JUGOSLAVIA - Le cause della disgregazione
a cura di Marco Cochi

Tito lasciò questo mondo con il sogno che la Federazione multietnica jugoslava potesse sopravvivere al proprio padre spirituale, ma la sua illusione è stata minata dallo sfascio del forte potere centrale che l'aveva tenuta unita. Una coesione dovuta non solo alla minaccia delle armi, alla quale era talvolta ricorso, ma soprattutto alla propaganda abile a nascondere gli errori, le debolezze, e pronta invece ad esaltarne i pregi. Così pochi anni dopo la sua scomparsa, la Federazione si è infranta per la volontà di autodeterminazione delle singole componenti nazionali. Un paese, la Jugoslavia, in cui ha agito da collante l'orgoglio della comune lotta contro le preponderanti forze nazi-fasciste che l'avevano invasa, dalla stessa lotta partigiana condotta contro i cetnici, di stampo monarchico, contro i croati, alleati dell’Asse. La Jugoslavia era l'erede di quella lotta partigiana. Un paese formatosi in un contesto di aperta, e complessa, conflittualità, soffocata dal regime comunista, capace però di risvegliare un senso di appartenenza profondo, in una regione in cui, più che altrove, per orgoglio si è disposti a pagare anche il prezzo più alto. Tito (nella foto), abile ingegnere del regime, si era ritagliato un ruolo di tutto rispetto, nel panorama internazionale, dapprima con il fiero strappo da Mosca, definitivamente maturato durante il V Congresso del PCJ, nel luglio 1948 e poi con la geniale trovata del "non allineamento": un ruolo che, senza la figura, il carisma, del suo padre spirituale non sarebbe potuto spettare ad una realtà così minoritaria. Era evidente che all'inizio del maggio 1980, la morte del Maresciallo, come amava farsi chiamare per i gradi guadagnati sul campo durante la Resistenza, avrebbe radicalmente cambiato lo scenario del futuro jugoslavo. Le strutture, che pure erano state congegnate per resistere alla scomparsa del suo fondatore, crollarono miseramente nel giro di pochi anni, come peraltro previsto da molti osservatori occidentali.

LA VIA JUGOSLAVA AL COMUNISMO
La Federazione jugoslava era formata da sei repubbliche, di cui una, la Serbia, con due province autonome, il Kosovo e la Vojvodina. Il partito comunista, pur mantenendo la leadership del sistema politico-sociale, cercò di creare uno stato che si adattasse alle profonde differenze etniche, religiose, culturali ed economiche che esistevano tra le diverse regioni, ma anche all’interno delle singole repubbliche. Non potendosi permettere un’opposizione sul piano strettamente politico, il Partito comunista varò, negli anni '50 e '60, un modello di stato che lasciasse un margine ampio all'autogestione. Modello, questo, che fu definitivamente ratificato dalla Costituzione varata nel 1974. Ai singoli stati venne riconosciuta una propria giurisdizione, una notevole indipendenza economica, perfino un’organizzazione militare che, di fatto, attraverso la struttura della Difesa Popolare Territoriale, operava su base locale. Ciò che esprimeva dunque l'unità era l'esercito regolare, che rappresentava la volontà di difesa, l'orgoglio di questo piccolo stato che non aveva esitato a mettersi contro il gigante sovietico. L'esercito fu l'asse di supporto della Federazione, e per questo le più alte cariche erano ricoperte da esponenti che a turno rappresentavano tutte le repubbliche. Tito sapeva che questo era necessario per debellare l'idea di un esercito filo serbo, che fosse in grado di discostarsi dall'immagine di guardiano degli interessi belgradesi. L'accusa di essere composto da serbi, in misura eccessiva, fu un ritornello continuo nella storia della Jugoslavia. I numeri non confermano quest'idea, ma il braccio armato è stato effettivamente percepito come storicamente sordo alle istanze di indipendenza delle singole repubbliche. Nell'epoca titina, comunque, l'esercito si era distinto per la fedeltà al regime, pronto a difendere l'unità federale e l'ortodossia politica ovunque e contro chiunque osasse metterla a repentaglio. La figura di Tito fu un argine contro il proliferare di qualsiasi tipo di polemica, intervenendo anche con durezza per reprimere ogni squilibrio.

