GIAPPONE - Le urne spianano la strada alle riforme

Junichiro Koizumi cambia look e torna a vestire giacca e cravatta. All’indomani del suo ennesimo insediamento a capo del governo giapponese, si toglie la maglietta e l’abbigliamento casual (scelto per abbassare i condizionatori e con essi i consumi di energia elettrica) per rilanciare la politica di riforme in senso liberale su cui ha chiesto un voto di gradimento agli elettori. Il premier infatti ha deciso di andare ad elezioni anticipate per imporre una svolta ancor più liberista al partito Liberal Democratico (Jiminito). L’esito delle urne gli ha dato ragione a tal punto da consegnargli le chiavi del parlamento del Sol Levante: la coalizione da lui guidata ha ottenuto la maggioranza di due terzi alla Camera Bassa (340 seggi su 480) ed ha condannato ad una sconfitta senza appelli l’opposizione democratica ferma al 24%.

Il quotidiano inglese The Guardian, appena resi noti i risultati delle elezioni, ha liquidato il plebiscito in favore di Koizumi con un giudizio freddo: “la democrazia giapponese, nata sulle ceneri delle tragedie della seconda guerra mondiale, rimane imbrigliata al sistema del partito unico monopolizzato dai liberaldemocratici”. A dire il vero una novità rilevante c’è stata. Il successo di Jiminito ha cambiato la topografia del voto, tenuto conto che i centri urbani hanno sostenuto in massa i candidati vicini a Koizumi nella tornata elettorale dello scorso 11 settembre. Le roccaforti del partito di governo sono state da sempre la campagna e le cittadine di provincia, ma la scelta mediatica adoperata in questa occasione ha stravolto la tradizione parlamentare giapponese. Contro i burocrati ed i vecchi leader del suo partito, il premier ha candidato star della Tv e personaggi famosi riuscendo ad espugnare anche i collegi più difficili. Facendo leva sulla popolarità di persone come il trentaduenne Takafuni Horie (fondatore del portale Internet Livedoor) e la celebre cuoca Makiko Fujino (autrice di diversi libri), il capo dell’esecutivo ha sbaragliato quanti si opponevano alla privatizzazione dell’Ente Poste. Proprio l’ala conservatrice di Jiminito (37 membri) aveva affossato prima dell’estate la riforma voluta da Koizumi perché fortemente legata alla logica del clientelismo figlio della tentacolarità del Japan Post.

Con i suoi 26 mila sportelli sparsi per tutto il Giappone, oltre a consegnare la corrispondenza, la Posta assolve anche la funzione di Banca gestendo circa 3 mila miliardi di euro. Tale risparmio viene reinvestito finanziando i più disparati lavori pubblici, anche se inutili, così da legare indissolubilmente i parlamentari dei collegi, la maggior parte dislocati nelle zone rurali, alla base elettorale tradizionale. Le urne hanno dato il via libera a questo cambiamento e la borsa di Tokyo ha salutato positivamente il segnale di forte continuità che ne è scaturito (l’indice Nikkei ha toccato i massimi dal giugno 2001: + 1,61%).

Quanti criticano Koizumi però lo incalzano su due temi altrettanto importanti e sui quali, durante la campagna elettorale, non si è voluto esprimere. Anche i suoi sostenitori, al grido di “facci sapere i tuoi progetti al di là di Japan Post” (così ha titolato il quotidiano Asahi Shimbun), vogliono sapere quale sarà il futuro della politica estera giapponese e la posizione del governo sul rigurgito di nazionalismo che ha creato recentemente contrasti con Cina e Corea. Sul primo punto, Koizumi non sembra intenzionato a far marcia indietro sulla scelta di stringere ancor più le maglie dell’alleanza con gli Stati Uniti d’America. Il presidente Gorge W. Bush infatti ha inserito nella sua agenda una visita in Giappone, ancora da confermare, per il 15 novembre. Durante questo incontro, il premier giapponese vuole rilanciare l’amicizia con gli americani rinnovando la disponibilità del Sol Levante a partecipare ad altre “missioni di pace” oltre l’Iraq. Non dobbiamo dimenticare infatti che proprio l’attuale esecutivo fece approvare una riforma della Costituzione, fortemente pacifista, per permettere l’invio di un contingente in Medio Oriente, sollevando polemiche molto accese.

Sul secondo argomento, Koizumi sembra voler rimanere sul vago perché sono state le sue continue visite al tempio Yakusuni, dove sono onorati alcuni criminali delle guerre d’occupazione nipponiche in Asia, a rischiare di far degenerare le relazioni diplomatiche con Pechino. Anzi il populismo e l’orgoglio patrio servono per far digerire al popolo riforme altrimenti impopolari. D’altronde il Giappone, con l’apertura al mondo intero dei mercati asiatici molto più concorrenziali, ha necessità di rinnovare la sua struttura statale per mantenere gli standard di produttività dei decenni passati e Koizumi non sembra essere il tipo da fermarsi davanti alla prima critica che gli viene rivolta.

Roberto Coramusi
(27 settembre 2005)

HOME

SEGNALA AD UN AMICO