adeguati per elaborare ed implementare una posizione alternativa a quella degli Usa e raggiungere una soluzione politica del conflitto in Terra Santa. L’unilateralismo americano (con i progetti di riforma democratica del Greater Middle East) e la discutibile scelta di andare a Gerusalemme passando prima per Baghdad, non sembrano oggi costituire una solida base per giungere ad un accordo che consenta una pacifica convivenza tra israeliani e palestinesi, creando le condizioni per una stabilizzazione duratura dell’area.



IL MEZZO FALLIMENTO DEL PARTENARIATO EUROMEDITERRANEO - di Marianna Sacchini

Tra le numerose organizzazioni e partnership internazionali che dovrebbero risolvere conflitti e creare isole di pace e sicurezza, ma troppo spesso riescono a malapena a sopravvivere travolte dalla burocrazia, c’è n’è una nata nella parte occidentale del continente, il Partenariato euromediterraneo. Erano gli anni sessanta e nei corridoi dell’allora Comunità Europea, circolava una battuta francese secondo cui troppe navi straniere solcavano il mare nostrum. Ma c’era la guerra fredda e l’Europa, che neppure ai nostri giorni è in grado di assumere una posizione unitaria, non era certo in grado di sollevare obiezioni. Cade il Muro di Berlino, crolla l’impero sovietico, la globalizzazione prende piede mentre fioriscono creature regionali che cercano di stabilire una sorta di ordine nel caos venutosi a creare. Le differenze vere persistono solamente tra le due sponde del Mediterraneo, ma, dove la politica non riesce ancora a mediare, sovente l’economia fa da apripista. È da questa premesse che si può comprendere la nascita del Partenariato. Sulla base di una serie di proposte arrivate sia dei paesi del sud dell’Europa che da quelli del Maghreb e del Mashreq, il 27 e il 28 novembre del 1995 fu siglato un documento che dava vita alla partnership. Algeria, Cipro, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Malta, Marocco Siria, Tunisia e Turchia i paesi firmatari, cui si è aggiunta l’Autorità nazionale palestinese. Parteciparono ai lavori anche la Lega degli Stati arabi e l’Unione del Maghreb arabo (Uma) così come la Mauritania. La volontà di improntare su tre assi lo sviluppo della regione, politico, economico e culturale, danno al partenariato una dimensione olistica, che si prefigge di porre in essere non la creazione di una semplice area di scambio, ma di usare l’arma commerciale per poter imprimere una svolta alle diverse realtà della sponda sud del Mediterraneo, che non possono propriamente definirsi bacini di democrazia. Se il Partenariato è il frutto della volontà di spostare verso sud il baricentro dell’Unione, la caduta dell’Unione Sovietica ha aperto la possibilità di penetrare in regioni che negli anni della Cortina di Ferro erano state zone di influenza dei due blocchi.

Ci sono una serie di fattori che è bene evidenziare, primo fra tutti la presenza di Israele. Che, con le sole eccezioni di Egitto e Giordania, non viene riconosciuta dagli stati del mondo arabo. Il conflitto arabo-israelo-palestinese era una delle principali motivazioni che portarono alla creazione del Partenariato: si voleva trovare un tavolo, come se non ce ne fossero abbastanza, per riportare la questione nella sua sede geografica naturale, il Mediterraneo, invece di continuare a lasciarlo nelle sedi diplomatiche volute da Washington. Un’illusione. Perché il Partenariato è un fallimento. L’Europa ha mancato un obiettivo che avrebbe dovuto raggiungere già nel corso degli anni ’70, quando durante la crisi energetica una delegazione del mondo arabo preferì negoziare con i rappresentanti del nostro continente piuttosto che con i colleghi dell’altra sponda dell’Atlantico. L’accordo iniziale annunciava che vi sarebbe stato un costante dialogo in materia di energia tra le due parti, ma già nell’ordine del giorno della seconda riunione di questo “filo diretto” non si faceva più menzione. Realisticamente, non si può dire cosa sarebbe accaduto se alle premesse di allora fossero seguiti i fatti. La strada che si preferì seguire, ha portato a dei risultati concreti? Il fallimento sia degli Accordi di Oslo che di quelli di Camp David, ha bloccato per un decennio l’area del Mashreq. L’accentuata presenza americana nella regione, motivata tanto dalla guerra in Iraq che dagli interessi in gioco tra il canale di Suez ed il Pakistan, potrebbero fare prevedere una divisione della sponda africana del Mediterraneo in due aree: il Maghreb orbiterebbe nell’area Europea, il Mashreq in quella americana.

