MIGRAZIONI - Evoluzione storica e prospettive future
a cura di Luigi Rotundo
Da almeno due decenni le migrazioni internazionali non rappresentano più, come negli anni Cinquanta e Sessanta, un fattore di complementarietà economica e di interdipendenza virtuosa tra l’Europa occidentale e i paesi della riva sud del Mediterraneo. Oggi tali flussi, di cui è cresciuta la componente irregolare e clandestina, sono perlopiù fonte di incomprensioni ed attriti tra Stati e spesso, purtroppo, anche tra individui.
Per ridurre queste tensioni ultimamente sono state moltiplicate le iniziative di dialogo e cooperazione tra Stati (europei) di immigrazione e Stati (nordafricani e mediorentali) di emigrazione e di transito. Si esamina questa complessa e dinamica rete di rapporti, insistendo sull’importanza di rafforzare, accanto ai rapporti bilaterali (che ormai, sul nostro versante, sono gestiti in misura crescente dalla Ue), la dimensione multilaterale e regionale della cooperazione in materia migratoria. A questo fine, occorre un ripensamento radicale del Partenariato euromediterraneo, di cui a tutt’oggi non si vedono che pochi e sparsi segnali.
DALLA FASE COLONIALE ALLA CRISI PETROLIFERA
È indiscutibile che lo spostamento di grandi masse rappresenti da secoli una costante nella storia del Mediterraneo. Venendo ad un'epoca assai più vicina alla nostra, furono quasi 500.000 gli italiani che – tra il 1876 e il 1976 – raggiunsero l’Africa. Non si tratta che del 2% del totale dell’emigrazione italiana nel secolo in questione, ma queste persone, oggi dimenticate, diedero un contributo determinante alla modernizzazione infrastrutturale e alla vita culturale del Nord Africa durante la dominazione coloniale. Nel secolo che si è appena chiuso, il pendolo ha invertito il suo andamento e la riva settentrionale, da luogo d'imbarco, è diventata meta di migrazioni di massa.
Fu la Francia a dare il via a questo fenomeno per soddisfare un bisogno urgente di “carne da cannone” durante la Prima guerra mondiale, mentre il Regno Unito riceveva i suoi immigrati dagli angoli più remoti di un impero in dissoluzione. Incidentalmente, va ricordato che il “miracolo economico” italiano ha potuto fare a meno di lavoratori marocchini, algerini o turchi, solo perché il “Belpaese”, grazie al Mezzogiorno, possedeva al suo interno un bacino migratorio ideale, perlomeno finché lo sviluppo del welfare e la riduzione dei differenziali di reddito non hanno ridotto drasticamente la propensione alla mobilità dei giovani meridionali.
Il primo shock petrolifero del 1974 è venuto a sconvolgere questo quadro, in cui le migrazioni transmediterranee rappresentavano un fattore di complementarietà e di interdipendenza virtuosa tra le economie dei due blocchi continentali rivieraschi. Tra il 1973 e il 1974, i maggiori Stati europei chiudono le frontiere ai nuovi arrivi. È una decisione epocale, i cui effetti maggiori si hanno sul piano internazionale. Da quel momento l'immigrazione in generale, ma quella araba in particolare, viene percepita in Occidente come una diseconomia e un problema politico, che si connota sempre più nettamente come questione di ordine pubblico. Nel corso degli anni Ottanta, di conseguenza, le migrazioni emergono sempre più chiaramente quale oggetto di un conflitto di interessi strutturali e fattore di tensione latente nelle relazioni euromediterranee.
Con un Nord Africa che si trova a fronteggiare una fase di esplosione demografica e stagnazione economica, aggredito dall'integralismo islamico e vulnerabile a regressioni autoritarie, l'emigrazione rappresenta una valvola di sfogo vitale e - attraverso le rimesse - un “integratore” del benessere e un fattore di stabilizzazione sociale di importanza cruciale.
