Donald Trump e la conversione sulla via di Damasco – pt.1

E’ fuor di dubbio che negli ultimi giorni non poche persone si siano chieste che cosa abbia spinto Donald Trump a mutare così radicalmente la propria visione politica sulla Russia, dopo aver a più riprese evocato nel corso di tutta la campagna elettorale e del primo scorcio del suo mandato presidenziale la propria sincera ammirazione per Vladimir Putin e per il suo acume politico, così magistralmente messo in evidenza in seno ai numerosi teatri di guerra globali.
Axel Famiglini per Geopolitica.info propone un’analisi di alcuni fattori alla base del rapporto Trump-Putin che verrà pubblicata in 4 articoli.

Donald Trump e la conversione sulla via di Damasco – pt.1 - GEOPOLITICA.info

Indubbiamente le ultime settimane hanno lasciato politici e commentatori piuttosto disorientati, se non completamente esterrefatti. Infatti nel giro di poche ore il presidente Trump è riuscito nell’incredibile impresa di  demolire praticamente in toto l’intero edificio ideologico su cui si sarebbe dovuto fondare il “new deal” nazional-isolazionista della politica estera americana. Di quanto accaduto nei meandri della Casa Bianca e delle stanze del potere “a stelle e a strisce” si discuterà a lungo nei prossimi anni. Ad ogni modo, “a caldo”, possiamo tentare di iniziare ad imbastire un canovaccio che abbozzi una possibile spiegazione rispetto a ciò che possa aver spinto il presidente degli Stati Uniti ad un’inversione di marcia così radicale in seno alla propria agenda politica.

  1. Le politiche trumpiane non decollano

Occorre innanzitutto ricordare che mentre Trump inseriva all’interno del proprio gruppo dirigente individui a lui vicini legati all’estrema destra e con trascorsi “moscoviti” assai poco chiari, venivano contestualmente nominate in seno all’esecutivo USA personalità che con le idee di politica estera di Trump poco avevano a che fare, come, ad esempio, James Mattis, segretario alla Difesa in carica,  Mike Pompeo, l’attuale direttore della CIA e, più recentemente, H.R. McMaster (nominato in seguito alle dimissioni di Michael T. Flynn). In tal senso si potrebbe ritenere che mentre Trump si sforzava di introdurre propri uomini nelle posizioni chiave della nuova compagine governativa, nei fatti coloro che all’interno del partito repubblicano si opponevano alla nuova deriva “trumpista” nazional-populista hanno contestualmente cercato di imporre al nuovo “incostante” ed “inesperto” presidente eletto propri uomini che nei fatti avrebbero potuto porre un veto nei confronti di determinate politiche trumpiane ritenute del tutto inammissibili da parte del fronte “tradizionalista” dell’intera compagine politica e governativa americana. Ciononostante i primi mesi dell’era Trump sono stati caratterizzati da uno scivolone dietro l’altro per il nuovo inquilino della Casa Bianca (fatto che non deve essere dispiaciuto ai suoi oppositori), i cui rovesci hanno minato profondamente le fondamenta della sua azione politica. In primo luogo il continuo richiamo, anche istituzionale, alle ingerenze russe che hanno favorito la sua ascesa alla presidenza ha costituito una costante spada di Damocle nei confronti dell’operato di Donald Trump, nei fatti delegittimando passo dopo passo una vittoria elettorale conquistata in certa parte grazie ai buoni uffici dei servizi segreti di Mosca e all’opera di mediazione di uomini appartenenti alla cerchia ristretta di Trump stesso e ben inseriti nella rete di relazioni intessute dal Cremlino. Appare evidente che una situazione così imbarazzante ed oltretutto inedita in seno al cuore pulsante della capitale Washington deve aver indotto gli apparati burocratici e l’establishment governativo americano a cercare una strada atta a porre il presidente di fronte ad una scelta ovvero tornare verso una politica estera più tradizionale oppure attendersi presto o tardi un’inchiesta sul proprio operato ed un conseguente stato di accusa. La controversa proposta di bandire l’ingresso negli Stati Uniti agli  immigrati di religione islamica provenienti da sette Paesi musulmani (osteggiata a più riprese dai tribunali americani), le “dispute” tra Trump, l’Europa, il Canada e l’Australia in tema di migranti, l’ossessione relativa alla costruzione di un muro posto al confine con il Messico, i pessimi rapporti con la stampa nazionale ed estera e l’incredibile scivolone sull’Obamacare hanno complessivamente contribuito ad erodere il consenso popolare di Trump, conducendo la sua confusa presidenza verso il probabile esito di una fine prematura. Il confronto in essere tra la Casa Bianca da un lato e i servizi di sicurezza dall’altro ha indubbiamente condotto ad una spaccatura all’interno del governo americano, nei fatti creando le condizioni per una possibile paralisi dell’azione politico-diplomatico-militare degli Stati Uniti nel contesto globale. Le politiche di bilancio promosse da Trump, tendenti a promuovere un consistente aumento delle spese militari, unite ad un drastico calo delle risorse allocate per le attività della diplomazia statunitense, possono essere lette nel contesto di una lotta in corso tra poteri dello Stato nella quale il presidente abbia cercato di tenersi a galla favorendo gli uni e danneggiando gli altri con lo scopo di racimolare alleati nell’ambiente dell’esercito.

Se tale situazione potrebbe apparire in un certo qual modo inquietante, la visione di Trump nel campo dell’economia ha posto ulteriori seri dubbi sulle sue reali intenzioni politiche. Infatti le stesse proposte economiche tese a rilanciare sia un ritorno al protezionismo che politiche legate ad una sorprendente espansione del ruolo dello Stato come motore economico primario del complessivo sistema produttivo-finanziario americano ricordano analoghe esperienze promosse negli Stati Uniti nel primo dopoguerra a seguito della Grande Depressione, nonché, per certi versi, sia l’utilizzo massiccio della leva della spesa pubblica che la dilatazione dei numeri del pubblico impiego possono suggerire tristi paragoni con Paesi che nella loro storia hanno conosciuto regimi illiberali ed autoritari.