NIGERIA - Il serbatoio africano perde sangue
a cura di Alessandro Tirocchi e Gabriele Natalizia


In Nigeria si combatte da tempo una guerra tra gruppi di dissidenti, a loro volta divisi in fazioni su base etnica, contro il governo centrale per il controllo della costa, nel delta del Niger, dove sono concentrati numerosi giacimenti petroliferi. È necessario evidenziare un fatto di cronaca che permette di spiegare quanto sta accadendo nel Golfo di Guinea. Il 23 settembre sono scattate le manette per Alhaj Dokubo Asari, capo della milizia della Forza volontaria popolare del Delta del Niger. I motivi dell’arresto, ordinato dalle autorità di Abuja, sono da ricercare, in base a fonti citate dalla Misna, in alcune dichiarazioni rilasciate da Asari un paio di settimane prima: il capo dei ribelli avrebbe accusato di corruzione il governo centrale, promettendo di andare avanti nella sua battaglia. Il tribunale di Abuja ha confermato il fermo, decidendo di trattenere il capo dei miliziani per due settimane, senza concedergli di consultare il proprio avvocato. L’uomo – secondo l’agenzia Reuters – avrebbe commentato la sentenza accusando il Presidente Abasanjo di essere un dittatore. Ed il clima, con la presenza sempre meno gradita delle compagnie straniere a trivellare un sottosuolo ricco di greggio, torna a farsi incandescente.

CENNI STORICI: UNA LUNGA SCIA DI VIOLENZE FRATRICIDE
La penetrazione europea in Nigeria risale alla prima metà dell’ottocento, con l’arrivo dei missionari appartenenti alla Chiesa Evangelica ed ai Fratelli Moravi, intenzionati a fare proseliti contro la tratta degli schiavi. Nel giro di pochi anni il basso corso del fiume divenne teatro di una spietata concorrenza tra mercanti francesi, inglesi e tedeschi per il commercio dell’olio di palma. Solo nel 1885 il governo britannico, preoccupato dalla perseveranza con cui le lobby della Terza Repubblica inseguivano il sogno di unire le colonie da Dakar a Gibuti, si decise a proclamare il Protettorato degli Oil Rivers, ordinando alla Royal Niger Company, comandata dall’ex-ufficiale dell’esercito George Goldie, di sottomettere i regni Hausa e Yoruba con lo scopo di arrestare l’avanzata delle truppe agli ordini di Parigi. Unificata nel 1914, la Nigeria ottenne l’indipendenza nel 1960, ma tra le duecentocinquanta etnie che la compongono scoppiò presto una lotta per il potere culminata nel cruento conflitto civile causato dalla secessione del Biafra (1967-1970). Il paese presenta numerosi cleavages culturali, che rendono endemicamente instabile l’area: sono oltre i 250 gruppi etnici-linguistici diversi. Le confessioni principali sono il Cattolicesimo e l’Islam, ma occupano un ruolo importante anche numerose religioni tradizionali africane, e spesso le differenze in materia di fede sono alla base dei conflitti che hanno infiammato il paese. Alla divisione religiosa si sovrappone quella etnica: i maggiori contrasti si sono verificati tra le popolazioni musulmane del nord, gli Hausa-Fulani, e quelle cristiane-animiste del sud, gli Yoruba. A rendere ancor più complicato il quadro, una lunga scia di epidemie, carestie, golpe e controgolpe, spesso conclusi in veri e propri bagni di sangue. Nell’aprile del 1990 fallisce un tentativo di colpo di stato, guidato dal maggiore Gideon Orkar, che contava principalmente sull’appoggio dei cristiani del sud. Gli scontri religiosi riprendono più violenti che mai tra il 1990 ed 1993, coinvolgendo centri islamici come Katsina e Kano, mentre la zona del Delta e la città petrolifera di Warri occupano un posto centrale in quelli del ’97, che vedono coinvolti gli Ijaw, gli Itsekiri (un sottoclan degli Yoruba) e gli Urhobo. La disputa è per lo spostamento del governo locale da Ogbe-Ijoh, un’area Ijaw, a Ogidigben, zona controllata dagli Itsekiri: quando verrà deciso di riportare il governo nella sua sede originale saranno rimaste sul terreno un centinaio di vittime. La tensione a Warri si infiamma nuovamente nel 1998, tra Itsekiri e Ijaw: questa volta la novità è l’attacco ai bus delle compagnie petrolifere occidentali presenti nella regione, come la Shell e la ChevronTexaco, ed alcuni tecnici addetti al lavoro nelle piattaforme vengono sequestrati da guerriglieri di etnia Ijaw. Nell’estate del ’99, dopo le elezioni che portano al potere Obasanjo, leader del People’s Democratic Party, scontentando la fazione di etnia Igbo, Warri torna ad essere teatro di scontri violentissimi, con centinaia di morti e migliaia di profughi.

