Donald Trump e la conversione sulla via di Damasco – pt.2

Cosa ha spinto Trump a mutare così radicalmente la sua politica verso la Russia? Axel Famiglini per Geopolitica.info propone un’analisi di alcuni fattori alla base del rapporto Trump-Putin che verrà pubblicata in 4 articoli.  

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Lo scenario internazionale
Sul piano estero il tracollo delle speranze dei ribelli siriani di giungere ad una vittoria finale contro Assad a seguito della caduta di Aleppo, ha coinciso con la ripresa dei negoziati prima ad Astana (con Russia, Iran e Turchia a fungere da sponsor) e poi a Ginevra sotto l’egida dell’ONU. Parimenti Russia, Turchia ed Iran hanno imbastito un cessate il fuoco il quale tuttavia non ha saputo fermare concretamente i combattimenti. La posizione turca in questi ultimi mesi si è ulteriormente chiarita rispetto alle evoluzioni che era stata costretta ad intraprendere a fronte del progressivo indebolimento delle milizie ribelli in Siria. Le accuse mosse nei confronti di Ankara relative al fatto che Erdogan a suo tempo avrebbe barattato Aleppo in cambio di una libertà di manovra nel nord della Siria potrebbero non essere del tutto fuorvianti.  Occorre tuttavia effettuare alcune considerazioni di carattere politico-militare. Nel momento in cui la Turchia si è resa conto del fatto che stava combattendo un conflitto nel quale aveva sia Russia che Stati Uniti quali avversari mentre non poteva contare su alcun aiuto da parte degli alleati facenti parte dello storico “zoccolo duro” del gruppo degli “Amici della Siria”,  Ankara ha dovuto cercare di accomodarsi con la Russia optando per un programma politico “minimale” ovvero tentare di fermare l’espansione dei Curdi nel nord dello stato siriano attraverso un’operazione militare che, contemporaneamente, da un lato salvasse una parte della ribellione anti-Assad e la propria credibilità internazionale e dall’altro ottenesse l’avallo sia di Mosca che di Washington. Da questo punto di vista la Turchia ha conseguito ciò che si prefiggeva di ottenere, pur dovendo abbandonare (almeno fino a pochi giorni fa) le sue più ambiziose mire geopolitiche in terra damascena, trovandosi di fatto costretta a convivere con la crescente presenza russo-americana nella Siria settentrionale occupata dai Curdi ed ad accettare, talvolta, la non sempre “leale” collaborazione militare di Mosca contro l’ISIS. Da questo punto di vista la Turchia forse ha dovuto scegliere se continuare a sostenere l’ormai impossibile difesa di Aleppo lasciando in città valide forze combattenti prossime alla distruzione o se spostare risorse verso territori maggiormente difendibili anche in funzione del problema relativo alle mire curde lungo il confine siro-turco. La Turchia fondamentalmente si è dovuta accordare con Russi ed Iraniani a fronte del fatto che la guerra in Siria ormai appariva del tutto compromessa per la ribellione anti-Assad e che pertanto la sconfitta di quest’ultima avrebbe trascinato Ankara fra coloro che avrebbero subito le conseguenze geopolitiche della catastrofe bellica siriana . Da parte dei Paesi del Golfo, tradizionali sostenitori dei ribelli anti-regime, negli ultimi mesi è  apparentemente sceso il silenzio anche se la ripresa degli scontri presso il cosiddetto “fronte sud” farebbe pensare al fatto che il supporto dei Paesi arabi e dei loro alleati occidentali non sia del tutto svanito ma che anzi sia stato indirizzato in parte altrove rispetto al nord della Siria con lo scopo di far scendere la pressione di Russia ed alleati sui ribelli ubicati nella Siria settentrionale. I Paesi del Golfo (come Israele) hanno cercato di cavalcare l’onda delle pulsioni “persianofobiche” trumpiane, pur probabilmente dovendo riconoscere il fatto che la politica estera di Donald Trump non avesse sostanzialmente né capo né coda dal momento che Teheran è stretta alleata di Mosca e nessun accordo con Putin poteva nascere respingendo in toto l’accordo sul nucleare iraniano.  