DA GIOVANNI PAOLO II A BENEDETTO XVI - L'eredità di Karol Wojtyla, la scelta di Joseph Ratzinger


L'EREDITÀ DI UN PONTEFICE CARISMATICO - di Gabriele Natalizia

La morte di Giovanni Paolo II ha segnato la fine di un’epoca. L’uscita di scena di uno degli ultimi titani del XX secolo ha definitivamente fatto calare il sipario su di un periodo storico segnato da grandi individualità, da ideologie capaci di mobilitare le masse e dal pericolo latente di guerre fatali per le sorti del nostro pianeta. È la stessa marea umana che ha sopportato lunghe ore d’attesa pur di offrirgli l’ultimo saluto ad aver sancito la levatura storica di quest’uomo. La compostezza e l’ordine con cui quasi quattro milioni di pellegrini si sono riversati su Roma è già di per se un miracolo che si potrebbe attribuire a Karol Wojtyla. Nel passato scene di isterismo collettivo, che non di rado sfociarono in tumulti, avevano accompagnato la morte dei pontefici. Frequenti sono stati i saccheggi che hanno visto protagonista il popolo romano, tanto da trasformare in prassi comune la dichiarazione dello stato d’emergenza contestualmente all’accertamento del decesso del Papa. Il 13 luglio del 1881 la salma di Pio IX rischiò nientemeno di essere gettata nel Tevere da un gruppo di anticlericali mentre aveva luogo la sua traslazione nella Basilica di San Lorenzo. Questa volta a piazza San Pietro non si è verificato nulla di simile. Durante la celebrazione delle esequie diversi striscioni recitavano “Santo subito”. Lo stesso cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione della Fede, che ha officiato il rito funebre, nell’omelia ha fatto uno strappo all’ortodossia cattolica sostenendo: “Possiamo essere sicuri che il nostro amato Papa è adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice”. Un’affermazione del genere era suonata come un sostegno implicito a forzare i tempi per il processo di santificazione di Giovanni Paolo II, a cui, nel corso della settimana a cavallo tra il decesso e i funerali, è stato assegnato a furor di popolo il titolo di “Magno”. Un appellativo di cui fino ad ora si potevano fregiare solo Leone I, Gregorio I e Niccolò I, vissuti nel primo millennio dopo Cristo e distintisi per la frenetica attività pastorale ed un carisma tale da influenzare profondamente gli equilibri del proprio tempo.

Non vi è ombra di dubbio che queste peculiarità abbiano contraddistinto l’opera dell’ex Arcivescovo di Cracovia che, nel corso di ventisette anni di pontificato (il terzo più lungo della storia), ha fornito un contributo decisivo al dibattito politico mondiale. Nel corso degli anni ottanta Wojtyla ha partecipato, entrando inizialmente come outsider, alla partita tra Stati Uniti d’America ed Unione Sovietica, assestando con la sua predicazione il colpo di grazia ad un sistema ormai sclerotizzato, colpevole di aver tradito le promesse di libertà e giustizia sociale su cui si fondava. Convinto della pericolosità del materialismo alla base del pensiero marxista, aveva intrattenuto un lungo rapporto epistolare con il suo connazionale Zbigniew Brzezinski, consigliere per la Sicurezza Nazionale di Jimmy Carter. I contatti con gli Stati Uniti si intensificarono sotto la presidenza di Ronald Reagan, con il quale ebbe vita un’asse fondata sul principio del “il nemico del mio nemico è mio amico”. Spendendo tutto il suo ascendente per influire sulle evoluzioni della propria terra d’origine, decise di appoggiare, spiritualmente ma anche economicamente, Solidarnosc, il sindacato guidato da Lech Walesa. La Polonia risultava essere uno degli anelli deboli del Patto di Varsavia, come in Cecoslovacchia ed in Ungheria, la società civile era riuscita a ritagliarsi alcuni spazi sfuggiti al controllo del partito comunista locale. Ma soprattutto era sopravvissuto all’imposizione dell’ateismo di stato, che al contrario dilagava negli altri satelliti di Mosca, il potere della Chiesa Cattolica che, in quanto a numero di fedeli, non aveva nulla da invidiare alle diocesi oltrecortina. Tra il 2 e il 10 giugno del 1979 Giovanni Paolo II visitò la Polonia per la prima volta dopo la sua elezione al soglio pontificio. Il regime subì un duro colpo: mai in trent’anni di dominio una manifestazione ufficiale del Poup aveva radunato una folla così vasta. Lo smacco si ripeté nel 1987. Il premier Wojciech Jaruzelski comprese allora che era giunto il momento della svolta e l’anno successivo, dopo una lunga serie di scioperi e con lo spettro della guerra civile che aleggiava sul paese, accordò per il 1989 le prime elezioni libere. La vittoria di Walesa era scontata, ma non l’effetto domino che travolse nel giro di un anno tutti i governi dell’Europa orientale.

