IL PIANO MARSHALL - Il nuovo ordine economico del dopoguerra
a cura di Marco Cochi


IL NUOVO SCENARIO MONDIALE
I paesi dell’Occidente capitalista nel secondo dopoguerra riformarono, sotto la leadership degli Stati Uniti, un nuovo ordine economico internazionale fondato sulla centralità del dollaro e sul libero scambi, che consentì all’Europa e al Giappone, distrutti dalla guerra, di ricostruire la propria economia avviandosi verso un trentennio di ininterrotta crescita economica basata sullo sviluppo del consumo di massa. Il conflitto ebbe un ruolo decisivo nel ridisegnare i rapporti di forza sul piano economico a livello internazionale. Lo sforzo bellico aveva costituito uno straordinario fattore di stimolo per l’apparato produttivo degli Stati Uniti, convogliando nelle zecche americane, grazie agli apporti dei paesi europei, costretti ad indebitarsi, fino al 70% delle riserve auree mondiali. Un processo che generò, negli Usa, il raddoppio della produzione industriale, il calo della disoccupazione da dieci a due milioni d’unità, e grandi progressi sul piano dello sviluppo tecnologico. L’economia del nostro continente ne uscì distrutta, e l’Unione Sovietica non faceva eccezione. Alle immani devastazioni materiali si aggiunsero il crollo di oltre il 50% della produzione industriale, l’esaurimento delle risorse finanziarie e il grande aumento del debito pubblico, con le relative conseguenze sull’inflazione e la disoccupazione.
Nel quadro delineatosi gli Stati Uniti proposero fin dal 1944 la costruzione di un nuovo ordine economico internazionale, capace, al termine delle ostilità, di rimettere in moto l’economia mondiale. Obiettivo primario, impedire che, venuti meno gli effetti trainanti del conflitto, la loro economia ripiombasse nella depressione per mancanza di mercati sui quali indirizzare le enormi capacità produttive. Secondo gli economisti americani era necessario ripristinare la convertibilità delle monete e liberalizzare il commercio internazionale in quanto sarebbe stato il nazionalismo economico, con il suo corredo di politiche autarchiche e di protezionismo, la causa dello scatenamento del secondo conflitto mondiale. Di conseguenza la libertà degli scambi veniva proposta come garanzia di libertà politica e di sviluppo della democrazia, entrambe fondate sul raggiungimento del benessere sociale. Furono così gettate le basi di un nuovo ordine mondiale, con una serie d’accordi volti a coordinare la politica economica dei paesi raccolti intorno alla leadership americana.
Nel luglio del 1944, per volere di Washington, i rappresentanti di 44 paesi si incontrarono a Bretton Woods, nel New Hampshire, per promuovere una conferenza monetaria e finanziaria con l’intento di creare un nuovo sistema monetario internazionale capace di agevolare, a guerra finita, la piena occupazione e la stabilità dei prezzi permettendo allo stesso tempo ai singoli membri di raggiungere l’equilibrio esterno senza imporre restrizioni al commercio internazionale. Il maggiore risultato ottenuto nel corso della conferenza fu l’istituzione del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), istituto posto a garanzia della stabilità valutaria mondiale, dotato di risorse finanziarie proprie, costituite con contributi degli aderenti e abilitato a concedere prestiti ai paesi membri in difficoltà di bilancio. Vennero anche poste le basi per una seconda istituzione, la Banca Mondiale, il cui duplice scopo era di aiutare i paesi belligeranti a ricostruire le proprie economie danneggiate e consentire ai primi territori coloniali sviluppati di modernizzarsi. Furono questi gli avvenimenti che precedettero il programma di aiuti che passerà alla storia con il nome del suo ideatore, George C. Marshall.