TRIVELLAZIONI E GUERRE TRIBALI
L’avvenimento più significativo però risale a quando negli anni cinquanta venne rilevata nel Delta State la presenza di immensi giacimenti petroliferi che hanno attirato nei dintorni della città di Warri alcune compagnie occidentali che, nonostante gli sconvolgimenti sociali, non hanno più abbandonato la zona. Più della metà dei barili che il paese produce sono estratti dalla Royal Dutch Shell, dall’Agip e dalla Chevron-Texaco. Anche la British Petroleum e la Total-Elf-Fina possiedono alcuni impianti, mentre la Hallyburton ha dovuto lasciare il paese in seguito ad una serie di scandali in cui si è trovata coinvolta. Oggi il gigante africano, nato da una federazione di trentasei stati e popolato da circa 126 milioni di persone (con dati in costante aumento), è il sesto produttore mondiale di greggio, ha aderito all’Opec, occupando ormai un posto da protagonista sul panorama internazionale. La rappresentanza nigeriana, abbandonata l’iniziale politica low profile che in passato l’aveva contraddistinta, si è schierata apertamente, durante la seduta plenaria dell’Onu sulla riforma del Consiglio di sicurezza, dalla parte dei paesi “revisionisti”. D’accordo con Germania, Giappone, Brasile, India ed Egitto, sta conducendo una dura battaglia diplomatica con l’obiettivo di ottenere un allargamento del numero dei membri permanenti tale da rispecchiare i mutamenti avvenuti negli ultimi sessant’anni. La storia recente del paese parla di scontri religiosi sempre più sporadici, anche se in alcuni casi molto cruenti. Come a Kaduna nel febbraio del 2000 con gli incidenti tra musulmani e cristiani, o quelli scoppiati nel novembre 2002, sempre a Kaduna, in occasione del concorso “Miss Mondo” - ospitato in Nigeria - quando militanti islamici, offesi per “l’esibizione del nudo” e da un articolo apparso su un giornale locale in cui si diceva che il profeta Maometto avrebbe sposato volentieri una delle miss, hanno messo a ferro e fuoco la città causando la morte di oltre cento persone. Ma il fattore a cui vanno attribuite le principali responsabilità dei conflitti in Nigeria rimane sempre l’oro nero. Gli scontri tra Ijaw, Itsekiri e Urhobo sono sempre molto accesi e la regione vive presidiata dall’esercito schierato a difesa delle piattaforme delle major straniere. Oggetto del contendere, i contratti di lavoro con le compagnie petrolifere. In questo contesto l’esercito guidato da Asari conduce il gioco.