La figura del Papa sembrava però eccessivamente sbilanciata in favore del cosiddetto “mondo libero”. Era inevitabile che il suo pur strumentale flirt con l’amministrazione Reagan suscitasse tensioni laceranti con quella parte del clero che si trovava a professare la parola di Cristo laddove il neoliberismo non esitava a mietere quante e più vittime dei regimi comunisti. Il viaggio in Nicaragua del 1982 vide la spaccatura con i sacerdoti sostenitori del governo sandinista, consumatasi nel rifiuto a concedere udienza al prelato Ernesto Cardenal, ministro della Cultura del governo Ortega, sospeso successivamente a divinis. In America Latina già da tempo circolava negli ambienti ecclesiastici una corrente di pensiero tesa a porre in evidenza i temi legati all’emancipazione sociale e alla lotta contro l’ingiustizia presenti nel messaggio cristiano. Tale dottrina, meglio nota come “teologia della liberazione”, assurse a fama mondiale grazie all’edizione del saggio “Chiesa, carisma e potere” del francescano Leonardo Boff. Il Vaticano intimò al prete brasiliano il silenzio, inducendolo più tardi ad abbandonare la tonaca in netto dissenso con una politica da lui ritenuta conservatrice. Ma fu soprattutto l’incontro con il generale Augusto Pinochet a Santiago del Cile, datato marzo ’87, a frenare gli entusiasmi nei confronti del Santo Padre nel continente sudamericano. L’invito alla riconciliazione nazionale espresso durante la messa fu un boccone amaro da digerire per i 700 mila fedeli accorsi alla funzione solenne, che peraltro non avevano mai visto di buon occhio il Nunzio Apostolico Angelo Sodano (divenuto poi segretario di Stato), sospettato di intrattenere relazioni più che amichevoli con il dittatore.

Nel 1989 ci furono i primi segnali di mutamento di rotta. L’incontro con Michail Gorbaciov sancì l’inizio di un tentativo di riconciliazione con l’ex-rivale, da cui Wojtyla ottenne la promessa della concessione di una maggiore libertà religiosa. Tuttavia sia l’invito del Presidente del Soviet Supremo che quello del suo successore Boris Eltsin per una visita in Russia rimasero lettera morta a causa del niet del Patriarca di Mosca Alessio II, che accusava la Chiesa di Roma di voler recuperare in Oriente i fedeli persi in Occidente. Inoltre è sempre pesata sul Pontefice originario della cittadina di Wadovice, nella prospettiva di una normalizzazione dei rapporti tra le parti in causa, la “pregiudiziale polacca”, ossia l’atavica ostilità che separa due popoli che da secoli si contendono la supremazia sull’area baltica.

Il vento era cambiato. Per Giovanni Paolo II le priorità erano diventate il dialogo interconfessionale e la difesa dei diritti umani. In quest’ottica i maggiori pericoli provenivano dalle teorie sullo scontro delle civiltà e dalla globalizzazione. Ecco dunque i primi contrasti con Washington in merito alla missione Desert Storm e al bombardamento di Belgrado, unite ad un nuova vocazione missionaria volta ad arginare il proselitismo delle sette evangeliche nei paesi in via di sviluppo. Storico fu l’incontro con Yasser Arafat, leader dell’Olp, al termine del quale la Santa Sede diffuse un comunicato in cui si affermava: “In Palestina non potrà esserci vera pace senza giustizia e non ci sarà giustizia se non saranno riconosciuti i diritti di tutti i popoli interessati”. Il consumismo fu più volte oggetto di critica nei dialoghi avuti con gli altri “grandi” della terra, perché ritenuto portatore di una way of life indifferente ai valori dello spirito e in contrasto con il rispetto per la diversità di culture e tradizioni, considerate dalla Chiesa un’inestimabile ricchezza delle nazioni.

Il viaggio più importante degli anni novanta fu senza dubbio quello del gennaio 1998 a Cuba. Nella cornice di una plaza de la Revolucion dove campeggiavano le effigi di Gesù Cristo insieme a quelle del “Che”, il Pontefice tuonò: “Cuba si apra al mondo, il mondo si apra a Cuba”. Fidel Castro ascoltava compiaciuto. Il riferimento all’embargo che dal 1960 strangola l’economia dell’isola caraibica era inequivocabile. La Casa Bianca tremò. Non fu certo un caso se nel 2001 i mass media americani diedero tanto rilievo ai casi di pedofilia che infangarono la circoscrizione vescovile di Boston: la vendetta era consumata. Ma già nel 2003 Giovanni Paolo II era in prima linea a guidare la crociata contro l’invasione dell’Iraq, divenendo il leader del fronte dei paesi contrari all’intervento armato. Il dissenso verso la dottrina della “guerra preventiva” inaugurata da George W. Bush fece parlare di un vero e proprio incidente diplomatico quando nelle settimane precedenti al via dell’operazione Iraqi freedom venne ricevuto in Vaticano il ministro degli esteri di Saddam Hussein, Tareq Aziz. Da allora la Santa Sede è rimasta all’opposizione, concentrando i suoi sforzi nel dialogo con i paesi europei e partecipando attivamente alla discussione sulla costituzione della Ue.

Il testamento morale di Karol Wojtyla rimane sulla scia di encicliche “antimoderniste” come il Quanta Cura o la Rerum Novarum che indicano alla Chiesa una strada da seguire che risulta, nell’essenza, antitetica sia al capitalismo che al comunismo, ritenuti, in fin dei conti, le due facce di una stessa medaglia.