Ma purtroppo l'Europa di Schengen (l'accordo originario risale al 1985) sembra essere poco sensibile a queste ragioni. Ad aggravare la situazione interviene la chiusura repentina di sbocchi migratori importanti all'interno del mondo arabo. A partire dalla fine degli anni Settanta infatti, l’Arabia Saudita e gli Emirati adottano una politica deliberata, al fine di favorire il reclutamento di manodopera asiatica a scapito di quella araba.
Al termine di questa evoluzione, quali sono dunque, oggi, le prospettive di medio-lungo termine delle migrazioni transmediterranee? Come gestire ed ottimizzare il fenomeno? Il Mediterraneo continua a configurarsi come la più netta e profonda faglia socio-economica e demografica a livello mondiale e sarebbe sbagliato aspettarsi una riduzione importante dell’immigrazione dal Maghreb in Europa nel breve o anche nel medio periodo per effetto di un tasso di fertilità più basso del previsto. Le conseguenze di questa flessione saranno a malapena rilevabili e quindi ininfluenti per almeno un decennio. Un potenziale fattore di complementarità economica rischia di trasformarsi in un generatore di contrapposizioni insanabili. Di conseguenza vanno inevitabilmente cambiati i modelli di gestione politica di tali flussi.
L’UTOPIA DELL’IMMIGRAZIONE ZERO
Nella fase di massimo sviluppo della politica migratoria attiva, i paesi europei importatori di manodopera gestivano gli ingressi in base a un modello che possiamo definire bilateralismo competitivo. Negli anni Cinquanta e, soprattutto, Sessanta, essi si facevano apertamente e duramente concorrenza sul mercato internazionale delle “braccia”, stipulando dettagliati accordi bilaterali con i paesi esportatori di entrambe le rive (Grecia, Jugoslavia, Marocco, Portogallo, Spagna, Tunisia, Turchia), i quali a loro volta erano in competizione tra loro, per ottenere le quote maggiori e le migliori condizioni di accesso. La chiusura delle frontiere operata unilateralmente dai paesi d’immigrazione all’inizio degli anni Settanta mise bruscamente fine a questo modello di gestione "contrattata" dei flussi.
La fase successiva si è caratterizzata per un approccio rigorosamente unilaterale alla regolamentazione dei movimenti migratori da parte dei paesi di destinazione.
Dapprima isolatamente, poi con un crescente coordinamento realizzato a livello intergovernativo, gli Stati europei di immigrazione hanno elaborato progressivamente dei complessi sistemi di controllo, che si sono imposti come dati di fatto. Dalla fine degli anni Settanta, il solo approccio adottato in materia è stato quello fondato sull’idea dell’immigrazione zero. Questa linea conduce ad una non-politica che ha lasciato delle forze non organizzate istituzionalmente ad agire direttamente, al di fuori della legge e dei regolamenti, al di fuori del rispetto delle norme di scambio tra gli esseri umani e di circolazione delle persone, sul mercato della manodopera. Contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettato, ciò non ha causato una crescita zero dei flussi migratori, bensì un aumento di tale fenomeno.
Due sono i principali “effetti collaterali” delle politiche di chiusura: la creazione di un mercato degli ingressi clandestini, sfruttato intensamente dalle organizzazioni criminali e la stabilizzazione dei migranti nei paesi di destinazione, attraverso i ricongiungimenti famigliari e la formazione di comunità immigrate socialmente e culturalmente coese che, in una certa misura, si autoperpetuano.