Il presidente Olusegun Obasanjo (nella foto) è uno degli artefici di questo cambiamento di tendenza. Il leader del People’s Democratic Party (Pnp), già vincitore delle prime elezioni libere dopo la fine della dittatura di Sani Abacha, è stato riconfermato nel 2003 battendo il generale Muhammadu Buhari, candidato dell’All Nigeria People’s Party (Anpp), nonostante le opposizioni abbiano sollevato grossi dubbi circa la regolarità delle consultazioni. Il responso delle urne ha segnato una svolta nella vita politica del paese, esprimendo per la prima volta un voto nazionale e non etnico-religioso, con la conseguente sconfitta dei partiti “tribali”. I critici di Obasanjo sostengono comunque che la sua amministrazione favorirà gli interessi delle aree a predominanza cristiana. Il nord ed il sud del paese sono infatti divisi da lacerazioni ataviche, che non di rado si sono trasformate in lotte senza esclusione di colpi. La parte settentrionale, che da sempre ha subito l’influenza ottomana trovandosi al centro delle rotte commerciali dei mercanti arabi, ha assunto nel 1988 la legge islamica, applicandola con maggiore veemenza che nei paesi mediorientali. Kano, la terza città del paese per dimensioni e la seconda dopo Lagos per abitanti, è il cuore propulsivo di una riforma giurisprudenziale che sta creando non pochi disagi. Malgrado la shari’a sia stata imposta a furor di popolo sono proprio i ceti poveri, che la considerano una sorta di panacea per ogni male, a dover pagare lo scotto degli inevitabili gap scaturiti dal forzoso tentativo di applicare le norme religiose alla vita quotidiana di uno stato afflitto dalle problematiche di una società protocapitalista. Le elité politiche e militari ne sono naturalmente immuni, possedendo denaro a sufficienza per corrompere qualsiasi tribunale “terreno”. Il radicalismo islamico continua a guadagnare consensi salendo di frequente alla ribalta delle cronache, come avvenuto durante gli scontri scoppiati in occasione del concorso di Miss Mondo o per gli eclatanti casi giudiziari che hanno visto protagoniste Safya Hussaini ed Amina Lawal. Obasanjo cerca di mediare le spinte centrifughe dando un colpo al cerchio ed uno alla botte, nel tentativo di conservare margini di trattativa con le potenze straniere. Se da una parte lascia spazio d’azione al proselitismo dei musulmani e critica l’intervento in Iraq degli Stati Uniti, dall’altra strizza l’occhio alle multinazionali rivendicando un ruolo da alleato di ferro delle democrazie occidentali. La situazione è ritornata a precipitare negli ultimi mesi proprio a Port Harcourt, dove si concentrano i maggiori interessi legati al settore dell’upstreaming.