DAVANTI AL PAPA, DAVANTI ALLA STORIA - di Alessandro Tirocchi

È un sorteggio tra i giornalisti a permettermi di rendere omaggio alla salma del Santo Padre. Un fatto casuale, un istante di fortuna che mi permette di arrivare davanti alla storia. Entriamo, scortati come politici in visita all’estero, mentre sul sagrato della Basilica di S.Pietro la gente è ferma da ore, in piedi, per omaggiare il Pontefice. Già in quel momento, buttando un occhio dietro le spalle ti rendi conto, o forse ne intuisci solo l’idea, di quello che sta accadendo. Un mare, un flusso continuo del quale non si distingue la fine ad occhio nudo, si snoda dalle vie laterali lungo via della Conciliazione, e fino sotto le scale della Basilica. Noi passiamo dalla Porta della Preghiera e poi dietro la Cattedra, fino al Transetto o Altare della Confessione.

Rimbomba il suono dell’organo, riecheggia il canto latino, eppure già avendo i brividi, colpisce soprattutto l’incredibile silenzio, nonostante le migliaia di persone anche all’interno, che avvolge tutto e tutti. Un silenzio che sembra urlare. Passiamo da dietro, mentre davanti a noi la gente arriva e camminando guarda la salma fino al momento dell’uscita. Ci accompagnano nella zona dei banchi dove ci sono religiosi raccolti in preghiera, che hanno gli occhi chiusi e sembrano non essere coinvolti da tutto ciò che accade intorno a loro. Spunta la lettiga, rossa. Tutt’intorno, i cerimonieri in divisa ufficiale e le guardie svizzere, immobili. Si scorge appena il corpo e già senti qualcosa lungo la schiena. Un brivido, come se all’improvviso ci fosse uno spiffero d’aria. Ci facciamo largo, guadagnando la prima fila. Il Pontefice è davanti a noi. Bianchissimo nel suo abito rosso, il colore del lutto in Vaticano. La mitra sopra un capo che sembra piccolo, fermo più dell’immobile. Bocca ed occhi sono serrati, come mai, in tutti questi anni, sono stati.

Fa impressione vederlo lì, sdraiato davanti a noi, con tutto il peso e la portata storica del suo operato in ventisette anni di Pontificato. I lineamenti sono duri, inimmaginabili se si ripensa alle sue innumerevoli apparizioni in pubblico. Anche quelle degli ultimi mesi. Anche quella in cui sbatté il pugno sul leggio, maledicendo quella sua impossibilità nel parlare. Lui, che della capacità di comunicazione aveva fatto la spada dei suoi messaggi. Sembra incredibile, ma un particolare salta agli occhi. Le scarpe, rosse anch’esse. Non le pantofole pontificie che coprono i piedi dei Vescovi di Roma, ma un paio di scarpe grosse, di fattura non ricercatissima. Come a portare un segno della sua vicinanza, cercata e ricambiata, con gli strati sociali più bassi, in linea con un comportamento che ne ha fatto il Papa di tutti, anche di chi non vuole definirsi un fedele. Il grande pregio quello di essersi quasi spogliato delle vesti bianche da Sommo, per diventare un punto di riferimento anche per chi non sa neanche dove sia la Città del Vaticano.

Noi siamo lì. Davanti a ventisette anni di Pontificato, anni di lotte e primati. Lui primo Papa straniero e primo polacco. Uomo venuto dall’Est per sdoganare quella zona così stretta nella morsa del totalitarismo comunista. Crollato il Muro, con tutta l’ideologia che portava con sé, non ebbe remore a condannare l’altro eccesso che stava e sta minando la società, il capitalismo. Unico Papa a chiedere scusa per gli errori della Chiesa in tutti questi secoli. Quel bigliettino messo, con discrezione, nelle crepe del Muro del Pianto. Dietro di lui i rappresentanti di Chiesa cattolica e dell’Ebraismo. E poi Africa, Sud America ed Oriente. Mai ben visto dagli ortodossi di Mosca, forse personalità troppo forte con la quale confrontarsi. L’ultimo desiderio, quello di entrare a Pechino, per abbattere l’ultima frontiera, l’ultimo muro. Non c’è riuscito in vita, forse sarà riuscito ad indicare la via. “Se mi sbaglio mi corrigerete” disse, alludendo al suo italiano approssimativo, nella sua prima volta dal balcone della Basilica. Non c’è stato bisogno, perché ha parlato una lingua comune, che tutti hanno potuto intendere. Anni in cui il mondo, così come la Chiesa, è cambiato molto. Durante il Giubileo dei giovani, a Tor Vergata, accompagnò con le mani, i balli ed i canti dei ragazzi che erano lì per lui. Ed ora è immobile, a raccogliere gli sguardi di quei ragazzi che con lui sono cresciuti. Noi siamo lì, davanti a tutto questo. Sono davanti a Giovanni Paolo II, il Grande.