LA RISPOSTA DELLE ISTITUZIONI INTERNAZIONALI
Il primo consesso multilaterale in cui le tematiche migratorie vengono sottoposte ad un confronto pubblico ad alto livello tra Stati di emigrazione e Stati di immigrazione non è limitato al Mediterraneo, ma ha dimensione mondiale. Trattasi infatti della "Conferenza delle Nazioni Unite su Popolazione e Sviluppo", svoltasi al Cairo dal 5 al 13 settembre 1994, il cui merito maggiore è stato quello di aver collocato le dinamiche demografiche tra le grandi sfide che l’umanità ha di fronte, evidenziandone le profonde implicazioni politiche. Ma, sul piano operativo, le divergenze strutturali di interessi emerse durante i lavori, tra i paesi economicamente più sviluppati e in declino demografico e gli altri, hanno impedito di andare oltre l'assunzione di generici impegni al dialogo. Per quanto riguarda il nodo cruciale dell’immigrazione clandestina, il Programma d'azione approvato in Egitto si limita ad un auspicio: “I governi dei paesi d'origine e di destinazione dovrebbero cercare soluzioni soddisfacenti ai problemi causati dalle migrazioni irregolari, attraverso negoziati bilaterali e multilaterali aventi per oggetto, tra l'altro, accordi di riammissione rispettosi dei diritti umani fondamentali delle persone coinvolte, in conformità con le previsioni del diritto internazionale”.
Il tentativo più ambizioso e prolungato di affrontare in chiave multilaterale i nodi politici connessi alle migrazioni transmediterranee è tuttora quello effettuato nel quadro del Partenariato euromediterraneo, lanciato a Barcellona nel 1995 che doveva avere, tra i suoi principali obiettivi di lungo periodo, una gestione più armoniosa, concordata ed efficace dei flussi migratori.
Ma, fin dall'inizio, gli intendimenti concreti dei due blocchi costitutivi del progetto in questione divergono drammaticamente. Per gli europei, l’unica vera priorità è l’ottenimento di una maggiore cooperazione dagli Stati di origine e di transito nella lotta all'immigrazione clandestina mentre per i paesi extra-Ue, invece, si tratta di tutelare le comunità emigrate e di preservare la vitale risorsa economica rappresentata dalle rimesse. Le conclusioni della conferenza di Barcellona riflettono bene lo stato della discussione, disarticolata in due livelli poco comunicanti tra loro: uno piuttosto generico, focalizzato sugli aspetti positivi delle migrazioni transmediterranee; l'altro, tecnicamente più approfondito ma ugualmente improduttivo, incentrato sulla lotta all’immigrazione clandestina.
L’APPROCCIO EUROPEO ALLA QUESTIONE
Negli ultimi anni un certo approccio europeo alla questione, imperniato sugli aspetti repressivi, ed in particolare sulla riammissione, ha dimostrato tutti i suoi limiti. È evidente, infatti, quanto l'atto di riprendersi i propri cittadini fuoriusciti irregolarmente risulti impopolare per i governanti di qualsiasi paese a forte pressione migratoria. Del tutto comprensibile quindi, la tendenza di tali Stati a non pubblicizzare l’eventuale stipulazione di accordi di riammissione e a non applicarli con particolare costanza e diligenza. Per superare tali ostacoli, alcuni paesi europei hanno tentato, ultimamente, di affiancare alle semplici pressioni diplomatiche l'uso di incentivi specifici, sia di natura finanziaria che di natura tecnica (quote privilegiate di visti d'ingresso a fini di lavoro, nell'ambito della programmazione annuale degli ingressi). È importante rilevare che, con l'entrata in vigore del trattato di Amsterdam e l’avvio del processo di “Comunitarizzazione” delle politiche in materia di immigrazione e di asilo, come è stato opportunamente chiarito dal Consiglio europeo a Tampere (15-16 ottobre 1999, punto 27 delle Conclusioni della Presidenza), Bruxelles ha acquisito competenza a concludere direttamente gli accordi di riammissione.
Il moltiplicarsi dei canali di dialogo e delle iniziative di cooperazione di tipo bilaterale (sia al livello nazionale, sia a quello europeo) si accompagna alla diffusione di un certo scetticismo sull'opportunità di persistere nell’approccio regionale che caratterizza, sulla carta, il partenariato euromediterraneo. All’interno delle burocrazie di diversi Stati membri (tra cui l'Italia) serpeggiano i dubbi sull'utilità e sulla praticabilità di quella impostazione. Molti si chiedono, in sintesi: “Se riusciamo a sviluppare il dialogo diretto ed a intensificare la cooperazione con i principali paesi di emigrazione e di transito, a cosa serve insistere sulla dimensione panmediterranea?”