All'inizio degli anni sessanta, si era ipotizzata la possibilità di aprire il sistema economico jugoslavo al libero mercato, ma la prospettiva era rientrata per la mancanza di una classe imprenditoriale, che era stata sostituita da esponenti governativi. Sembrano essere stati coinvolti nella lotta da una parte il centralismo serbo, con la struttura del partito e la sua burocrazia, dall'altra i poteri locali, che chiedono spazi sempre maggiori. Nel 1962 il fallimento del tentativo di apertura al libero mercato finisce con l'innalzare l’inflazione, aumentare lo scontento popolare e conferma il dato di fatto che ogni provvedimento tendente a superare lo stallo dell'economia pianificata incontrava comunque grossi ostacoli. Tito, sempre attento agli umori della folla, fa rapidamente marcia indietro. Il meccanismo della domanda e dell'offerta produsse un aumento dei prezzi, scatenando un vortice inflazionistico devastante. In ossequio all'autogestione, ogni repubblica applicò aumenti tariffari a proprio piacimento. Il biglietto ferroviario, per esempio, variava da repubblica a repubblica: "la versione jugoslava del libero mercato". Criteri squisitamente economici pretenderebbero la chiusura delle "fabbriche politiche", spesso delle cattedrali nel deserto sorte con lo scopo di favorire le economie locali, combattendo la disoccupazione, definita "un male delle economie capitaliste". L'emigrazione, a cui pure si ricorre, è un palliativo, che consente di limitare gli squilibri che si vengono a creare. Ciò che resta, invece, è l'illusione che il socialismo jugoslavo possa convivere con provvedimenti che avvicinino il paese ai mercati occidentali. La liberalizzazione, avversata nell'ambiente serbo della burocrazia del partito, trova ovviamente adepti in Croazia e in Slovenia, contagiate in misura maggiore dal vento europeo, e per questo da sempre alla ricerca di una maggiore autonomia. Il leader del Partito comunista croato, Mika Tripalo, parla della necessità di "cambiamenti radicali". Ma il regime non può tollerare certe aspettative. Nel 1971, la "primavera croata" è soffocata da un colpo di mano, ad opera delle forze armate guidate dallo stesso Tito. I dirigenti, che, come Tripalo, aspiravano a spazi maggiori di autogestione, sono messi sotto accusa. L’anno successivo, nel 1972, tocca al partito serbo. La presa di posizione di Tito chiude le porte ai teorici del nuovo corso. La corrente liberale del locale partito cade in disgrazia. E’ la tomba dell’aspirazione di far coesistere un sistema politico monopartitico con un sistema economico liberale. Una combinazione che era stata definita, pomposamente, "la via jugoslava". Gli ultimi anni del regime di Tito trascorrono dunque senza sussulti. La crisi economica è lenita dagli ingenti prestiti che il prestigio del Maresciallo riesce a far affluire nel paese. Chiaramente non si tratta di una soluzione, soltanto di un rimedio temporaneo, che anzi, a lungo termine, aggrava il problema. La questione sembra rimandata al momento in cui Tito sparirà dalla scena.