L'ULTIMO SALUTO AL VECCHIO PADRE - di Marcoflavio Giagnoni

Al Vescovo americano James Harvey è stato affidato il delicato compito di gestire le oltre duecento delegazioni di Stato presenti in Vaticano per l’ultimo saluto al Santo Padre. Il Prefetto della Casa Pontificia, nominato proprio da Giovanni Paolo, si è dedicato all’assegnazione dei posti sul sagrato della Basilica di San Pietro, per evitare incontri imbarazzanti e poco graditi. Gli americani sono arrivati al gran completo: insieme a George W. Bush e signora, hanno presenziato alle esequie i suoi due predecessori Bill Clinton e George Bush senior, ma non sono mancate neanche le autorità dei cosiddetti “Stati canaglia”. Tutti gli occhi erano puntati sul presidente iraniano Mohammad Khatami e su quello siriano Bashar al Assad, i due paesi additati dagli Stati Uniti come avamposti del male. Persistono le incertezze sul presunto “miracolo diplomatico” che avrebbe visto entrambi i leader mediorientali stringere la mano al presidente della Repubblica Israeliana Moshe Katzav, prontamente smentito da Khatami al suo ritorno a Teheran.

Fidel Castro ha dovuto invece rinunciare, sconsigliato dal medico personale ad affrontare il lungo viaggio verso la capitale. La delegazione di L’Avana è stata guidata dal presidente dell’Assemblea nazionale Ricardo Alarcon. Castro aveva partecipato in settimana ad una lunga messa per il pontefice, celebrata nella cattedrale di L’Avana dal cardinale Jaime Ortega, rendendo omaggio all’unico papa che abbia mai visitato Cuba. “Ci hai visitato in un momento difficile”, ha scritto nel libro delle condoglianze, “e ci hai detto che le restrizioni economiche imposte erano ingiuste ed inaccettabili. Questo ti ha reso l’amore del popolo cubano. Riposa in pace immenso lottatore, nemico della guerra e amico dei poveri”. Dopo il viaggio del papa nel gennaio del 1998 nella capitale caraibica le relazioni tra Cuba e la Santa Sede sono rimaste molto buone. Il Santo Padre non molto tempo fa, ha ricevuto in Vaticano il nuovo ambasciatore cubano Raul Roha, riaffermando l’inutilità di un embargo, che da più di quarant’anni condanna un intero popolo. Il vecchio e stanco pontefice con questo gesto, ha voluto forse lasciare espressa la sua ultima volontà, per un prossimo annullamento di una sanzione inaccettabile.

Forte in ogni modo la rappresentanza latinoamericana ai funerali: tra i presenti il premio Nobel per la Pace, Rigoberta Menchù, la donna vicina alle ingiustizie degli indios del Guatemala, e il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula. Il capo di Stato, che ha decretato una settimana di lutto nazionale, era alla testa di una folta delegazione del suo paese. Il Brasile, con 133 milioni di fedeli, è il più grande paese cattolico del mondo e Lula non aveva mai nascosto la sua speranza che il successore di Wojtyla potesse venire dal suo paese. Il nome che circolava con maggiore insistenza, tra i 117 papabili, era quello del cardinale di San Paolo Claudio Hummes, francescano di 70 anni. Una candidatura che godeva dell'appoggio anche del teologo della liberazione Frei Betto, che auspicava un cardinale del terzo mondo, tra i 65 e i 73 anni, poliglotta, accettato dalla curia romana, progressista e pratico di relazioni con i media, sensibile alle tematiche delle ingiustizie sociali portate dalla globalizzazione. Hummes sembrava riflettere alla perfezione queste caratteristiche, ma godeva di buon credito anche l’honduregno Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa. Il conclave ha smentito le aspettative del continente sudamericano, i cui rappresentanti, da quanto è trapelato, sembravano orientati verso la candidatura del Cardinal Martini, il più autorevole esponente dell'ala progressista del conclave.


HABEMUS PAPAM - di Gabriele Natalizia

“Annuntio vobis gaudium magnum, habemus Papam: Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum Josephum, Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Ratzinger, qui sibi nomen imposuit Benedictum XVI”. Con questa tradizionale formula il protodiacono del Collegio cardinalizio, il cileno Jorge Arturo Medina Estevez ha comunicato al mondo l’identità del 265° successore dell’apostolo Pietro. Nella sala del pianto (così chiamata per l’emozione e l’apprensione che dovrebbero accompagnare l’anima di un uomo designato a svolgere un compito tanto impegnativo) l’ex arcivescovo di Monaco e Frisinga ha definitivamente abbandonato la veste color porpora per indossare quella bianca di capo del mondo cattolico. Il Conclave è risultato contro ogni previsione brevissimo, come quelli già testimoni delle nomine di Pio IX e Giovanni Paolo I, segno evidente dell’ampio consenso che Ratzinger ha saputo coagulare intorno alla sua figura sin da quando venne chiamato nel 1984 alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede. L’aver potuto officiare, in meno di due mesi, prima le esequie di Don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, poi quelle di Giovanni Paolo II, gli ha permesso di scrollarsi di dosso quell’aura di austerità che lo contraddistingueva limitandone le doti mediatiche. Solo la scelta di Giulio II, al secolo Giuliano della Rovere, fu più rapida: si giunse all’unanimità in meno sei ore. Ma correva l’anno 1503 ed il nepotismo di Alessandro VI aveva compattato tutti i principi della cristianità nell’avversione a suo figlio Cesare Borgia, più famoso come il “duca Valentino”.