Il Pem potrebbe al limite risultare efficace come area per la risoluzione di contenziosi circoscritti (si veda al riguardo il contrasto tra Spagna e Marocco, relativo sia ai diritti di pesca, sia agli sforzi di Rabat di annettere la regione del Sahara Occidentale con l’appoggio di Francia e Stati Uniti, oppure la contesa tra Turchia e Grecia per la questione cipriota) ma la disomogeneità tra i paesi bagnati dal Mediterraneo e quella interna allo stesso versante africano, complicano la ricerca di soluzioni condivise. La memoria degli abusi del periodo coloniale, ben radicata tra le popolazioni locali, che hanno lottato per anni contro quegli stessi governi con cui oggi si trovano a trattare, rende problematico il processo di integrazione. L’importanza della dimensione economica del Pem è sostenuta dal seguente assunto: migliorando le condizioni di vita della popolazione del paesi della sponda sud, queste verranno disincentivate ad emigrare, tenendole al contempo lontane dalle tentazioni dell’integralismo islamismo. Questo pensiero si basa sul presupposto di uno schema di sviluppo congiunto, in cui liberalizzazione politica ed economica corrano su binari paralleli. A dieci anni di distanza, si può affermare che queste teorie non hanno portato i risultati auspicati: come molti rapporti dell’Unione Europea confermano, sembra che il Partenariato abbia per lo più congelato la stabilità politica dei governi di quei paesi che avrebbero dovuto recepire, oltre al cambiamento economico, un parallelo processo di riforme politiche interne. Suffragando così la linea di pensiero contrapposta, che non ritiene automatiche che le riforme politiche e la liberalizzazione economica vadano di pari passo. I continui sbarchi di clandestini, sia sulle coste italiane sia su quelle spagnole, malgrado accordi sottoscritti anche lo scorso anno, denotano la scarsa collaborazione tra i paesi che avevano sottoscritto l’accordo. La dimensione regionale del Pem è cresciuta considerevolmente con la creazione, datata 2003, del Femip (Euro-Mediterranean Investement Facility Partnership), una struttura che si inserisce nel contesto della Banca Europea per gli investimenti. Un anno dopo, ha visto la luce l’Assemblea Parlamentare Euromediterranea, che ha tenuto la sua seconda sessione di lavori lo scorso mese di marzo. Nel 2004 era stata costituita la Fondazione Anna Lindh, per il dialogo tra le culture ad Alessandria, e si era arrivati alla firma degli Accordi di Agadir, tra Marocco, Tunisia, Algeria e Egitto, che prevedono la creazione di un’area di libero scambio tra i paesi del fronte sud del Mediterraneo. D’importanza cruciale è l’Enp (European Neighbourhood Policy), che attraverso l’Action Plan ed il quadro degli impegni presi a Barcellona, deve promuovere le riforme politiche e sociali interne nei paesi della sponda sud del Pem. Meritano di essere citati la Dichiarazione di Sana’a e Alessandria ed il summit della Lega Araba (Tunisi, 2004), che ha sottolineato la necessità di accelerare le riforme in aree come la politica, l’economia, i diritti delle donne, l’educazione dei bambini. Tutte questioni rimaste ferme a causa dei conflitti permanenti e della mancanza di volontà dei governi. Ma gli obiettivi raggiunti, grazie ad iniziative partite con trent’anni di ritardo, non sembrano adeguati alle intenzioni iniziali. Ci vorrebbe più pragmatismo, più energia a partire da reali cambiamenti che dovrebbero attuarsi in quei regimi. Non basta creare banche o assemblee se poi non si creano gli strumenti di con cui sanzionare le inadempienze, che per la maggior parte delle volte sono dovute alla ferma volontà di quella classe politica di restare ancorata al potere. Alla Libia, che faceva parte della lista degli Stati Canaglia, è bastato un gasdotto per essere riammessa nella Comunità Internazionale. Ha sempre fatto parte del Pem, c’erano accordi di immigrazione, ma per anni non ha fatto nulla per contrastare il flusso dei clandestini verso le coste italiane e spagnole. L’Unione Europea è nata perché c’erano attori politici che l’avevano in mente ben prima di firmare i trattati di Roma. Il Partenariato euromediterraneo rischia di rimanere una della tante creazioni regionali fantasma, poco note all’opinione pubblica, destinate ad andare avanti più per forza d’inerzia che per una reale veduta d’intenti comuni. Di risultati apprezzabili, in merito al conflitto israelo-palestinese, neanche a parlarne. Difficile, d’altronde, pretendere che un ente neppure in grado di perseguire finalità complesse ma non certo utopistiche come la regolamentazione dei flussi migratori, possa risolvere la questione più delicata e drammatica dello scenario geopolitico mondiale.



