Roberto Coramusi
GIAPPONE - Tokyo rappresenta un pericolo per l'Asia?
Gli equilibri del continente asiatico vivono di continui scossoni, mai irreparabili e spesso taciuti dalla maggior parte dei media internazionali. Tra la guerra in Iraq, le minacce nucleari di Pyongyang e le sfide di modernizzazione del colosso cinese, il Giappone di Koizumi sta portando avanti una politica di rafforzamento dell’identità nazionale che sfiora il patriottismo più radicale. Tale scelta ha lasciato indifferenti gli osservatori occidentali, un po’ meno i vicini asiatici, sempre più preoccupati da un possibile rigurgito della filosofia imperialistica del Sol Levante.
Il tutto è cominciato in occasione dell’invio delle truppe nipponiche sul suolo iracheno. A Tokyo infatti, dove si è radicato negli anni del dopoguerra un forte sentimento pacifista, è iniziato un processo di “normalizzazione” che ha portata alla modifica, con la riforma approvata nel novembre del 2003, del famoso art. 9 della Costituzione, concepito con una ratio contraria ad ogni tipo di conflitto. Le Forze di autodifesa (come viene definito l’apparato militare giapponese) hanno partecipato in Iraq, per la prima volta dal 1945, ad una campagna senza la preventiva autorizzazione dell’Onu e questo ha alimentato nell’opinione pubblica un acceso dibattito e più di qualche preoccupazione.
Come se non bastasse, le autorità nipponiche hanno imposto l’inno nazionale nelle scuole, simbolo del militarismo imperiale. Gli insegnanti che non si sono allineati durante la cerimonia di chiusura dell’anno scolastico, quasi trecento nella sola capitale, sono stati puniti con una drastica diminuzione della busta paga e alla partecipazione coatta ad incontri di “rieducazione”. Tale disposizione è in perfetta sintonia con la decisione presa nel 1999 dal governo, quando proclamò inno ufficiale l’antico poema Kimigayo, che celebra il regno eterno dell’Imperatore. Nella mansueta e pacifica popolazione giapponese è suonato il campanello d’allarme, perché il Kimigayo era il motivo che avevano sulle labbra i kamikaze mandati a morire durante la seconda guerra mondiale. Una generazione intera di giapponesi, cresciuti nella convinzione remissiva del pacifismo ad ogni costo come naturale conseguenza dei disastri del conflitto e dell’occupazione statunitense, si trova oggi profondamente in crisi di coscienza e non riconosce più il proprio paese nella svolta culturale-ideologica portata avanti da Koizumi.
Oltre i confini dell’isola si sta giocando una decisiva partita a scacchi per il riassetto degli equilibri nell’area asiatica. Con gli Stati Uniti d’America arenati nel pantano iracheno ed un’Europa scarsamente incisiva nella sua opera mediatrice ad est, il Giappone risponde mostrando i muscoli a modo suo. Lo scopo è contrastare lo strapotere della Cina che ha culturalmente riabbracciato il suo vecchio idolo, il denaro, e si appresta ad invadere i grandi mercati fino ad ora dominati dal marchio made in Japan.
(5 ottobre 2004)