Subito dopo le procedure di rito successive alla fumata bianca, Benedetto XVI si è affacciato alla Loggia esterna della Benedizione della Basilica Vaticana, davanti ad una piazza San Pietro gremita di una folla festante, per impartire la benedizione Urbi et Orbi. Le sue prime parole sono state: “Dopo il grande Papa Giovanni Paolo II i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore della vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sappia lavorare e agire anche con strumenti insufficienti, ma soprattutto mi affido alle vostre preghiere”.

Sciolto il rebus riguardante l’identità del nuovo vicario di Cristo ora la domanda è: dove è diretta la Chiesa? Solitamente l’appellativo prescelto fornisce alcune indicazioni di non poco conto. Angelo Roncalli rese omaggio alla memoria di suo padre. Giovanni Battista Montini optò per la devozione a San Paolo. Albino Luciani volle manifestare la sua gratitudine al Papa che lo aveva fatto vescovo e a quello che lo aveva creato cardinale. Wojtyla sottolineò il desiderio di raccogliere l’eredità spirituale dello sfortunato predecessore. E Joseph Ratzinger? Ha deciso di ispirarsi a San Benedetto e a Giacomo Della Chiesa, ultimo pontefice a portare questo titolo. Entrambi sono stati espressione di una religione che ha posto l’accento sulla centralità del senso di appartenenza ad una comunità, fortemente contraria all’individualismo e dai connotati antimoderni. Il richiamo al Santo di Norcia, fondatore di un ordine monastico fortemente radicato in Europa, riecheggia il contenuto di alcune opere scritte da Benedetto XVI quando ancora insegnava Dogmatica e Teologia all’università di Tubinga, che indicano la via europea alla spiritualità come un momento irrinunciabile per la costituzione di un sentimento nazionale condiviso da tutti i popoli di quell’Unione che aspira a trasformarsi in qualcosa di diverso da una semplice area di libero scambio. Ma ancora più significativa appare, al cospetto dei recenti avvenimenti che hanno sconvolto il pianeta, l’ispirazione a Benedetto XV. Eletto al soglio pontificio all’indomani dello scoppio del primo conflitto mondiale (bollato come “l’inutile strage”), l’opera dell’ex nunzio apostolico di Madrid fu protesa al tentativo di far sostituire la forza materiale delle armi a quella morale del diritto ed alleviare le sofferenze delle popolazioni civili intervenendo in favore degli oppressi. Bush e Blair forse si aspettavano un messaggio meno esplicito in merito alle campagne militari lanciate dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Ma il giudizio del Papa sul prepotente ritorno del manicheismo sulla scena politica risulta chiaro dalle sue stesse parole: “Dio, o la divinità, possono essere trasformati nell’assolutizzazione di una determinata potenza o di un determinato interesse. Se la sua immagine diventa talmente faziosa da identificare l’assolutezza di Dio con una comunità particolare o con certe sue aree di interesse, ciò distrugge il diritto e la morale: il bene, in questo quadro, è ciò che sta al servizio della mia potenza, e la differenza tra bene e male svanisce. La morale e il diritto diventano di parte. E tutto questo peggiora ulteriormente quando la volontà di impegnarsi per fini particolaristici si carica di tutto il peso del fanatismo religioso, e diventa così totalmente cieca e brutale”.

La nomina di un teologo tedesco potrebbe inoltre essere interpretata come un rilancio del proselitismo cattolico all’interno dell’universo protestante. Ratzinger, pur essendo stato un fautore del dialogo con luterani, anglicani e calvinisti, ha ribadito, nel documento intitolato Dominus Jesus, la supremazia della Chiesa di Roma in quanto custode della purezza della fede sulle altre dottrine cristiane. Il suo rigorismo mal si concilia con il millenarismo delle sette evangeliche della Bible belt, risultate decisive a novembre per la riconferma dell’amministrazione in carica alla Casa Bianca. Nonostante i punti di contatto in materia di fermezza sul tema dell’aborto, della sessualità e della ricerca scientifica, il pensiero del nuovo Pontefice ripudia i toni da “scontro delle civiltà” che dilagano nell’America più profonda. Non considera l’Islam come uno strumento di Satana, né crede che il conflitto in Medio Oriente sia una sorta di prova generale dell’Apocalisse. Tanto meno considera l’Occidente come il portabandiera di una ragione illuminata contro la barbarie di una religione fondata sul fanatismo. Non si tratta di semplici sfumature di uno stesso pensiero, ma di due concezioni della vita antitetiche.

Benedetto XVI potrebbe al contrario trovare maggiori difficoltà ad esercitare il suo appeal sulle comunità di fedeli latinoamericane. La ferma condanna alla Teologia della Liberazione contenuta nell’istruzione della Libertatis Nuntius, rischia di essere un serio ostacolo in un continente dove il connubio tra cattolicesimo e lotta ai “poteri forti” risale al XVII secolo, quando i missionari gesuiti imbracciarono le armi al fianco degli indios per difendere le reducciones dalle brame di Spagna e Portogallo. Nell’ultimo decennio l’esperienza dimostra che proprio laddove la Chiesa ha posto l’accento sul suo carattere sociale, come in Sud America, ha ottenuto i maggiori risultati riuscendo a cooptare nuovi credenti.

