EURO E DOLLARO - Cambiano i rapporti di forza tra le due divise
a cura di Andrea Sperati

Il capitale mondiale sta defluendo largamente fuori dal dollaro verso l'area euro, l'euro resta forte, il dollaro non si riprende, al contrario è atteso un suo ulteriore deprezzamento sino al livello di 1,50 contro la “moneta unica”. Questi e molti altri sono i titoli che si vedono comparire nelle maggiori testate italiane ed estere in un momento di cruciale congiuntura monetaria, ma per comprendere cosa stia veramente accadendo occorre ripercorrere le tre fasi salienti dell’evoluzione del “biglietto verde” dal 1945 ad oggi. Proviamo a sintetizzarle.

IL SISTEMA DI BRETTON WOODS
La prima fase, che va dall’immediato dopoguerra all'inizio della Guerra Fredda (1945-1948), viene definita, dal sistema della parità del cambio dollaro/oro, di Bretton Woods. Tale sistema nasce in uno scenario, all’indomani della conclusione del secondo conflitto mondiale, in cui gli Stati Uniti erano l’unica superpotenza capitalista, con una base industriale forte e la più grande riserva aurifera del mondo. Il compito iniziale era ricostruire l’Europa Occidentale e creare l’alleanza Atlantica (Nato) contro l'Unione Sovietica. Il ruolo del dollaro fu agganciato direttamente a quello dell’oro. Così, finché gli Usa mantennero la più grande riserva aurifera e la loro economia americana rimase la più efficiente e produttiva, l’intera struttura monetaria di Bretton Woods, dal Franco francese, alla Sterlina britannica, al Marco tedesco, restò stabile. Assistenza e crediti in dollari si estesero insieme al Piano Marshall per finanziare la ricostruzione di un continente lacerato dalla guerra. All’inizio degli anni ’50, le società americane, tra cui le multinazionali del petrolio, si arricchirono dominando il mercato. Washington, nel ‘58, incoraggiò anche la creazione del Trattato di Roma per rafforzare la stabilità economica europea ed estendere i mercati di sbocco per le proprie esportazioni. Questa è stata l'era della politica estera liberale americana, un’era in cui gli Stati Uniti erano la potenza egemone nella comunità delle nazioni Occidentali. Questa prima fase finì coi primi anni ‘70.

LA FLUTTUAZIONE LIBERA
Il cambio in oro di Bretton Woods cominciò a rompersi quando, dalla metà degli anni ’60, l’Europa fu in grado di reggersi economicamente sui suoi piedi e iniziò a divenire un forte esportatore. Questa crescente forza economica coincise con gli elevati deficit pubblici fatti registrare agli Usa dall’amministrazione Johnson, ai tempi in cui si sviluppava la tragedia del Vietnam. Durante tutti gli anni ’60, de Gaulle cominciò a scambiare in oro i dollari guadagnati con le esportazioni francesi. Dal Novembre 1967 il drenaggio di oro dagli Stati Uniti e di valuta della Banca d’Inghilterra era diventato critico. La Gran Bretagna era il debole collegamento nell’accordo del cambio in oro di Bretton Woods con l’Europa. Tale collegamento si ruppe quando la Sterlina fu svalutata, nel 1967. Tutto ciò accelerò semplicemente la pressione sul dollaro, mentre la Banca Francese e le altre banche centrali, aumentavano la loro richiesta di oro in cambio delle loro riserve di dollari. Essi calcolarono che, con l’elevato deficit causato dalla guerra in Vietnam, si trattava solamente di una questione di mesi prima di vedere gli Stati Uniti stessi costretti a svalutare rispetto la loro moneta rispetto all’oro, per farlo uscire fuori ad un prezzo più alto. Dal maggio 1971 il drenaggio di oro dalla Federal Reserve raggiunse livelli allarmanti e la Banca d'Inghilterra si unì ai francesi nell’esigere oro americano in cambio di dollari. A quel punto, piuttosto che far rischiare agli Stati Uniti un crollo delle riserve aurifere, l'Amministrazione di Nixon scelse di abbandonare completamente il sistema della parità aurea, scegliendone uno basato sulle valute fluttuanti, aprendo,nell’agosto del 1971, una nuova fase, definita del “Petrodollaro”. Ad iniziare dalla metà dei ‘70, un’improvvisa crisi petrolifera anglo-americana creò un’enorme richiesta per il dollaro flottante. Tutti i paesi che avevano bisogno di greggio, dalla Germania all’Argentina, al Giappone, si trovarono costretti ad esportare in dollari per pagare nuovi conti salati per le loro importazioni. Le nazioni appartenenti all’Opec vennero sommerse dai nuovi petrodollari, depositati, per buona parte, nelle banche di Londra e New York, dove fu istituito un nuovo processo: Henry Kissinger lo chiamò riciclaggio di petrodollari. La strategia di riciclaggio fu discussa già nel Maggio 1971 alla riunione di Bilderberger a Saltsjoebaden, Svezia. Gli Usa e le banche del Regno Unito presero i dollari dell’Opec e li convertirono in obbligazioni o prestiti a paesi del terzo Mondo, che cercavano disperatamente di ottenere moneta per finanziare le importazioni di petrolio. Centinaia di miliardi di dollari furono riciclati tra l’Opec, la banche di Londra e di New York e indietro, in prestito ai paesi del terzo Mondo, gettando le basi per le crisi debitorie che coinvolgeranno questi ultimi negli anni ’80.