IL PIANO DI AIUTI
Lo storico D. K. Adams scrisse come per l’Europa la dottrina Truman e il piano Marshall erano stati “le due metà di una stessa noce”, Winston Churchill lo definì come “l’atto più generoso della storia”. In realtà rimane lecito dubitare che un programma vago e altruistico, ispirato a uno spirito generico di benevolenza, potesse riscuotere vasti consensi popolari o politici, e difatti l’operazione non era esente da interessi di parte. I legami storici tra le due sponde dell’Atlantico erano forti: l’isolazionismo degli Stati Uniti era stato affievolito, se non completamente distrutto, dalla seconda guerra mondiale, mentre una crescente consapevolezza della natura e della potenza del sistema sovietico fece capire come non fosse possibile restare soli in un mondo ostile. A molti americani sembrò una prova di buon senso rinunciare a parte della ricchezza nazionale per aiutare la ripresa dell’Europa. Il bilancio del 1939-1945 era pesantissimo: numerose regioni erano state devastate dai combattimenti e le potenze imperiali avevano in gran misura esaurito le riserve d’oltremare nella lotta contro le potenze dell’Asse, non disponendo dei capitali necessari per ricostruire le industrie e convertirle alle produzioni del tempo di pace. Scarseggiavano viveri, combustibili e materie prime. In Gran Bretagna la situazione era grave: era stato necessario liquidare 4,5 miliardi di dollari, più altri 6,8 in crediti, ma nonostante un afflusso di 21 miliardi dovuto alla legge “Lend and lease” (affitti e prestiti), il deficit nel 1947 era ancora di 8 miliardi. La Germania aveva visto la sua produzione crollare a un terzo di quella dell’anteguerra, l’Urss aveva perso il 40% del suo apparato industriale. In tutto il continente erano stati distrutte fabbriche, alloggi, mezzi di trasporto, intere città erano ridotte a cumuli di macerie. Le reti ferroviarie erano per due terzi inservibili, la produzione cerealicola era diminuita di un terzo in Francia e in Germania, della metà in Europa orientale.
Quando calò la Cortina di ferro, i problemi del dopoguerra si aggravarono, in quanto la nostra economia fu tagliata in due unità artificiali, simboleggiate emblematicamente nella tragedia della Germania divisa. Nel 1946 e nel 1947 la produzione agricola e industriale scese, in tutti i paesi europei, al di sotto dei livelli d’anteguerra, dimostrandosi inadeguata alle esigenze di una popolazione diventata più numerosa nonostante le enormi perdite subite durante il conflitto. Anche le forze della natura sembravano cospirare contro la ripresa: il terribile inverno del 1946-1947 fu seguito prima da una serie di inondazioni e poi dalla siccità. Un’importante conseguenza degli organi di trazione economica fu la stabilità governativa e il circolo si chiuse quando la debolezza politica contribuì ad accrescere le tensioni economiche: i governi instabili non erano in grado di prendere le rigorose misure che sarebbero state indispensabili per la ripresa. Mentre andava prendendo forma la dottrina Truman, il consiglio dei ministri degli Esteri era riunito a Mosca dove, nonostante le molte speranze, non si approdava ad alcun risultato positivo. Le quattro grandi potenze non riuscivano a raggiungere un accordo riguardo il futuro della Germania e, dopo alcune conversazioni private con Stalin, il 15 aprile il generale Marshall, che come segretario di stato americano aveva sostituito Byrnes, si convinse che l’Unione Sovietica stava cercando di prendere tempo in attesa di un completo collasso economico dell’Europa, intuendo che l’unica soluzione era un’immediata azione americana. Del resto, al dipartimento di Stato, una vera e propria pianificazione di un programma di aiuti era già cominciata, sotto la guida del sottosegretario Dean Acheson. Quest’ultimo in un discorso ufficiale datato 8 maggio 1947 sostenne pubblicamente la necessità di tale programma nonché della sopravvivenza delle istituzioni democratiche in Europa per l’interesse nazionale.

IL DISCORSO DI HARVARD
Il generale Marshall, il 5 giugno 1947, durante un incontro tenutosi presso il Circolo dei laureati dell’università di Harvard, proclamò con forza l’interesse degli Usa su scala globale in un discorso oggi considerato come il lancio ufficiale del piano che porta il suo nome: «La situazione mondiale è molto seria». «La guerra ha lasciato delle rovine tali che i bisogni dell’Europa … sono maggiori delle capacità di pagamento… È necessario prevedere un aiuto supplementare, un aiuto che sia gratuito e assai notevole, per evitare di esporsi ad una dislocazione economica, sociale e politica molto grave». Questo aiuto, reso indispensabile dalla mancanza di dollari (Dollar gap) che affliggeva la Francia, l’Inghilterra e in maniera più estesa tutto il resto del continente, non poteva essere accordato gradualmente e irregolarmente come era stato fatto dopo il 1945 ma all’interno di un progetto coordinato su vasta scala. «È evidente che prima che il governo degli Stati Uniti possa ulteriormente proseguire i suoi sforzi per alleviare la situazione e avviare il mondo europeo verso la rinascita, si dovrà raggiungere un accordo tra i paesi europei in merito alle necessità della situazione e alla parte che questi paesi dovranno svolgere… Il programma dovrebbe essere unico e costituire il risultato dell’accordo fra parecchie, se non fra tutte le nazioni europee». Così in principio fu stabilito che l’Europa avrebbe preso delle iniziative positive e che la partecipazione al piano sarebbe stata estesa dall’Atlantico agli Urali. Proprio nel momento in cui, con la dottrina Truman, si consolidavano i fronti contrapposti dell’Est e dell’Ovest, il piano Marshall pareva, almeno nella sua prima formulazione, un ultimo tentativo di collaborazione e di intesa mondiale.