Le zone di frontiera per questo pontificato tuttavia sono rappresentate dalla Cina e dalla Russia. Con l’Impero di Mezzo è in ballo la spinosa questione circa il riconoscimento di Taiwan. Il Vaticano è uno tra i ventinove stati che intrattengono rapporti diplomatici con il governo di Taipei, anche se potrebbe esservi un ripensamento se la Repubblica Popolare concedesse maggiore libertà di culto. Ma al funerale di Giovanni Paolo II si è consumato l’ennesimo strappo tra le due parti per via della presenza di Chen Shui-bian, presidente dell’isola di Formosa, a cui Pechino ha replicato in segno di protesta non inviando alcun rappresentante ed ordinando ai mass media nazionali di snobbare l’evento. Differente la natura dei problemi per la Santa Sede in quello che un tempo fu il paese del socialismo reale. Qui occorre rilanciare il dialogo con gli ortodossi, profondamente incrinatosi negli ultimi anni a causa dei dissapori sorti tra il Patriarcato di Mosca e gli “uniati”, cattolici di rito greco che raccolgono il 7% dei fedeli in Ucraina, considerati un cavallo di Troia della Curia romana in terra russa. Il primo passo, per risolvere i contenziosi aperti, sarà quello di ricostituire il clima di fiducia reciproca venuto a mancare con l’attività pastorale svolta da Giovanni Paolo II nei paesi dell’ex blocco sovietico.


IL PAPA D'EUROPA - di Maurizio Gentile

Dopo appena due giorni e quattro scrutini, il conclave composto dai 115 cardinali elettori, ha eletto il nuovo Papa, Joseph Ratzinger, 78 anni compiuti con il soglio papale ancora vacante. Gli ultimi avvenimenti lo avevano già visto protagonista: un segno lo avrebbe comunque lasciato, anche se non fosse stato proclamato 265° pontefice di Roma. I funerali di Giovanni Paolo II, la messa pro eligendo pontifice prima del conclave e, andando poche settimane indietro, la Via Crucis affidatagli dal suo predecessore. In queste occasioni sono state pronunciate parole dure, qualcuno le ha definite di fuoco. A molti era apparso come l’estremo tentativo di dare delle indicazioni rigide per il corso del nuovo pontificato, non aspettandosi di guidarlo di lì a poco in prima persona.

Invece i porporati hanno ribaltato il modo di dire tutto romano secondo il quale “nel conclave chi entra Papa esce cardinale”, eleggendo proprio lui, il grande favorito della vigilia, che ha assunto il nome di Benedetto XVI. Un nome che porta la Chiesa di Roma al centro dell’Europa. L’ultimo Benedetto, il XV, era di Genova e regnò dal 1914 al 1922. La prima guerra mondiale era scoppiata da pochi mesi e Giacomo della Chiesa (nella foto), si battè per la “cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno di più, apparisce inutile strage”. Anni di cambiamento irreversibile, con il vecchio continente lacerato dal conflitto, la Russia che sperimentava il socialismo reale, gli ultimi imperi sul punto di sgretolarsi. Ma il nome di Benedetto è da sempre intimamente legato all’Europa. Non si può dimenticare la figura del Santo di Norcia che con la sua Regola più di 1500 anni fa “conquistò” l’Occidente di allora, unificandolo con una rete di monasteri che rappresentarono per secoli una guida per il monachesimo cattolico. Centri nevralgici della cultura romana e cristiana, sarebbero divenuti i depositari di quella tradizione europea che grazie a loro non sarebbe mai morta. San Benedetto venne proclamato Patrono d’Europa nel 1964 da Paolo VI, lo stesso che nel 1977 nominerà Joseph Ratzinger cardinale. Come non vedere in questi accadimenti una continuità ideale, un volersi mettere nella scia di chi ha sempre avuto l’Europa nel cuore? Non è casuale che l’inserimento delle radici cristiane all’interno della nuova costituzione dell’Unione è stato, ed è, un punto fermo nell’opera di quel predicatore instancabile quale ha dimostrato di essere il nuovo Papa.

L’ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, è uomo di cultura di estrazione mitteleuropea. Nato nella Bassa Baviera, a Marktl am Inn il 16 aprile del 1927, ordinato sacerdote nel 1951, da allora non ha più smesso di studiare, scalando al contempo tutti i gradini della piramide ecclesiastica. Acceso avversario di tutto ciò che è futile e soggetto alle mode non si lascia travolgere dalla contestazione che scuote il mondo occidentale nel ‘68: se fino a quel momento aveva mostrato posizioni di apertura e di progressismo, in quegli anni matura una svolta nel suo pensiero che lo porterà al rigore ed alla disciplina, quasi a richiamare quel Benedetto da Norcia rappresentante perfetto della sintesi tra età classica e cristianesimo. Proprio a Subiaco, terra d’adozione del Santo Patrono d’Europa, il 1 aprile affermò che: “in un tempo di dissipazione e di decadenza [San Benedetto] si sprofondò nella solitudine più estrema, riuscendo a risalire alla luce ed a fondare Montecassino, la città sul monte che, con tante rovine, mise insieme le forze dalle quali si formò un mondo nuovo”.