LA MILIZIA DEL DELTA
Dokubo Asari è a capo dei Ndpvf, o Egebesu Boys come amano chiamarsi, un gruppo di ribelli attivo in scontri con clan rivali e governo: alla base della questione le divisioni degli introiti relativi alla vendita del greggio. L’oro nero nigeriano è facilmente estraibile ed è il tipo più economico da trasformare in carburante, ma gli scontri frenano la produzione: al culmine della crisi dello scorso anno la Nigeria, maggiore produttrice africana di greggio, ha accusato perdite per il 40%. Diventa fondamentale il ruolo dei ribelli, che potrebbero diventare arbitri di una situazione cruciale per il futuro prossimo dell’economia mondiale. Il leader del Ndpvf era stato armato dalle stesse persone che stanno cercando di eliminarlo: dapprima considerato utile, con la sua banda, per fiaccare l’opposizione durante le ultime elezioni, adesso viene visto come il nemico numero uno del paese. Da qualche tempo la situazione sta precipitando. Gli obiettivi sono soprattutto le infrastrutture delle aziende petrolifere della zona: la Royal Dutch Shell, la Total Fina Elf e l’italiana Eni, coinvolte, secondo i ribelli, nei massacri all’etnia Ijawi. Dopo alcuni incontri con il governo, il gruppo ribelle sembrerebbe orientato a non entrare subito in azione ma il dubbio è quantomeno lecito. Il nodo che rimane da sciogliere è la possibilità di garantire continuità alle attività petrolifere per mantenere la produzione sui 28.000 barili al giorno. L’opera destabilizzatrice dei clan è più semplice di quel che sembra. “Succhiano” il greggio dalle piattaforme e lo scambiano, a largo delle acque nigeriane, con armi e denaro che le navi petrolifere di contrabbando gli garantiscono. La parte oscura del traffico scaturisce dalle amicizie che Asari dice di vantare nell’esecutivo, talmente confidenziali da avvertirlo prima che gli elicotteri dell’esercito arrivino nei suoi campi militari. Basti pensare che una petroliera russa, fermata con 11.300 tonnellate di petrolio rubato dai ribelli, sia riuscita ad allontanarsi mentre era in custodia della polizia. Il capo del Ndpvf è stato finanziato, per l’organizzazione della sua campagna elettorale nella corsa alla presidenza del Consiglio giovanile Ijaw, dal governatore Odili, passando in seguito alla latitanza tra le paludi e gli acquitrini del Niger. Il paradosso è che i membri dell’agguerrito gruppo sono giovani disoccupati che hanno trovato un posto di lavoro con le armi concesse dal governo. Le principali recriminazioni del movimento riguardano lo sfruttamento delle risorse petrolifere del Delta del Niger, una ricchezza di cui le popolazioni locali non riescono a trattenere neppure un centesimo: ovviamente il loro scopo è ottenere i maggiori vantaggi per la tribù che rappresentano, quella degli Ijaw. E l’accordo di pace sembra scricchiolare: tra i segnali l’inizio della rottura diplomatica con l’arresto in Gran Bretagna di un esponente politico del Delta, Diepreye Alamieyeseigha. Oyeinfie Jonjon, rappresentante locale, non ha perso l’occasione per dichiarare di non poter più garantire la sicurezza delle strutture e del personale britannico presente nella regione. Secondo la Reuters, la Royal Dutch Shell ha già imposto restrizioni di movimento per i propri impiegati, fino ad evacuare il personale non essenziale, e la Chevron ha temporaneamente chiuso un paio di stabilimenti di produzione. I separatisti intanto entrano in azione, dichiarando di aver già occupato una decina di pozzi nei giorni scorsi. La preoccupazione per un escalation di violenza rimane sostenuta, malgrado si cerchi di sminuire la realtà del problema.

L’UTOPIA DI UNA SOLUZIONE A PORTATA DI MANO
Va messo in evidenza come ormai il fulcro delle tensioni non sia più religioso, ma investa un fattore socio-economico di vitale importanza come l’oro nero. Inoltre, dato da non sottovalutare per capire il peso di questo Stato nell’economia mondiale, la Nigeria è l’unico paese africano appartenente all’Opec. Le richieste della popolazione non sono di difficile intuizione: da un lato le etnie locali che si contendono i contratti di lavoro con le multinazionali, rivendicando una maggiore rappresentanza politica in seno al partito di governo, il Pdp, dall’altro la richiesta di una migliore distribuzione della ricchezza, visto che i quasi tutti i ricavi per l’estrazione di greggio finiscono nelle casse governative. Lo scorso anno un’iniziativa delle donne della regione ha portato ad un fermo di dieci giorni dello stabilimento della Chevron ad Escavros: le richieste non riguardavano i classici bisogni indotti ma acqua potabile, scuole, corsi di formazione e posti di lavoro. La Nigeria fondamentalmente rimane un paese rurale in cui si vive di pesca, agricoltura e pastorizia, e l’inquinamento portato dagli stabilimenti sta causando non pochi problemi a questi settori, specialmente per i danni subiti dalla fauna marina. In questa situazione di crisi le imprese occidentali fanno sentire il loro peso. Normalizzare la situazione non risulterebbe impossibile: l’iniziativa di maggior impatto sarebbe una distribuzione dei proventi del petrolio che coinvolga effettivamente la popolazione civile. Una soluzione peraltro già adottata in Alaska e nello stato canadese dell’Alberta. Ma forse l’Africa è veramente un angolo di mondo a parte.

(novembre 2005)