Le principali nazioni europee istituirono una commissione per la collaborazione economica europea (Ceec) che il 22 settembre 1947 presentò al governo degli Stati Uniti un rapporto con la proposta di un programma quadriennale per la ricostruzione economica, comprendente sedici paesi dell’Europa e la Germania Occidentale. Si fissarono quattro obiettivi: aumento della produttività industriale e agricola almeno ai livelli d’anteguerra, stabilità finanziaria, collaborazione economica tra i paesi partecipanti, soluzione del problema dei deficit in dollari attraverso l’espansione delle esportazioni. I membri propugnavano la collaborazione, la riduzione delle tariffe e la convertibilità delle monete nazionali. Parallelamente al lavoro svolto dal Ceec, alcuni gruppi di studio avrebbero preparato piani specifici per affrontare ogni tipo di emergenza. Il Consiglio dei consulenti economici (Cea) stese analisi particolareggiate della situazione generale; la Commissione per gli aiuti all’estero, presieduta dal segretario al Commercio Averell Harriman, esplorò le ramificazioni di un programma di aiuti ad ampio raggio; una terza commissione, guidata da Julius Krug, segretario degli Interni, esplorò le capacità degli Stati Uniti, dal punto di vista delle risorse, di provvedere a un vasto programma di aiuti economici. Quando le varie commissioni presentarono i loro rapporti, nell’autunno del 1947, ciascuna si pronunciò a favore del piano Marshall e fondò i propri argomenti sui vantaggi che gli interessi nazionali ne avrebbero tratto. Tutti convennero che la sicurezza degli Stati Uniti sarebbe stata minacciata se l’Europa avesse avuto un tracollo. Il Consiglio dei consulenti economici riferì che senza un vasto programma di aiuti le esportazioni americane avrebbero subito una brusca contrazione, con imprevedibili contraccolpi sull’economia interna. La commissione Harriman calcolò che una ripresa europea avrebbe richiesto tra il 12 e 17 miliardi di dollari e che un aiuto simile non sarebbe stato un gesto caritatevole ma una spesa fatta nel pubblico interesse. Tema costante ribadito da tutti i gruppi di studio fu che gli in Stati Uniti non dovevano dirigere le operazioni dall’altra sponda dell’Atlantico ma collaborare a un programma concordato con l’Europa.

LE RAGIONI DELL'INTERVENTO
Meno di cinque mesi dopo il discorso pronunciato da Marshall a Harvard il lavoro preparatorio del piano d’aiuti era ultimato. Il 19 dicembre il presidente Truman mandò al Congresso un messaggio sull’appoggio degli Usa alla ricostruzione europea. Gli incontri preparatori ebbero inizio nel gennaio 1948. Indipendentemente dal dibattito che si era svolto nelle commissioni governative congressuali, questa linea politica era già stata oggetto di accese discussioni pubbliche. Il più importante tra gli enti che propagandarono gli obiettivi di questa politica fu il comitato per il piano Marshall, composto da eminenti cittadini provenienti da tutti i settori della società, che condusse una campagna martellante quanto prestigiosa. Benché le udienze ai vari livelli non fossero affatto una formalità, gran parte del lavoro di base era già stato fatto. Il colpo di stato in Cecoslovacchia, nel febbraio 1948, contribuì a rinsaldare la convinzione che il comunismo fosse per sua natura aggressivo ed espansionista: le commissioni del Congresso si pronunciarono unanimemente a favore del piano, alla fine del mese. Il tono al dibattito politico sul disegno di legge fu dato dal senatore Vandemberg del Michigan, presidente della commissione per le relazioni con l’estero. In un discorso che fece molta impressione, questo ex isolazionista stabilì un rapporto diretto tra programma di aiuti e dottrina Truman, sottolineando che quella legge mirava ad assicurare pace e stabilità agli uomini liberi in un mondo libero con i mezzi economici piuttosto che militari. «Sostenere la scelta occidentale significa emancipare totalmente l’Europa occidentale dai sussidi americani quando l’avventura sarà finita». Il dibattito che seguì il discorso di Vandemberg fu caratterizzato dal desiderio di comprendere le implicazioni della legge più che da un’ostinata opposizione a un impegno americano di così ampia portata. Il 3 aprile 1948 la legge veniva ratificata: prevedeva un piano quadriennale per realizzare il programma di ricostruzione e autorizzava lo stanziamento di circa 4,3 miliardi di dollari per il primo anno. Con i paesi partecipanti sarebbero stati stipulati accordi bilaterali e ogni governo straniero avrebbe potuto depositare moneta locale, “fondi di controparte”, equivalenti alle somme ricevute, da utilizzare per la ricostruzione. Ogni governo era tenuto ad aiutare gli Stati Uniti a costituirsi una scorta di materiale strategico, mentre diverse clausole particolari dovevano servire a proteggere il naviglio Usa e altri interessi americani. Per realizzare il programma fu istituita l’Amministrazione per la collaborazione economica (Eca) diretta da un amministratore responsabile verso il presidente e di grado pari a quello dei capidipartimento. Nell’aprile 1948 fu nominato per l’incarico Paul G. Hoffman, presidente della Studebaker Corporation.