Particolarmente critica è apparsa la posizione di Regno Unito e Francia i quali, dopo il progressivo allontanamento diplomatico degli Stati Uniti, si sono ritrovati sostanzialmente soli sullo scacchiere internazionale delle grandi potenze a supportare in qualche modo l’idea di una transizione politica in Siria. Da questo punto di vista gli ultimi mesi sono stati drammatici sia per Londra che per Parigi, non essendo stato affatto chiaro quanto l’amministrazione Trump fosse ancora propensa ad offrire il proprio supporto logistico e militare all’opposizione siriana e, come se ciò non bastasse, quanto fosse disposta a proseguire lungo la strada costituita dal pluridecennale percorso tracciato dall’Alleanza Atlantica. In particolare Londra teme da tempo che la Brexit possa consumarsi senza avere le spalle coperte dalla “relazione speciale” con Washington e parimenti Parigi, nonostante si sia profuso ogni sforzo per eliminare i candidati “pro Putin” all’Eliseo (e ciò contrariamente a quanto accaduto negli Usa nei confronti di Trump), si domanda che cosa rimarrà della politica estera francese se personaggi connotati da idee “filomoscovite” dovessero diventare il prossimo presidente della repubblica d’oltralpe. Oltretutto le crescenti ingerenze russe in Libia hanno ulteriormente aumentato il livello di allarme presso le cancellerie anglo-francesi, dato che il generale Haftar, grande escluso (e deluso) del governo di unità nazionale, si è recentemente pericolosamente avvicinato a Mosca in cambio di un sostegno politico e bellico. Il crescente rafforzamento sul piano militare dell’alleanza tra Assad, Hezbollah ed il Cremlino ha costituito una fonte di costante preoccupazione anche per Israele il quale ormai teme che l’Iran, tramite Hezbollah in Siria, possa giungere a minacciare direttamente l’esistenza dello stato ebraico, costringendo pertanto Tel Aviv ad intensificare, pur con risvolti sempre più drammatici, la propria azione militare in territorio damasceno. Se sullo scenario siriano Russia e Cina sono riuscite a paralizzare il consiglio di sicurezza dell’ONU bocciando sistematicamente tutte le principali risoluzioni promosse da Francia e Regno Unito, in estremo oriente la Corea del Nord, storico alleato di Pechino, è costantemente riuscita a tenere in scacco sia gli alleati regionali di Washington che gli Stati Uniti stessi e ciò si è primariamente verificato perché neppure l’amministrazione Trump si è dimostrata in grado di formulare una coerente condotta di politica estera e militare sia nei confronti della Cina che dei propri partner locali quali la Corea del Sud ed il Giappone.

In questo caos sia Mosca che Pechino hanno tratto pieno vantaggio dalla situazione. In particolare la Cina ha potuto approfittare dell’ondata protezionistica dell’amministrazione Trump per attrarre le simpatie di quei Paesi che ancora credono nel libero commercio ed in una limitata applicazione dei dazi come le nazioni aderenti all’Unione Europea, le quali si sono presto trovate anch’esse nel mirino della “purga iconoclastica” della Casa Bianca.

Parimenti l’Afghanistan non è stato immune all’interesse cinese e russo. In particolare, stando a fonti americane, Mosca starebbe addirittura supportando i talebani, ufficialmente in funzione anti-ISIS, al fine di proteggere le proprie frontiere meridionali dall’infiltrazione del terrorismo islamico ultra-radicale. Tuttavia, al di là della retorica della propaganda politica di Mosca, pare che il Cremlino si stia semplicemente adoperando sul territorio al fine “scalzare” gli Americani da un Paese  nel quale l’armata rossa subì una cocente sconfitta negli anni ’80 del secolo scorso, in particolare a causa dell’imponente aiuto militare statunitense e saudita elargito ai mujahidin operanti nell’Afghanistan occupato dai Sovietici.