A TU PER TU CON NEMER HAMMAD, DELEGATO NAZIONALE PALESTINESE IN ITALIA - di Roberto Coramusi



LA QUESTIONE DEMOGRAFICA - di Marco Leofrigio

La culla delle tre grandi confessioni monoteiste assiste da troppi anni al contrasto tra chi vive nella Terra di Israele (Eretz Isra’el in ebraico) e chi sopravvive in Palestina (Filastin in arabo). Un aspetto della vicenda è generalmente trascurato dai media internazionali, mentre desta gravi preoccupazioni tra le autorità israeliane: la questione demografica. Le differenti evoluzioni della consistenza delle due popolazioni hanno un peso molto rilevante nella complessa partita per raggiungere la pace. Nella regione il tasso di crescita è stato di tutto rispetto: si è passati dallo mezzo milione scarso di abitanti del 1890, agli attuali oltre 10 milioni: di questi circa 6,7 milioni vivono in Israele, solo i restanti 3,5 milioni in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Il trend ha subito dal 1948 in poi una forte accelerazione in concomitanza con la fine del mandato britannico e la creazione dello Stato d’Israele: vero motore di questo fenomeno, un’ondata migratoria che può essere divisa in tre fasi principali. La prima negli anni ’50 quando arrivarono oltre 700 mila persone dall’altra sponda del Mediterraneo, dagli Stati Uniti e dai paesi arabi. In questo periodo il numero degli ebrei superava quello dei palestinesi, anche grazie all’esodo verso Egitto e Giordania di circa 650 mila arabi durante la guerra del ’48. La stratificazione sociale della popolazione israeliana ha subito progressivamente assestamenti notevoli, insieme ad un benessere economico che ha favorito l’impennata delle nuove nascite. A causa di quella sorta di ansia collettiva derivante dall’obiettivo di restare il gruppo etnico maggioritario sono state incoraggiate negli ultimi quindici anni altre due grosse ondate: una dall’Etiopia e l’altra dalla ex-Urss. La prima si è verificata fino al 1989, per poi riprendere a partire dal 1990: ha coinvolto circa 66 mila persone, con età media di 24 anni, tra cui ben 29 mila neonati. La seconda ha registrato dimensioni più consistenti rispetto alle precedenti ed è partita dai territori un tempo appartenenti all’Unione Sovietica. Sono giunte in Terra Santa, in un arco di tempo che va dal 1990 ed il 2003, quasi 900 mila persone, di cui 700 mila di religione ebraica, con un’età media sui 40 anni.