Il principio operante del programma di ripresa europeo (Erp, European Recovery Program) rimase quello con cui s’era dato il via alla prima pianificazione. Hoffman ebbe a dire: «Ero assolutamente convinto che nessun piano imposto da un gruppo di pianificatori di Washington avrebbe potuto essere efficace... La responsabilità dovrà essere addossata agli stessi europei». Aver Harriman fu nominato rappresentante speciale in Europa e lavorò in stretta collaborazione con l’Oece (Organization for European Economic Co-operation), derivata dalla Ceec. Benché conservassero l’autonomia economica, i paesi membri accettarono di prendere determinate decisioni tenendo presenti le conseguenze che ne potevano derivare per gli altri paesi, dal ridurre le barriere doganali ad operare per un sistema di pagamenti multilaterale. Con lo sviluppo del programma, si comprese che le sue peculiarità erano diverse a secondo delle diverse regioni in cui veniva applicato e così fu deciso di effettuare una pianificazione nazione per nazione. Il prelievo degli aiuti venne curato direttamente dai paesi partecipanti evitando così all’Eca di creare una complicata burocrazia di enti incaricati di sopperire a tale esigenza. Le richieste di autorizzazione ai prelievi presentate dai singoli governi venivano riferite all’Eca di Washington, dove venivano verificate per ottenere l’assicurazione che corrispondessero ai requisiti e che non avessero implicazioni nocive per l’economia interna americana. Nel periodo che corre dal 1948 al 1952 il Congresso stanziò in tutto 13.150 milioni di dollari per il programma di ricostruzione: il più alto stanziamento annuale sarebbe stato quello dell’anno successivo all’erogazione dei primi aiuti. All’inizio, l’accento fu posto sulla fornitura di prodotti alimentari, mangimi e fertilizzanti, per sopperire alle immediate deficienze dei paesi europei e aumentare la produttività agricola. Successivamente passò sulle materie prime industriali e sui prodotti semilavorati: macchinari, veicoli e combustibile. Il 69,7% dei beni veniva acquistato negli Stati Uniti, compreso il 98% dei veicoli e dei macchinari, con conseguenti benefici per l’economia interna americana. La parte del leone, per quanto riguarda gli aiuti, spettò alla Gran Bretagna, con 3.176 milioni di dollari, seguiva la Francia, 2706, mentre la Germania Occidentale, terza della lista, ebbe solo poco più della metà degli aiuti forniti al governo di Parigi.
Gli effetti del programma si fecero sentire ben presto: contribuirono alla bonifica delle terre in Italia, alle costruzioni navali in Gran Bretagna, ai progressi dell’agricoltura in Germania e fecero conoscere il mais ai monaci benedettini dei Pirenei. Sotto lo stimolo degli investimenti dei fondi di controparte cominciò ad aumentare la produzione. Nei primi due anni la produzione industriale dell’Europa occidentale aumentò di oltre il 25% e in tutti i paesi superò livelli del 1938. I progressi continuarono nel 1951, ma l’anno seguente cominciarono gradatamente a ridursi. Il piano Marshall fu il risultato di una situazione complessa e, come tale, può essere inteso solo se si tengono presenti contemporaneamente tutti gli elementi che lo generarono, anche quando ragioni espositive impongono di separarli. Pratica riprova della sua efficienza è che intorno al 1950 la ricostruzione dell’economia europea poteva dirsi compiuta, con il ritorno della produzione industriale ai livelli prebellici e l’avvio del risanamento finanziario, che verrà completato intorno al 1958, quando gli aiuti avevano raggiunto i loro obiettivi principali e l’atmosfera della politica internazionale era radicalmente mutata.