LA JUGOSLAVIA DOPO TITO
Josip Broz, conosciuto nel mondo come il Maresciallo Tito (nella foto con Fidel Castro), muore all’inizio di maggio del 1980, in una clinica di Lubiana, pochi giorni prima di compiere ottantotto anni. La trombosi agli arti inferiori gli rendeva ormai difficile la deambulazione, nonostante si sforzasse di non darlo a vedere. Al vertice dei paesi non allineati dell'anno precedente, a Cuba, gli era stato consentito di parlare dal proprio posto, senza dover raggiungere il podio. Tornato in patria, aveva fatto in tempo a ricevere Pertini, in visita ufficiale come presidente della repubblica italiana. L'impaccio dei movimenti era palese, quindi era stato necessario il ricovero. Gli era stata amputata una gamba, nel tentativo di allungargli la vita. Un'equipe, composta dai migliori medici del paese, assistita da luminari di fama internazionale, aveva cercato di rinviare questa ora fatale, che avrebbe riportato la Jugoslavia a confrontarsi con la propria situazione. I funerali furono imponenti. Era il riconoscimento del mondo al politico che aveva saputo ritagliarsi un ruolo di tutto rispetto nello scenario internazionale, alla guida di un piccolo stato balcanico. I capi di stato che affollarono la cerimonia, nella loro eterogeneità, davano un'idea dello spessore mondiale del Maresciallo. A nessuno, però, potevano sfuggire i tanti problemi che il dopo Tito avrebbe posto, primo fra tutti la successione, alimentato dal fatto che tutti i possibili eredi erano spariti dalla scena. Era stato ideato allora un sistema impersonale, che avrebbe instaurato una rotazione delle cariche, in modo da permettere che le repubbliche venissero rappresentate. Il Maresciallo vedeva con chiarezza quale fosse il problema principale che la Federazione avrebbe dovuto affrontare dopo la sua morte. La successione avvenne all’insegna del "dopo Tito, Tito", ad indicare la continuità del sistema, la possibilità di far sopravvivere il regime al decesso del padre spirituale, anche in assenza di un successore di prestigio. Ancora nel 1982 veniva fatto ottimisticamente notare che nel biennio appena trascorso c’erano stati meno scioperi che nel precedente, a voler significare la volontà del popolo jugoslavo di superare il trauma della perdita. La situazione economica era però devastata, con un’inflazione in continua crescita. I debiti che il Maresciallo aveva contratto all’estero avevano permesso al paese di vivere al di sopra delle proprie possibilità, ma ora il passato tornava a presentare il conto. Le istanze localistiche in materia di liberalizzazione avrebbero forse potuto alleviare il problema dei nascenti nazionalismi; invece il Maresciallo aveva preferito mantenere una linea rigida, ed aveva represso tutte le forme di dissenso, pure parziale. Anche da questo punto di vista i conti dovevano essere saldati. L'illusione che il sistema potesse sopravvivere, insomma, è durata pochi anni, compressa dai problemi, che un potere centrale reso meno forte dal sistema rotatorio ideato per la successione non ha saputo contrastare. Diversi fattori hanno concorso a sgretolare il puzzle jugoslavo: la crisi economica, il crollo di peso sullo scacchiere internazionale, la rinascita di fortissimi sentimenti nazionalistici nelle repubbliche, le pressioni degli altri stati, tra cui quelli confinanti, portatori di evidenti mire annessionistiche.

Il prestigio internazionale che Tito era riuscito a guadagnarsi aveva favorito l'afflusso di crediti esteri, consentendo al paese di vivere per anni al di sopra delle proprie possibilità. Questo aveva comportato però due generi di problemi. Anzitutto, ovviamente, l’impossibilità di continuare a vivere su questi livelli, quindi si rendeva necessario restringere gli aiuti internazionali. Inoltre si poneva la questione della redistribuzione della ricchezza nell'ambito delle varie repubbliche. Il Maresciallo aveva operato una politica di compensazione, lontana da qualsiasi criterio di economicità, che prevedeva l’aiuto delle repubbliche più ricche verso quelle più povere. Nelle regioni disagiate erano stati aperti stabilimenti che costituivano autentici monumenti allo spreco, cattedrali nel deserto che non avrebbero potuto sopravvivere alla concorrenza del mercato. D'altro canto, benché non avessero mancato di suscitare critiche da parte, soprattutto, di Croazia e Slovenia, l’influenza del Maresciallo, il forte potere centrale con il suo fedele braccio armato, avevano fatto sì che la situazione restasse sostanzialmente sotto controllo. Adesso, giunta l'ora di voltare pagina e ridisegnare l’economia federale, era inevitabile che il flusso interno di ricchezza fosse conteso tra chi non voleva più elargire (o almeno non in modo così copioso) e chi non voleva rinunciarvi. Era chiaro, d’altro canto, che proprio i finanziamenti avevano permesso di controllare l’esplosiva situazione politica in alcune repubbliche. A fronte di queste incertezze, comunque di difficile soluzione, la situazione andò costantemente peggiorando. L'inflazione toccò la punta, stratosferica, del 1400%. Sarebbero occorsi, a questo punto, provvedimenti drastici, che potevano essere presi solo da un governo forte, e stabile. Coraggiosamente tentò il premier Ante Markovic, un croato in fama di tecnocrate, di mettere un freno. Svalutò il dinaro, riportando i livelli inflazionistici al 120%, e la voragine del debito estero venne ridimensionata. Ma questi provvedimenti, inevitabilmente, intaccarono il già misero tenore di vita della popolazione. Il reddito nazionale era calato del 10%, gli investimenti di oltre il 20%. A questo quadro desolante si sarebbe potuto opporre una politica di assistenza internazionale, ma gli Stati Uniti, il 5 novembre del 1990, con la legge 101-513, tagliarono ogni aiuto, credito o prestito alla Jugoslavia. Le conseguenze erano devastanti al punto che la CIA, in virtù di questo provvedimento, profetizzò il dissesto violento della Federazione entro un anno.