L’Ufficio Statistico Centrale israeliano ha recentemente comunicato che nel 2002 i cittadini di fede ebraica erano 5 milioni, su un ammontare complessivo di 6.631.000 abitanti, per passare nel 2003 a 5.165.000, su 6.748.000 unità totali. Una suddivisione più dettagliata informa che nel 2002 gli ebrei e i non-arabi erano 5.367.000, mentre gli arabi 1.236.000. Nel 2003 gli ebrei e i non-arabi sono passati a 5.446.000 a fronte dei 1.301.000 arabi. Nell’ultimo biennio gli israeliani mostrano dunque un aumento costante, ma certo non paragonabile ai tassi di sviluppo dei vicini palestinesi. Secondo l’ultimo dato disponibile (settembre 2004) gli abitanti sono calcolati in 6.864.000. Il tasso di crescita annuale della popolazione di Israele nel 2003 è stato del 1,8 % mentre nel 2004 è stimato intorno all’1,7%. Nella West Bank e a Gaza i problemi occupazionali ed economici hanno fornito una spinta propulsiva all’emigrazione fino dall’inizio degli anni ’90. Ma a partire dal 1991 il fenomeno è lentamente cessato ed ora ci troviamo dinanzi ad un riflusso verso la Palestina. L’ultimo censimento ufficiale (1997) ha rilevato il notevole incremento demografico della popolazione: da 2.000.000 di abitanti dello scorso decennio, si è passati a circa 3.637.000 di oggi. Nella Striscia di Gaza si registra un livelli di natalità tra i più alti al mondo. I numeri confermano un trend inarrestabile: le proiezioni dell‘Ufficio Statistico Centrale dell’Autorità Palestinese prevedono il superamento, già nel 2007, della storica quota 4.000.000, suscitando l’inquietudine di Tel Aviv. Da queste confronto di cifre risulta evidente che il peso del “fattore culla” gioca e giocherà un importante ruolo sullo scacchiere geopolitico. Per ridurre le tensioni tra i due gruppi si dovrà lavorare nel senso opposto: rendere, dal punto di vista etnico-religioso, più omogenei possibile lo Stato ebraico e il futuro Stato palestinese.



I MOVIMENTI GIOVANILI - di Fabio Belli

La questione palestinese non sembra aver trovato la strada che porta alla sua risoluzione, proponendo al contrario ogni giorno nuovi motivi di contrasto. Quale futuro si prospetta ai giovani che vivono in Terra Santa? Dove le nuove generazioni possono mettere in pratica allo stesso tempo le loro idee e la loro voglia di pace, senza dover rinunciare all’orgoglio della propria appartenenza etnico-politica? Storicamente i giovani palestinesi hanno indirizzato la loro rabbia nei movimenti di ribellione contro Israele, dando vita nel 1964 all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, guidata sin dal ’69 da Yasser Arafat. Col passare del tempo l’Olp si è trasformata in un vero e proprio riferimento politico dai tratti para-istituzionali, allontanandosi dalla sua base originaria, che ha finito per aggregarsi in diversi raggruppamenti dissidenti. Nascono così nuclei radicali come Hamas (Fervore), strenua antagonista delle svolte moderate di Arafat, ed al Fatah (la Conquista), che conta oggi su cellule clandestine operative in tutto il mondo. Un ruolo importante lo recitano anche il Fronte Popolare della Liberazione della Palestina, il Partito Comunista Palestinese Rivoluzionario e Saiqa (fulmine). Organizzazioni che possono contare su appoggi influenti nei paesi dell’universo arabo. Il disagio causato dall’occupazione israeliana crea le condizioni per l’istigazione alla rivolta. Il diritto all’autodeterminazione è considerato quale conditio sine qua non per un futuro che restituisca la pace e la possibilità di sviluppo ad una zona dove la povertà è oramai endemica. Essere giovani in Palestina ed Israele significa covare il desiderio di costruire un futuro migliore per sé stessi e per il proprio paese, sopportando il pesante fardello del passato. Liberarsi dall’odio secolare e dal ricordo delle tante efferatezze non sarà facile per le due parti in causa. In Israele la situazione non presenta difformità significative dal punto di vista politico, mentre sotto l’aspetto economico la realtà è ben diversa. I giovani crescono in una nazione industrializzata, simile a quelle dei loro coetanei europei e americani, con uno stile di vita opulento e senza eccessive restrizioni delle libertà personali. Con i pari età palestinesi hanno in comune il costante terrore degli attentati: nulla è privo di rischi, neppure prendere un autobus, fare la spesa al mercato o andare in un locale con gli amici. Ed i giovani sembrano stanchi di convivere con la morte. Ma non si possono cancellare con un colpo di spugna anni di tensioni e rancori. Chiunque voglia la pace deve fare inesorabilmente i conti con quello che è l’autentico richiamo ad agire per dare il proprio contributo alla causa nazionale. La costituzione del Sar-El (Sherùt Le Israèl, Servizio per Israele) permette ai riservisti dello Tzahal, l’esercito regolare, di prendersi i necessari periodi di riposo ed allo stato di tagliare alcune delle voci che gravano sul bilancio pubblico. Qualunque cittadino di religione ebraica può entrare a farne parte. La sua fondazione risale al 1973, all'indomani dell’occupazione delle alture del Golan: i suoi centri di reclutamento, sparsi in trenta paesi, hanno condotto in patria oltre 85 mila volontari da tutto il mondo, il 6% dei quali vi si è trasferito stabilmente. I volontari vengono affiancati ai riservisti per aiutarli nel lavoro di tutti i giorni. Si tratta per lo più ragazzi sui vent’anni, che dopo una giornata di manovre di guerra riprendono la normale routine quotidiana: ascoltano la musica, giocano con i telefonini, si vestono all’ultima moda. Un quadro di assoluta normalità in una situazione di grande anomalia.