IL DISCORSO DI VYSHINSKY ALL’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU
George C. Marshall nel proporre il suo programma di aiuti offrì il sostegno finanziario a tutte le nazioni europee uscite dalle guerra, compresa l’Unione Sovietica. Il governo sovietico e i relativi stati satelliti in seguito rifiutarono tale sostegno, provocando in questo modo la divisione economica e politica in Europa. Immediata e violenta fu la reazione dell’Urss e di tutti i partiti comunisti europei riguardo al piano dal quale si erano auto-esclusi. Il programma di aiuti voluto dal segretario di stato americano fu presentato come una manifestazione dell’imperialismo statunitense per stabilire il suo dominio politico ed economico sull’Europa. I governi firmatari furono definiti “valletti dell’imperialismo americano”. In più di un’occasione i maggiori esponenti politici sovietici dichiararono che il vero scopo degli Usa era di accerchiare l’area sovietica e di preparare contro di essa una guerra di conquista. Il discorso tenuto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel mese di settembre del 1947, l’allora delegato dell’Urss Andrei Vyshinsky, ministro degli Affari Esteri per il proprio governo, fu un efficace spiegazione dell’interpretazione che venne data del piano Marshall sull’altro lato della cortina di ferro. «La cosiddetta dottrina Truman ed il piano Marshall sono particolari e illuminanti esempi del modo in cui i principi della Nazioni Unite sono stati violati, nel senso in cui il ruolo dell’organizzazione da poco costituita è già stato ignorato. Come l’esperienza dei pochi mesi appena trascorsi ci ha indicato, la proclamazione di questa dottrina ha significato che il governo degli Stati Uniti si è mosso verso una rinuncia diretta dei principi di collaborazione internazionale e di azione concordata nei confronti delle grandi potenze, e verso i tentativi di imporre la propria volontà su altri stati indipendenti; mentre allo stesso tempo ha ovviamente usato come strumento di pressione politica le risorse economiche distribuite sotto forma di sostegno alle diverse nazioni bisognose. Ciò è chiaramente dimostrato dalle misure approntate dal governo degli Stati Uniti riguardo alla Grecia e alla Turchia le quali ignorano ed escludono le Nazioni Unite come pure dalle misure proposte nell’ambito del cosiddetto piano Marshall in Europa. Questa politica è in aperto conflitto con il principio espresso tramite l’Assemblea Generale nella relativa risoluzione dell’11 dicembre 1946, che dichiara che gli aiuti forniti ad altri paesi “non dovranno essere usati... ad alcun tempo come arma politica”. Come appare ora chiaro, il piano Marshall costituisce essenzialmente soltanto una variante della dottrina Truman adattata alle condizioni dell’Europa post-bellica. Nel portare in avanti questo programma, il governo degli Stati Uniti ha contato apparentemente sulla cooperazione dei governi del Regno Unito e della Francia per porre i paesi europei di fronte al fatto che la concessione di aiuti è strettamente legata all’obbligo di rinunciare al loro inalienabile diritto di poter disporre delle proprie risorse economiche e di pianificare l’economia nazionale nelle modalità ritenute più consone da ogni singolo paese. Gli Stati Uniti hanno anche tenuto conto del fatto che tutti questi paesi nell’attuale momento dipendono direttamente dal monopolio americano. Inoltre i tecnici dell’economia statunitensi si stanno adoperando per evitare la depressione che potrebbe colpirli, derivata da un’esportazione accelerata dei prodotti e dei capitali verso l’Europa. Sta diventando sempre più evidente agli occhi di tutti che la messa in atto del piano Marshall significa prima di tutto porre i paesi europei sotto il controllo economico e politico degli Stati Uniti e in seguito produrrà anche una diretta interferenza americana negli affari interni di questi paesi. Inoltre, questo programma è un tentativo di tagliare Europa in due blocchi e, con l’aiuto del Regno Unito e della Francia, di completare la formazione di un blocco di parecchi paesi europei ostili agli interessi dei paesi democratici dell’Europa orientale e in special modo agli interessi dell’Unione Sovietica. Una caratteristica importante di questo programma di aiuti è il tentativo di contrapporre i paesi dell’Europa orientale con un blocco di stati dell’Europa occidentale compresa la Germania occidentale. L’intenzione è di usare proprio quest’ultima e la sua industria pesante come una delle basi economiche più importanti per consentire l’espansione americana in Europa, senza curarsi degli interessi nazionali dei paesi che hanno subito l’aggressione tedesca. Devo soltanto ricordare questi fatti per mostrare l’incompatibilità assoluta della politica degli Stati Uniti e dei governi britannici e francesi che la supportano, con i principi fondamentali che hanno contraddistinto la nascita delle Nazioni Unite».

(marzo 2005)