L'unica prospettiva evidente in risposta alla devastante crisi era che inevitabilmente, presto o tardi, sarebbe dovuto intervenire l’esercito per sedare le immancabili rivolte. Un esercito in cui il 60% delle truppe erano serbe, ed era inevitabile che la sua azione fosse avvertita come espressione degli interessi dell’etnia serba, a scapito delle altre. Inoltre le forze armate erano state concepite per essere appoggiate da un'efficace lotta partigiana, secondo un modello che nel '45 si era mostrato vincente, e al quale forse il ceto dirigente jugoslavo era affezionato per motivi sia ideologici che personali. Questa politica di diffusione dell’esercizio militare, attraverso l’istituzione della Difesa Popolare Territoriale, nonostante il fallimento di questo istituto, aveva contribuito a portare "un’arma in ogni casa". Ciò diede un’ulteriore spinta verso l’esplosione, e la recrudescenza, dei nazionalismi. Un ulteriore incremento all’esplosione delle correnti centrifughe lo diede il "sistema delle deleghe". La rappresentatività, infatti, in Jugoslavia non era affidata a generici rappresentanti politici, come i parlamentari, bensì ad un delegato, che avrebbe dovuto seguire e tutelare gli interessi del cittadino dai livelli più bassi a quelli più alti della pubblica amministrazione. Era un sistema che avrebbe potuto funzionare solo in presenza di un potere centrale forte, in grado di controllare i delegati stessi. In assenza di ciò, proprio le figure dei delegati divennero propulsive alla diffusione dei sentimenti nazionalisti. La struttura che Tito aveva ideato, tutti quegli accorgimenti che avrebbero dovuto permettere la sopravvivenza della Federazione, erano invece gli elementi che ne acceleravano la disgregazione. Motivi economici si fusero con quelli etnici, rivendicazioni nazionaliste si mescolarono a vecchie rivalità, odi mai sopiti, e la storia tornò ad incendiare questa regione. Alla vigilia della crisi, uno scrittore croato, Krleza, così descrisse la convivenza federale: "Il paese sembra una bettola, piena di avventori pronti a spegnere le luci per dare mano ai coltelli".

L’INDIPENDENZA SLOVENA E LE GUERRE CON CROATI E BOSNIACI
Nel 1989 l’assemblea della Slovenia vota il diritto all’autodeterminazione, comprendente anche quello di separarsi dal resto del paese. E’ la conseguenza di un movimento d’opinione ormai fortemente radicato nel paese. La florida economia slovena teme di restare esclusa dalla Comunità Europea: "meglio gli ultimi in Europa che i primi in Jugoslavia" si dice a Lubiana, dove si è convinti che il piccolo ma operoso stato possa reggere il confronto con i vicini stati mitteleuropei. L’anno precedente un caso ha scosso la piccola repubblica: Janas, un ex militante pacifista, è stato imprigionato, con altri tre giovani, per aver diffuso notizie circa eventuali piani di Belgrado per invadere la Slovenia in caso di esplosioni a sfondo autonomistico. L’opinione pubblica è fortemente impressionata dall’episodio. Dirà un'autorevole esponente politico di Lubiana, Sonja Lokar: "Il colpo di acceleratore (nel processo di indipendenza) è stato il processo ai quattro giovani. Il partito in Slovenia sentì che se non avesse preso posizione avrebbe perso credibilità. Non potevamo andare contro i diritti umani. Così ha preso avvio la nostra linea di differenziazione da Belgrado". Il dado è tratto: la strada di Lubiana diverge definitivamente da quella di Belgrado (nella foto). La libertà politica e quella economica sono condizioni irrinunciabili per accedere ai mercati occidentali. A nessuno sembra interessare la perdita di quello jugoslavo, che pure permette tariffe favorevoli sia sull’acquisto delle materie prime che sulla vendita dei manufatti.