A fare da contraltare alla chiamata alle armi, numerosi movimenti pacifisti. Il più importante è Peace Now, che ha vissuto il suo momento d’oro agli inizi degli anni ’80, toccando il picco di 400.000 partecipanti ad una manifestazione durante l’invasione israeliana del Libano. Ma le difficoltà incontrate dai tavoli delle trattative hanno fatto registrare contraccolpi negativi tra questi gruppi, che a partire dal ’96, anno dell’ascesa al potere del falco Benjamin Netanyahu, hanno iniziato a perdere la loro tradizionale presa sull’opinione pubblica. Meritano una menzione speciale anche Yesh Gvul (C’è un limite), il movimento degli obiettori di coscienza che si rifiutano di prestare servizio nei territori, e Taayush (Associazione, in arabo), il collettivo più critico nei confronti del progetto di Eretz Israel, molto impegnato nell’attivismo “da strada”, nonostante possa contare solo su qualche migliaio di aderenti. Non sempre i movimenti si trovano sulla stessa lunghezza d’onda – gli esponenti di Taayush disapprovano la linea di Peace Now, rea di aver perso il suo iniziale mordente per evitare di alienarsi il consenso popolare – senza contare che il collasso dei negoziati del 2000 e lo scoppio della seconda Intifada, hanno inferto un colpo durissimo a queste organizzazioni. Per invertire la rotta, superando una situazione di empasse dovuta ai dissidi interni, di recente Peace Now ha intrapreso un’opera capillare di lobbying sui membri della Knesset più vicini alle sue posizioni. Il miraggio del “due popoli, due stati” continua ad animare le nuove generazioni della Terra Santa. La costruzione del “muro”, pur caldeggiata da molti israeliani, si scontra con il parere del 73% della popolazione che reputa opportuna la creazione di un soggetto istituzionale palestinese quale soluzione al terrore. Sono stati attivati programmi di scambio culturale, atti a favorire una maggiore integrazione tra futuri “vicini di casa”, ed i giovani continuano a covare la speranza di non doversi più considerare nemici. È il sogno di tutti: la colomba ferita non è ancora morta.