Un mondo nuovo con l’Europa al centro: nei suoi innumerevoli scritti in merito l’odierno Pontefice non ha mai smesso di ricordare come la terra di San Pietro e Carlo Magno non sia un’entità nettamente afferrabile in termini geografici, risultando al contrario un concetto culturale e storico. Il vecchio continente nell’era della globalizzazione è chiamato ad una sfida difficile, quella di non lasciarsi travolgere dalle spinte che sia dall’interno che dall’esterno lo rendono sempre più vulnerabile e debole. Nel parlare della Turchia Ratzinger ha più volte affermato, che “storicamente e culturalmente la Turchia ha poco da spartire con l'Europa, perciò sarebbe un errore grande inglobarla nell'Unione. Meglio sarebbe se la Turchia facesse da ponte con il mondo arabo oppure formasse un suo continente culturale insieme con esso. L'Europa non è un concetto geografico ma culturale, formatosi in un percorso storico anche conflittuale imperniato sulla fede cristiana, ed è un fatto che l'impero ottomano sia sempre stato in contrapposizione”. Pronto a criticare anche l’istituzione di cui fa parte – nel 2005 afferma, quasi urlando, “Quanta sporcizia, quanta superbia, quanta autosufficienza c’è nella Chiesa” – rimane sempre aperto al dialogo con tutti. Presente in innumerevoli convegni tra studiosi laici e di altre confessioni religiose, in un periodo di scontro di civiltà e di influenze neo-con, può rappresentare una garanzia per chi teme un irrigidimento di posizioni fino ad ora distese e pronte al confronto. Il fine teologo di Marktl am Inn è rivolto da sempre al futuro del Vecchio Continente ed ha analizzato più volte le posizioni antitetiche che Oswald Spengler e Arnold Toynbee avevano in merito. Se il primo credeva di poter fissare il futuro dell’Europa in una serie di accadimenti naturali inesorabilmente volti al suo decadimento, l’altro pur riconoscendo la crisi dell’occidente, partiva proprio dall’analisi delle cause della decadenza per far rinascere la riscossa, mossa da una “minoranza creativa”. La visione biologistica contrapposta a quella volontaristica. La questione tra Spengler e Toynbee rimarrà aperta almeno finché non ci sarà possibile prevedere le evoluzioni storiche, ma oggi il futuro del nuovo Pontificato è già iniziato ed il nuovo papa sembra in grado di imporsi come guida della “minoranza creativa” auspicata da Toynbee.


LE SFIDE DI BENEDETTO XVI - di Pierandrea Saccardo

Nel numero di agosto del 2004 della rivista "Nuova Storia Contemporanea", meno di un anno prima degli eventi che lo avrebbero condotto al Soglio Pontificio, l'allora cardinale Joseph Ratzinger scrisse un saggio dal titolo "I fondamenti spirituali dell'Europa". Nel prendere in esame la storia del vecchio continente, attraverso i suoi diversi aspetti, storici, sociali e religiosi il porporato annotava: "Facciamo attenzione in primo luogo al secondo evento, che caratterizza essenzialmente la situazione dell'epoca moderna, di quella che un tempo era l'America Latina: la scoperta del nuovo mondo. Anche l'America diventa inizialmente un'Europa allargata, una colonia, ma essa si crea contemporaneamente con il sommovimento dell'Europa ad opera della Rivoluzione Francese".

Il cardinale, come d'altra parte il suo predecessore, rivalutava pertanto il ruolo dell'illuminismo, almeno sotto l'aspetto dell'evoluzione del pensiero. Queste analisi le avrebbe ripetute nella parte della relazione "L'Europa nelle crisi delle culture" presentata a Subiaco in occasione del "Premio San Benedetto" il 2 aprile scorso. Sul tema della morale Ratzinger poi concludeva: "Nell'epoca dell'illuminismo si è tentato di intendere e definire le norme morali essenziali dicendo che esse sarebbero valide "etsi Deus non daretur", anche nel caso che Dio non esistesse. Nella contrapposizione delle confessioni e nella crisi incombente dell'immagine di Dio, si tentò di tenere i valori essenziali della morale fuori dalle contraddizioni e di cercare per loro un'evidenza che li rendesse indipendenti dalle molteplici divisioni e incertezze delle varie filosofie e confessioni". Uno sguardo al trascendente ed uno al razionale quello lanciato in più occasioni da Ratzinger a dimostrazione di come la Chiesa Cattolica guardi da tempo e con preoccupazione a certe forme dell'irrazionale che Giovanni Paolo II giudicò "forme di neopaganesimo".

Nell'arco di pochi mesi, Ratzinger è salito al Soglio Pontificio col difficile compito di rievangelizzare un'Europa profondamente divisa sul conflitto determinato dal libero arbitrio e squassata da una incipiente crisi economica. Fattori che debbono essere attentamente osservati da chi vuol cercare di capire quali indirizzi perseguirà il Santo Padre. Sui problemi legati al lavoro e al sociale questo Pontefice, al contrario di quanto scritto dalla stampa inglese, sempre pronta ad infangare ciò che accade oltre Manica, sarà di sicuro in prima linea. A questo proposito vale ricordare la testimonianza di Monsignor Paglia, animatore della Comunità di Sant'Egidio riguardo all'impegno dell'allora cardinale Ratzinger per la salvaguardia i posti di lavoro dei dipendenti delle acciaierie di Terni. Un Pontefice conservatore nella fede, ma estremamente sensibile ai fatti relativi all'occupazione. E proprio nell’Europa comunitaria risulterà decisivo il ruolo della Chiesa: già in molti si chiedono quale ruolo assumerà il Vaticano nel caso i francesi votassero no al referendum sulla Costituzione Europea, un rifiuto che causerebbe pesanti ripercussioni sull'economia continentale Un fattore che chiamerebbe inevitabilmente in causa la Chiesa di Roma che dopo la svolta impressagli da Giovanni Paolo II non può più dissociare il concetto cristiano dal bisogno di giustizia e dignità sociale.