Di fronte al montare di questi fremiti nazionalisti Milosevic promette misure eccezionali: le piazze serbe si riscaldano con sentimenti anti sloveni, i cui prodotti vengono boicottati in tutto il territorio federale. Nel gennaio del 1990 i lavori del congresso della Lega dei Comunisti vengono interrotti e rinviati a data da destinarsi proprio per l’abbandono dei delegati sloveni, che non si riconoscono più nel movimento. Il congresso non sarà mai più ripreso. La Slovenia iniziò a tessere rapporti diplomatici propri, varando una politica estera indipendente da Belgrado, sempre più prossima al resto d’Europa. A dicembre un referendum si esprime, con una maggioranza schiacciante, per l’indipendenza. La data fatale viene fissata per sei mesi dopo, il 26 giugno 1991. Ingenti capitali furono destinati all'acquisto di armi per la polizia locale, mentre vennero assaltate caserme della Difesa Popolare Territoriale allo scopo di requisire altro materiale bellico. A capo di queste azioni era proprio Janas, uno dei "quattro ragazzi", che peraltro svolse un’importante opera di propaganda, volta a fomentare la diserzione dei giovani sloveni dall'armata federale, in favore del piccolo ma agguerrito esercito nazionale, che si apprestava a sfidare un nemico più numeroso, ma minato dalle profonde differenze etniche presenti al proprio interno. All'inizio di luglio l’esercito federale intervenne, per mantenere l'unità dei sacri confini. I Mig inviati da Belgrado colpirono gli impianti della televisione, gli aeroporti, nel disperato tentativo di frenare le aspirazioni indipendentistiche. Ma la reazione delle truppe slovene fu decisa; le caserme dei federali vennero isolate: i soldati non potevano comunicare con l'esterno né ricevere rifornimenti. Le truppe jugoslave vennero bersagliate sistematicamente da missili anticarro. La "guerra delle dogane", cioè il disperato tentativo di Belgrado di mantenere l’unità, si dimostrò del tutto infruttuosa; ancora una volta la strategia della guerriglia popolare aveva dato i suoi frutti. Era l’idea di Tito, volta contro il suo ideatore. Lo scatto d’ira del generale Adzic in televisione fu la dimostrazione del fallimento. L’eterogeneo esercito jugoslavo non era disposto a morire per mantenere con la forza la Slovenia nella Federazione. Le diverse motivazioni delle due armate avevano fatto pendere l'ago della bilancia, insieme alle minacce di sanzioni internazionali che frenarono indubitabilmente l’intervento militare di Belgrado. La Cee promosse una tregua di tre mesi; quando cessò, nell’ottobre, la Slovenia, così come la Croazia, rinnovarono la propria dichiarazione d'indipendenza, sostanzialmente riconosciuta dalla Comunità europea, sotto l'impulso diplomatico della Germania, dell’Austria e anche del Vaticano. Durante la tregua, inoltre, le repubbliche avevano ricevuto aiuti militari, ed avevano potuto approntare ulteriormente le proprie capacità belliche. Il ritiro dell'armata federale, che prese atto dalla dichiarazione d'indipendenza slovena, suggellò la fine dei tre legami che vincolavano la Slovenia alla Jugoslavia: le caserme, le dogane, le imposte. Gli accordi di Brioni ne sancirono l’indipendenza.

La Croazia dal canto suo aveva dichiarato l'indipendenza in coincidenza con quella slovena, ed anche per questa controversia la Cee aveva promosso la medesima tregua dei tre mesi, che prevedeva l'interruzione delle ostilità, la sospensione della dichiarazione d'indipendenza delle due repubbliche, la mediazione dei ministri degli esteri europei. Ad ottobre, però, quando la tregua fu interrotta, la Croazia era stata riconosciuta indipendente, ed in difesa del neonato stato di Zagabria era accorsa la comunità internazionale, minacciando Belgrado di durissime rappresaglie economiche se l'avesse contrastato. Se a Belgrado, però, l'indipendenza slovena era stata riconosciuta, in Croazia i combattimenti proseguirono, tra i rispettivi eserciti regolari, appoggiati da formazioni paramilitari. Il neopresidente croato, Franjo Tudjman, invocò pubblicamente l'arrivo della Sesta flotta statunitense nel porto di Dubrovnik. La Cee e gli Stati Uniti si mossero rapidamente. Già l'8 novembre del 1991, infatti, i ministri degli esteri europei votarono le sanzioni economiche, compresa la sospensione di un accordo commerciale del 1980. A queste posizioni, il presidente Bush si allineò in fretta. Il riconoscimento ufficiale delle due nuove repubbliche balcaniche avvenne di lì a poco, nel gennaio del 1992, e questo atto incoraggiò le forze secessioniste delle altre regioni federali, prima tra tutte l'eterogenea Bosnia, il cui presidente, Izetbegovic, che aveva un passato da militante islamico, non avrebbe certo potuto realizzare la scissione del paese senza l’appoggio internazionale di cui invece godette.