LO SCONTRO EURO-DOLLARO
La fine della Guerra Fredda, la comparsa di una nuova Europa unita e dell’Unione Monetaria Europea ci fanno comprendere la terza fase, nella quale il dollaro e l’euro si sfidano per l’egemonia valutaria. Per capire l'importanza di questa battaglia, va ricordato che gli Usa, dal 1945 ad oggi sono rimasti incontrovertibilmente assestati su due pilastri, la schiacciante superiorità militare su tutti gli altri concorrenti, ed il dominio del dollaro americano come valuta di riserva. La svolta cruciale avvenne quando Nixon sganciò il dollaro dalla riserva fissa in oro per farlo fluttuare rispetto le altre valute. Questo rimosse le limitazioni nello stampare altra moneta, il limite era rappresentato solamente da quanti dollari il resto del mondo avrebbe richiesto. Con il loro fermo accordo con l'Arabia Saudita, come maggior produttore Opec, Washington si garantì che la principale merce del mondo, il petrolio, divenuto essenziale per ogni economia nazionale, base di ogni trasporto e dell'economia industriale, potesse essere acquistato su tutti i mercati mondiali esclusivamente con la valuta americana. Il patto era stato stipulato nel giugno del 1974 dal Segretario di Stato Kissinger, che istituì una Commissione Congiunta di Cooperazione Economica Usa/Arabia Saudita. Il Tesoro degli Stati Uniti e la New York Federal Reserve consentivano alla banca centrale saudita Sama di comprare obbligazioni di stato americane con i petrodollari sauditi. Nel 1975 l’Opec concordò ufficialmente di vendere il suo petrolio solamente contro dollari e, fino al novembre del 2000, nessun paese dell’organizzazione osò violare questa regola. Furono i francesi, con altri paesi europei, a convincere Saddam Hussein a sfidare gli Stati Uniti, non vendendo la quota permessa dal programma “oil-for-food” dell’Iraq in dollari (valuta del nemico, come dicevano nel paese mediorientale) ma solamente in euro, depositati in un conto speciale Onu della principale banca francese, la Bnp Paribas. Radio Liberty del Dipartimento di Stato Usa intervenne a stretto circuito sulle notizie e mise rapidamente a tacere la questione. Il tentativo fatto in Iraq di sfidare il dollaro a favore dell’euro, in se stesso era poco significativo ma, fosse stata divulgata la notizia, dal momento che la divisa statunitense si stava già indebolendo, avrebbe potuto creare una svendita per panico di dollari dalle banche centrali straniere e dai produttori di petrolio Opec. Nei mesi precedenti la recente guerra all’Iraq, allusioni in questa direzione circolavano in Russia, Iran, Indonesia ed anche in Venezuela. Javad Yarjani, un funzionario Opec iraniano, consegnò un'analisi dettagliata di come l’Opec in futuro avrebbe potuto vendere il suo petrolio all'Eu per euro e non per dollari, e lo disse in Spagna, ad Oviedo, in un incontro dell’Unione Europea dell’aprile del 2002. E così è stato e sta andando ai nostri giorni. Il rafforzamento della moneta unica rispetto al biglietto verde procede ormai in modo inarrestabile. Per almeno 40 paesi dei 150 che fanno parte del Fondo monetario internazionale è diventata la valuta di ancoraggio per il proprio cambio. Dall'8 al 15 per cento degli euro in circolazione servono come moneta di pagamento fuori dai confini europei, e la nuova moneta viene utilizzata anche come riserva dalle banche. I dati sono incontrovertibili, come dimostrano i dossier della Federal Reserve Usa e un sondaggio tra le banche centrali sponsorizzato dalla Royal Bank of Scotland e pubblicato sulla rivista specializzata Central Banking. Nel documento della Bce lo stesso presidente dell'istituto, il francese Jean-Claude Trichet, ha riassunto in tre punti le ragioni della forza progressiva della moneta unica, oltre alla debolezza del dollaro, voluta dagli Usa per fare concorrenza commerciale all'Europa e al Giappone, ma provocata anche dai deficit gemelli statunitensi, al disavanzo commerciale ed al buco nei conti pubblici. Primo punto, l'euro è diventata la valuta di ancoraggio per il proprio cambio (dall'Ungheria a Cipro, dalla Slovenia al Montenegro, dalla Turchia a Capoverde). Secondo Punto, cresce l'uso dell'euro nelle transazioni commerciali tra i paesi europei e gli altri. Perfino in molti paesi formalmente fuori dall'Unione il commercio ormai viene denominato e regolato per larga parte con la moneta unica, basti citare a titolo di esempio il 70 per cento della Repubblica Ceca, l'83 per cento dell'Ungheria o il 15 per cento dell'Ucraina. Terzo punto, molti investitori del vecchio continente hanno acquistato obbligazioni in euro, e questo ha spinto a emettere bond in euro anche molte compagnie straniere. Infine, ma non in ordine di importanza, vi sono le riserve valutarie delle banche centrali. Fino a buona parte del 2003 la crescita dell'euro nei forzieri delle banche centrali è stata veloce, tanto che, secondo uno studio della Federal reserve, ormai il 20 per cento delle riserve in valuta pregiata dei diversi paesi è denominata in euro (la Bce, nel 2003, ha registrato un più prudente 19,7 %). Per decenni, una quota intorno al 70 per cento del commercio mondiale era basata sul dollaro, moneta accumulata come riserva dalle banche centrali. Che negli ultimi anni, anche in stati come la Cina, il Giappone, il Brasile o la Russia, cominciano ad accumulare anche la valuta europea.