Le sfide legate al terzo millennio non troveranno certamente impreparato Benedetto XVI che, nel suo primo messaggio è ritornato sul tema, parlando di "impegno di annuncio e di testimonianza del Vangelo, l'ardore della carità verso tutti, specialmente verso i poveri e i piccoli". Ma per uno strano gioco del destino la Germania, terra natale di Ratzinger sembra la nazione più refrattaria al nuovo Papa. Un'ostilità che trova le sue origine in quella Sassonia luterana, culla della Controriforma, una regione passata da cinquant’anni di dura occupazione sovietica alla non meno deludente fase che ha seguito la caduta del muro di Berlino. Mancano pochi mesi alle "Giornate mondiali della gioventù" che si terranno a Colonia nel mese di agosto: sarà un evento fondamentale per mettere in rilievo i rapporti tra la Santa Sede ed un paese dove sono forti le opinioni favorevoli su temi scottanti come il sacerdozio femminile, l’aborto e l’omosessualità.


UN COMPITO INAUDITO - di Pierandrea Saccardo

Il cardinale Ratzinger lo aveva intuito da tempo, da quando la malattia di Giovanni Paolo II si era aggravata. Nella sua omelia, dinnanzi alla bara di quello che era stato il suo Papa, aveva di fatto annunciato quale compito improbo sarebbe toccato al suo successore. Nell'omelia che ha inaugurato il nuovo pontificato Benedetto XVI, riferendosi alle sue responsabilità nei confronti della Chiesa, ha parlato dell’assunzione di “un compito inaudito”. Una definizione dal tono pragmatico, ma in cui non compare nessun timore, che nella sua pur chiara drammaticità ha voluto mettere in risalto, seppure in termini non ancora del tutto delineati, i futuri rapporti tra la fede e la scienza, aprendo nel contesto generale una netta differenza tra l’aspetto teologico e le aspettative di una società dilaniata tra la voglia di spiritualità e i problemi di questa difficile era. Questo Pontificato dovrà affrontare sfide di ordine geopolitico ed umanitario dalla fame nel mondo ai rischi legati alla sempre maggiore scarsità d’acqua, fino ad arrivare al preoccupante aumento del prezzo del petrolio che di questo passo rischia di mandare al tappeto le società industrializzate con tutte le ovvie conseguenze sociali.

Problemi che la Chiesa ha fatto sempre di più propri, sin da quando, ai tempi di Paolo VI, decise d'intraprendere la strada dell'evangelizzazione. Una strada obbligata poiché la dignità individuale non può prescindere dal contesto economico che a sua volta è legato a doppio filo alla politica. Non si può immaginare un’evoluzione spirituale di uno o più individui sino a quando non possono espletare le loro necessità primarie. Il Papa, nel corso della sua omelia, ha posto l'accento, sia pure attraverso una parabola, sugli inquietanti problemi mondiali di questo terzo millennio. “Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell'abbandono, della solitudine, dell'amore distrutto. Vi è il deserto dell'oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell'uomo”. Una denuncia teologica, un invito alla società a intraprendere una rotta comune quello evocato dal Pontefice?

Sarebbe un atto di presunzione pretendere di interpretare con sicumera i messaggi del capo della Chiesa di Roma. Sembra in ogni modo evidente che quanto detto durante la sua investitura ufficiale sul sagrato di San Pietro sia voluto essere un invito agli uomini di buona volontà, oltre le religioni, al di là dei confini politici, alla collaborazione. Il Santo Padre, non a caso ha citato la storica frase di Karol Wojtyla “non abbiate paura” Ma chi non bisogna avere paura? Non deve avere timore soprattutto l’Occidente quando tratta con paesi dove tuttora vengono calpestati i diritti civili di milioni di persone. Come la Cina, dove i cristiani, non solo subiscono persecuzioni, ma vengono usati come merce di scambio. Proprio la settimana scorsa, ad elezione papale avvenuta, il governo di Pechino ha fatto sapere di essere disposto ad accettare un dialogo con il Vaticano, sebbene la condizione primaria sia ancora “che quest'ultimo disconosca Taiwan”. Di fronte a quella che appare come una vergognosa proposta di baratto il mondo occidentale ha taciuto, preferendo annegare la propria coscienza per non compromettere i propri lucrosi interessi commerciali. Non ha taciuto Benedetto XVI, quando ha affermato: “Io debole servitore di Dio devo assumere questo compito inaudito, ma non sono solo”. Un’omelia pronunciata davanti ai fedeli assiepati davanti alla basilica di San Paolo ma diretta ai potenti della terra.

(aprile 2005)



(parte delle foto di questo dossier sono tratte da Repubblica.it)