Il processo bosniaco fu evidente: i serbi invasero alcune parti del paese, al fine di preservare l'unità federale, ma il presidente Izetbegovic, piuttosto che cercare l’accordo con le altre comunità, forzò i tempi e promosse, dietro consiglio internazionale, un referendum al quale i serbi non parteciparono, e la cui vittoria con il 60% dei consensi fu perlomeno discutibile, tanto che potremmo dire che "il riconoscimento della Bosnia si fa sostituendo la legittimità internazionale a quella costituzionale interna". Nonostante la composizione etnica del paese, in cui i musulmani non erano che un gruppo, assolutamente non maggioritario, la certezza di fruire dell'assenso della comunità internazionale fece sì che il presidente respingesse la mediazione della comunità europea, sotto la presidenza portoghese. Siamo nel marzo del 1992. Il 22 dello stesso mese la guerra civile si estese anche in Bosnia. Dopo avere, nel biennio tra il '93 e il '95, appoggiato le forze del presidente Izetbegovic contro i serbi, ma anche contro i croati ed i musulmani oppositori ("rinnegati", secondo la definizione statunitense), le forze americane cominciarono a premere per un riavvicinamento dei bosniaci musulmani con i croati, nonostante i feroci combattimenti che li avevano visti contrapposti nel recente passato. Nei primi giorni dell'agosto 1995, infatti, la Nato bombardò le posizioni radar di Knin, attacco al quale fece seguito l'offensiva di terra da parte delle forze di Zagabria, forte di un corpo di spedizione di 100.000 uomini. Gli effetti di quest'invasione furono devastanti: in pochi giorni furono cacciati circa 300.000 serbi, mentre altri 14.000 circa furono giustiziati sul posto e i loro villaggi rasi al suolo dopo essere stati depredati. La Russia tentò di far condannare l’invasione dalle Nazioni Unite, ma il tentativo fu stoppato dalla diplomazia statunitense. A metà agosto, inoltre, l'offensiva fu appoggiata da incursioni aeree dei bombardieri Nato, contro tutte le città serbo-bosniache. Dopo l'attentato, avvenuto a Sarajevo il 28 agosto, che causò 37 vittime, lo sforzo aereo della Nato si rinforzò drammaticamente, arrivando a superare le quattromila incursioni. Sotto gli occhi vigili dei soldati dell'Alleanza, circa 100.000 serbi di Sarajevo furono fatti sfollare sotto la minaccia della "pulizia etnica". Molti dei profughi serbi, in fuga, furono colpiti durante il loro viaggio verso l'esilio. Da questo attacco combinato presero la mossa gli accordi di Dayton, con i quali le sanzioni sarebbero dovute terminare, anche in considerazione delle conseguenze devastanti sulla popolazione civile, e soprattutto sulle fasce più deboli. Storie di miseria, disperazione, impossibilità di curare i malati divennero una drammatica norma. In effetti le sanzioni delle Nazioni Unite, però, vennero revocate nel dicembre 1995, poco dopo l'assalto vittorioso contro i serbi bosniaci. Il ritiro delle sanzioni fu ovviamente vincolato alla rinuncia a qualsiasi aiuto offerto ai serbi di Bosnia, i quali peraltro stavano precipitosamente fuggendo verso la madrepatria. In osservanza alla delibera del Palazzo di Vetro, anche Clinton, il 28 dicembre, revocava le sanzioni statunitensi, sebbene questo provvedimento dovesse intendersi come una sospensione, e che poteva essere ripristinato in qualsiasi momento, sulla base delle relazioni degli Osservatori. Nell’anno successivo, il 1996, il presidente Milosevic fu più volte minacciato della ripresa delle sanzioni, usate da Washington per aumentare e rafforzare l'opposizione interna al presidente serbo.

(settembre 2004)