I CRISTIANI DI PALESTINA - di Herman Bashiron

Il conflitto israelo-palestinese viene ormai rappresentato su diversi livelli di scontro. Decenni di sangue e morte lo hanno portato ad essere il simbolo per eccellenza di questo nostro incerto presente, e la sua importanza ha fatto proliferare le più varie interpretazioni. È stato ritratto come fosse un confronto tra Islam e Giudaismo, altre volte se ne discute come se le due parti contrapposte fossero gli arabi da un lato e gli ebrei dall’altro. In realtà la soluzione più appropriata sembra quella di non allontanarsi troppo dal primo e più evidente grado di questo conflitto, la contrapposizione tra israeliani e palestinesi. A rendere più complessa la situazione, la composizione eterogenea di quest’ultima fazione, in cui, accanto ad netta maggioranza musulmana, vi è anche una cospicua minoranza cristiana. Una presenza incompatibile con il falso mito del cosiddetto “scontro di civiltà”, che sottintende l’equazione “Cristianesimo=Occidente”. Un’equazione che non tiene conto delle radici della religione cristiana, che affonda le sue radici proprio in quella Terra Santa d’Oriente, così lontana da quel concetto contemporaneo di Occidente, forgiato ad immagine e somiglianza della società americana. “Nel 1948, il 25% degli abitanti della Palestina storica erano cristiani – spiega in un’intervista al portale italiano aljazira.it Padre Raed Abu Sahlia, parroco cattolico di Taybeh, ultimo villaggio palestinese interamente cristiano – con la creazione dello Stato di Israele, molti se ne sono andati all’estero, ed oggi rappresentano poco più dell'1,5% della popolazione di Israele e dei Territori Occupati (ca. 180.000 in totale, ndr). Ma la nostra importanza non consiste nel numero, bensì nei servizi che offriamo alla nostra società, come ad esempio nell’educazione, nell’istruzione e nello sviluppo economico. Non siamo e non ci consideriamo una minoranza, siamo in questa terra per volontà di Dio, e la nostra vocazione è di testimoniare il Cristo nella sua patria. La Terra Santa non è un museo per i cristiani d’oltreoceano, noi ne vogliamo essere le pietre vive. I cristiani si sentono e sono a tutti gli effetti palestinesi, con eguali diritti e doveri di cittadini. Spesso non si distingue tra arabi e musulmani, ma ci sono 15 milioni di arabi cristiani nel mondo: quelli che vivono nello Stato Ebraico attraversano una sorta di crisi di identità. Si sentono innanzitutto palestinesi, vorrebbero partecipare alla liberazione della sua terra dall’occupazione in modo pacifico, senza essere né antisemita, né anti-israeliano”. Mentre avviene fin troppo spesso che la superficialità della rete informativa in cui siamo intrappolati, identifica il più delle volte l’arabo cristiano con un terrorista islamico.” Le parole di Padre Reid consentono di fare luce anche sulla questione delle relazioni tra cristiani e musulmani in Palestina: “E’ un soggetto delicato, spesso a causa di una certa propaganda da parte israeliana. I palestinesi sono un solo popolo, cristiani e musulmani vivono insieme da 14 secoli. Certo, siamo vittime da ambo le parti di pregiudizi e preconcetti, ma stiamo lavorando a favore di un dialogo aperto che ci permetta di superarli. Personalmente, invito regolarmente studenti musulmani e cristiani a giornate di dialogo e convivenza. Inoltre, raccomando il digiuno cristiano durante il mese del Ramadan, affinché possiamo condividere questo tempo di riflessione insieme. Nelle mie omelie dico che il musulmano è nostro fratello e chiedo ai miei amici musulmani che dicano nelle moschee che il cristiano è loro fratello. In questo senso non aiuta una certa propaganda israeliana, che vorrebbe fare credere che i cristiani fuggono dalla Palestina per colpa dei musulmani. Mi ricordo di uno scontro durissimo che ebbi con una giornalista del Jerusalem Post (giornale israeliano di orientamento conservatore, ndr), che scrisse che il governo israeliano aiutava “centinaia di famiglie cristiane palestinesi” a lasciare Beit Jala vicino a Betlemme e partire per il Canada e gli Stati Uniti, a causa dell’ostilità dei musulmani. Telefonai personalmente alle ambasciate dei paesi citati dalla giornalista e mi confermarono che la notizia era infondata. Queste speculazioni che mirano a dividere i palestinesi fanno male a noi ed all’Occidente. Dobbiamo prevenire un discorso che porta a identificare il cristiano con l’occidentale, e non alimentarlo, pena l’apposizione del sigillo cristiano a conflitti come la guerra in Afghanistan od in Iraq”.