La domanda non è peregrina, poiché nasce dalla constatazione di difficoltà politiche oggettive accresciute dall’instabilità che deriva dal riacutizzarsi della crisi in Medio Oriente e da un’apparente incongruenza di fondo. Dal punto di vista migratorio il Mediterraneo non è uno spazio omogeneo. Mentre i paesi della riva nord, uniti in un’area di libera circolazione, costituiscono ormai un bacino di afflusso tendenzialmente unitario e conoscono problemi simili, lungo la riva sud coesistono sia Stati di immigrazione (Israele, Libia) che di emigrazione. Tra questi ultimi, poi vi sono nazioni il cui potenziale migratorio è decrescente (Turchia) e altri da cui la pressione è destinata ad accrescersi ancora, perlomeno nel breve e medio periodo (Marocco).
Un ulteriore fattore di complessità è rappresentato dal fatto che gran parte dei membri africani e medio-orientali del partenariato stanno diventando anche aree di transito dei flussi irregolari e clandestini provenienti dall’Africa sub-sahariana e dall'Asia. Infine, due importanti piattaforme di “smistamento”, le isole di Cipro e di Malta, formano delle propaggini di “spazio comunitario” nel cuore del Mediterraneo. In questo quadro, è indubbio che un foro di dialogo e cooperazione multilaterale in materia rappresenti una sfida di notevole complessità, una sfida verso cui l’Unione non potrà certo diminuire il suo impegno.
NUOVI CONTESTI E NUOVE SFIDE
Nell’epoca della “globalizzazione” accelerata e della “precarizzazione” del lavoro, le migrazioni internazionali, nel Mediterraneo ma non solo, si presentano sempre più chiaramente sotto forma di percorsi geografici ed esistenziali complessi, articolati in più tappe reversibili, in cui l’ipotesi del ritorno (o di una nuova partenza) non è mai esclusa definitivamente.
In questo contesto, il migrante non è più colui che, nel corso dell’esistenza, ricomincia altrove una “nuova vita” mutando la sua appartenenza, da uno spazio nazionale all’altro. Sempre più spesso, si tratta di un individuo che, scegliendo la mobilità (sempre una scelta fortemente condizionata, beninteso), allarga i suoi orizzonti sociali, culturali ed economici, collocandosi in una sfera transnazionale, che sempre più spesso diventa la sua unica, vera “patria”.
La parola-chiave di questo nuovo paradigma culturale e politico è co-développement neologismo introdotto inizialmente in Francia che designa uno sviluppo parallelo e sinergico del paese di origine e di quello di destinazione, in cui il migrante rappresenta la scintilla iniziale ed il fattore trainante. Non si tratta di riflettere o di mettere d’accordo orientamenti di stampo progressista con quelli più conservatori su un equivoco spesso sintetizzato nel luogo comune: “aiutiamoli a casa loro”. Si tratta bensì di affermare che se le tradizionali politiche di integrazione basate sulla progressiva acquisizione di diritti politici, economici e sociali e sul raggiungimento dell’eguaglianza e delle pari opportunità tra immigrati e cittadini restano imprescindibili, è altrettanto urgente affiancare a queste iniziative altre che favoriscano l’integrazione e contestualmente valorizzino le potenzialità degli “attori immigrati”.
La sfida più grande che dovremo affrontare sarà probabilmente quella di trasformare le disparità economiche e demografiche dell’area mediterranea, che spesso hanno costituito una fonte di incomprensioni e di tensione, in un’opportunità di ulteriore crescita. L'immigrazione deve diventare così un mezzo per promuovere lo sviluppo negli anni a venire. Soltanto attraverso uno sforzo congiunto da entrambi i lati del Mediterraneo sarà possibile gestire questa situazione, godendone i benefici potenziali. Le politiche in materia non devono risultare puramente reattive, ma orientate al lungo periodo e finalizzate alla creazione, nell’arco dei prossimi trent’anni, di un’area integrata di circa novecento milioni di persone.
(giugno 2005)