LE NUOVE PROSPETTIVE
Le monete hanno un vantaggio sull’oro perché le banche centrali possono usarle per comprare le obbligazioni di stato dell’emittente, gli Stati Uniti ma ora anche l’Unione Europea. Poiché oggi la maggioranza degli scambi internazionali è fatta in dollari o in euro, i paesi devono andare all’estero a cercare i mezzi di pagamento che da soli non riescono ad emettere, ad eccezione degli Stati Uniti e dell’Unione Europea che, controllando le loro valute, possono stamparle con decreto a loro piacimento. La struttura dell’intero commercio globale, dalla Russia alla Cina, dal Brasile alla Corea del Sud, al Giappone, oggi lavora intorno a queste dinamiche, cercando di massimizzare le eccedenze di dollari ed euro derivate dal commercio estero. E l’egemonia valutaria degli Usa, basata sul riciclaggio di dollari, sta riducendosi sempre di più, a favore della valuta europea. Si può comprendere, a questo punto, che il vero problema degli Stati Uniti consiste nel fronteggiare con ogni mezzo questa minaccia, cercando al tempo stesso di sminuirla per non creare panico negli ambienti finanziari. L’aver abbattuto il regime di Saddam Hussein ha sicuramente scongiurato l’eventualità che l’Iran e l’Arabia Saudita ne imitino a breve gli atteggiamenti favorevoli a questa pericolosa sostituzione, ma l’intervento militare non può garantire il rafforzamento del dollaro. E neppure che l’Europa modifichi il suo atteggiamento ostile verso la politica americana di intervento armato, proprio in ragione del rafforzamento dell’euro e del peso che esso potrà avere nel determinare gli equilibri geopolitici del futuro. Questa diversa prospettiva di una guerra commerciale spiega probabilmente la fretta dell’intervento preventivo in Iraq, e getta una nuova luce sulle ragioni, altrimenti poco chiare, sia della politica francese che di quella, diametralmente opposta, portata avanti dal governo inglese. Il peso dell’euro, e la sua crescente forza competitiva rispetto al dollaro, conferisce ad un Europa politicamente debole un ruolo di primo piano che la potenza militare americana non è in grado di contrastare. La Francia, malgrado sia ora in difficoltà, potrebbe nel tempo trascinare dietro di se in un ruolo egemone non soltanto la Germania ma l’intera Europea, grazie alla forza della sua moneta. Quanto alla Gran Bretagna, anch’essa produttrice di petrolio, si può comprendere che il suo isolamento nella difesa della sterlina, unica superstite delle monete nazionali europee, la costringa a prendere le parti del dollaro, arrivando fino all’appiattimento sulla politica estera dell’amministrazione Bush. Gli Stati Uniti, per parte loro, non sono in grado di far fronte a questa situazione e di rafforzare la propria divisa accrescendo ulteriormente il deficit con altri tagli alle tasse. Le iniezioni di liquidità nel sistema militare industriale, dovute alle spese per il riarmo richiederebbero, per essere produttive, una politica fiscale opposta a quella dell’attuale amministrazione, che rischia di ridurre pesantemente il potere d’acquisto delle classi medie, aggravando così la recessione. Come si può capire, i giochi sono assai diversi da quelli che ci propinano i media giornalmente. La questione che emerge, e che sarà sicuramente al centro delle prossime mosse dei centri finanziari degli Stati Uniti e dell’Europa è la seguente: come avviare una fase di transizione che eviti effetti devastanti sugli equilibri internazionali e che non porti alla luce il vero motivo del contrasto euro-dollaro? Come iniziare una trattativa internazionale che dia forma ad un duplice standard monetario basato su accordi che abbiano il peso di quelli di Bretton-Woods, che mezzo secolo fa sistemarono i problemi che si erano creati alla fine del secondo conflitto mondiale? E’ quantomeno curioso che di questo si parli ancora pochissimo. Ma fino a quando potrà andare avanti questa situazione?

(gennaio 2005)