Tra le numerosi vicissitudini a cui vanno incontro quotidianamente i cristiani di Palestina, va ricordata l’irrispettosa, abitudine degli ebrei di sputare quando passa un cattolico. La notizia viene data dal quotidiano in lingua ebraica Haaretz e rimbalza velocemente su vari blog che si occupano di informazione alternativa. In una normale domenica dello scorso ottobre uno studente della yeshiva (scuola rabbinica) sputò sulla croce trasportata dall’arcivescovo armeno durante una processione al Santo Sepolcro e, durante l’alterco conseguente, la croce del diciassettesimo secolo cadde e si ruppe. Episodi del genere sono purtroppo all’ordine del giorno, come conferma lo stesso arcivescovo Nourhan Manougian: “Io ormai non ci faccio nemmeno più caso alla gente che si gira e sputa quando passo per strada. Solo che sbucare nel mezzo di una processione religiosa e sputare sulla croce davanti a tutti i preti della comunità è un'umiliazione che non siamo preparati ad accettare. Quando in qualsiasi parte nel mondo c’è un attacco contro gli ebrei, il governo di Israele viene incensato: perché quando la nostra religione e il nostro orgoglio sono feriti, non si prendono misure più rigorose?”. I cristiani palestinesi soffrono enormemente le ingiustizie dell’occupazione israeliana: chi non ricorda i 39 giorni di assedio alla Basilica della Natività di Betlemme, che ospitava, oltre ai frati francescani, duecento palestinesi? Le sofferenze in Palestina non hanno religione, anche se sono in molti a voler dividere, creando continue situazioni di scontro che ostacolano il cammino sulla strada dell’unità. Facendo finta di non ricordare che in Terra Santa sono più di quattordici secoli che i canti dei muezzin si confondono con il tintinnare delle campane.



IL DIRITTO ALL’ACQUA - di Giovanna Sfragasso

Il diritto all’acqua è diritto alla vita. L’espansione demografica e l’esplosione del modello tecnologico e industriale ne accrescono la richiesta di acqua potabile, le condizioni climatiche, il problema dell’inquinamento e il fenomeno di salinizzazione delle falde rendono questo bene più prezioso dell’oro o del petrolio. Di fatto, la vertiginosa diminuzione delle risorse idriche aumenta la forbice tra paesi ricchi e paesi poveri. Il Medio Oriente, una delle regioni più aride dell’intero globo (l’85% della Giordania, il 60% di Israele e il 60 % della Siria sono zone desertiche), è fortemente colpito dalla carenza di questo bene essenziale. Pur rappresentando il 10% della superficie terrestre, con una popolazione pari al 5% di quella mondiale, dispone soltanto dello 0,4% delle risorse idriche e riceve solo il 2% della pioggia che cade sul pianeta. Particolarmente critiche le condizioni della Giordania e dei Territori Palestinesi, che si trovano al di sotto della soglia considerata di “assoluta povertà” (500 metri cubi d’acqua all’anno per abitante). Il convegno internazionale organizzato a Ramallah, dal 2 al 5 maggio 2005, dalla Palestine Academy for Science and Technology con il sostegno del Development Programme delle Nazioni Unite ha evidenziato lo stato di emergenza della situazione che, se, lungo andare, potrebbe costituire un ostacolo decisivo al processo di pace tra Israele e Palestina. La violazione del “diritto sociale all’acqua potabile” e del “diritto all’uso delle proprie risorse idriche” nei confronti delle popolazioni dei Territori occupati, contraddistingue da anni la politica israeliana. La controversia ha radici lontane, che trovano terreno fertile già nei primi decenni del XX secolo. Interventi a più riprese, attraverso piani di suddivisione a carattere unilaterale o internazionale, hanno tentato di arginare la disputa, ma la soluzione definitiva non è stata mai raggiunta. Il 1967 si è rivelato un anno decisivo: la Guerra dei Sei Giorni ha garantito a Gerusalemme il controllo delle alture del Golan, e quindi la possibilità di accedere a due dei quattro affluenti del Giordano (Dan e Banias) e di conquistare una posizione di prima linea sul Lago di Tiberiade. L’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, gli ha consegnato le chiavi di accesso ai più ricchi sotterranei acquiferi della regione. L’invasione del Libano e la presa del fiume Litani hanno permesso di raggiungere un traguardo idrico che il movimento sionista si era preposto quasi settant’anni prima. Distrutto il progetto siriano di deviazione del corso del Giordano verso la Siria e la Giordania, Israele ha iniziato ad esercitare il proprio controllo sulle risorse in precedenza posti sotto l’autorità giordana ed egiziana (trasferite dal 1982 alla società Mekorot), integrando le acque della Striscia di Gaza e della Cisgiordania con il National Water Carrier, il sistema idrico dello stato ebraico.

La questione dell’acqua è stata successivamente oggetto di due accordi, quello del Cairo, del 4 maggio 1994, in cui si riconosce la giurisdizione territoriale dell’Autorità palestinese “sulla Striscia di Gaza e sull’area di Gerico”, compresa “la terra, il sottosuolo e le acque territoriali”, e l’accordo di Taba, Oslo II, del 28 settembre 1995, che stabilisce precise percentuali di acqua da destinare ai due popoli dalle fonti della Cisgiordania, il riconoscimento dei diritti dei palestinesi in merito e la creazione di un comitato di gestione sulle risorse idriche. Contravvenendo a documenti internazionali sul tema della salute, la sicurezza e la vita dei cittadini, Israele ha imposto ai palestinesi un sistema di gestione legale ed istituzionale delle risorse idriche restrittivo e discriminatorio. Gli eredi di Ben Gurion utilizzano l’85% delle risorse presenti, mentre gli abitanti dei Territori occupati non hanno la possibilità di usufruire né delle acque del Giordano, a cui è stato attribuito lo status “internazionale”, né di quelle del suo unico affluente di rilievo, lo Yarmouk. Ai palestinesi è proibito costruire e possedere un impianto senza un permesso rilasciato dalla Mekorot. Tra le numerose ordinanze militari in materia la più nota è la 158 del 30 ottobre 1967, con il suo famoso art. 4 (“Non è permesso ad alcuno installare, monitorare, possedere o gestire installazioni idriche senza prima avere ottenuto una licenza dal comandante di zona”) che viene giustificata con la presunta necessità di preservare le risorse sotterranee da uno sfruttamento eccessivo. In realtà sancisce semplicemente il divieto per la popolazione araba di scavare nuovi pozzi. Pochi i permessi concessi dalla Mekorot, molti i vincoli per le aperture: i pozzi palestinesi non possono penetrare in profondità oltre i 140 metri, a differenza di quelli israeliani che possono spingersi fino a 800. A questo si aggiungono altre restrizioni: quote di prelievo fisse, espropriazione indebite di pozzi e sorgenti, divieto di irrigazione nelle ore pomeridiane. Oggi nella West Bank solo il 5% dei terreni coltivati dai palestinesi è irrigato, contro il 70% di quelli curati dai coloni israeliani. Uno squilibrio confermato dalla forte differenza annua di consumi, come mostrano i dati dell’Accademia Palestinese per gli Affari internazionali: un colono consuma in media tra i 640 e i 1.480 metri cubi l’anno, un israeliano 370, un palestinese poco più di 100.

Lo sviluppo economico dei Territori occupati è fortemente compromesso da questo severo sistema di gestione delle risorse idriche, che trova un valido alleato in quel “Muro dell’Apartheid” che la Corte internazionale di Giustizia dell’Aja ha definito “contrario al diritto umanitario internazionale”. Il suo tracciato, che non segue la linea verde, sconfina in Cisgiordania e ingloba il 10% di questa terra, appropriandosi di alcune aree tra le più fertili e ricche d’acqua. Un interesse strategico più che una garanzia di sicurezza spinge Israele a continuare i lavori. Quando la sezione occidentale del Muro sarà terminata, nella West Bank si registrerà una riduzione di circa il 20% del prodotto agricolo annuale, che raggiungerà la soglia del 40% quando sarà conclusa anche la sezione orientale. La barriera protettiva (secondo la definizione ufficiale dell’amministrazione Sharon) a lavori ultimati separerà la popolazione araba dalla valle del Giordano e dal Mar Morto, impedendole definitivamente lo sfruttamento di quelle terre. I palestinesi si dichiarano pronti a discutere sulla sovranità delle falde acquifere sotterranee della Cisgiordania, ma Israele si defila: punta sulla possibilità di utilizzo di fonti idriche alternative, come l’importazione di acqua da altri Paesi o la desalinizzazione, posticipando la discussione sulla questione. Sostenuto dalla costante violazione del diritto internazionale, questa sistematica aggressione al diritto all’acqua non ha mai registrato inversioni di tendenza. Nei confronti del popolo palestinese tale pratica rappresenta un’efficace strumento di oppressione politica e di discriminazione sociale.


(settembre 2005)

(foto: Marianna Sacchini)