Roberto Coramusi
THAILANDIA - Il sud musulmano imbraccia le armi contro il governo
La rivolta armata e la repressione di Bangkok incendiano il sud del paese. Le tre province di Pattani, Narathiwat e Yala rappresentano l’ultimo avamposto musulmano in Thailandia (4 abitanti su 5) e dal 2004 hanno vissuto un’escalation di violenza che vede contrapporsi i guerriglieri all’esercito regolare. La risposta del governo centrale è molto dura, al limite del rispetto dei diritti umani. Si è passati con disinvoltura dall’applicazione della legge marziale allo stato d’emergenza, fino ad arrivare allo scorso 3 novembre quando è stata ristabilita, nei distretti di Chana e Thepha, la fucilazione sul posto per chiunque fosse accusato di complicità con i rivoltosi.
I motivi della tensione che attanaglia il meridione hanno radici che si perdono nella storia complessa di tutto il sud est asiatico. In questo territorio, la popolazione è composta in maggior parte da malesi islamizzati, i cui antenati abitavano l’antico sultanato di Pattani poi annesso al Siam in seguito ad un accordo firmato ad inizio novecento dall’amministrazione coloniale britannica. Così si spiega la presenza attuale di numerose scuole coraniche nella regione e la conservazione dell’idioma jawi, molto simile alla lingua malese. Ma oltre alle ragioni storiche, bisogna prendere in considerazione il fattore religioso visto che la presenza islamica, in uno stato a larga maggioranza buddista, è ritenuta una sfida pericolosa all’ordine costituito. I musulmani (2,3 milioni) sono il 3,5% della popolazione totale, non tutti però sono integrati come i 500 mila che vivono nella capitale. Nelle province meridionali, questa comunità è poco incline ad aprirsi verso l’esterno perché vivono sulla loro pelle la condizione di cittadini si seconda classe.
Gli obiettivi degli attacchi armati, nonostante denotino una scarsa organizzazione ed una rudimentale tecnica terroristica, si concentrano in luoghi affollati, in particolare alcuni distributori di corrente elettrica, gli alberghi e cinema multisala. Per volontà del premier Thaksin Shinawatra, la risposta militare si basa su una duplice direttiva: decentramento dei poteri di intelligence alla polizia provinciale, con inevitabile recrudescenza dell’odio etnico; finanziamenti ingenti per rifornire l’esercito delle attrezzature migliori per snidare i covi terroristici. L’accusa è che vengano adottate pratiche inumane, soprattutto quando le incursioni sono opera di elicotteri da guerra e le misure emergenziali consentono il fermo di polizia fino a trenta giorni senza un’imputazione formale. D’altronde in Asia le perquisizioni ed i sequestri senza mandato, il controllo arbitrario della posta e le intercettazioni telefoniche sono già pratiche di uso comune.
La politica del conteinment sulle problematiche del meridione, adottata negli anni ’80 attraverso l’istituzione di due organismi (Spabc e Cpm 43) creati per favorire il dialogo inter-etnico, ha lasciato spazio ad una strategia più aggressiva. Shinawatra, vero padre-padrone della Thailandia, dopo aver incassato il successo plebiscitario ottenuto nel febbraio 2005 si sente libero di poter agire anche al di sopra della legge. Il primo ministro, forte dei suoi quasi quattrocento deputati (su cinquecento totali), ha la possibilità di eludere i controlli delle commissioni parlamentari e dei tribunali speciali previsti dalla Costituzione. Gli interventi armati nella regione sono anche giustificati dalla minaccia che proprio nel sud della Thailandia si nascondino delle cellule della famigerata Jemaa Islamyah (Ji), la rete terroristica legata ad al-Qaeda che sta insanguinando l’Indonesia. I commentatori più accreditati sembrano escludere per ora, tenuto conto della matrice locale del loro conflitto, che i vertici della Ji già esercitino la loro influenza sui guerriglieri di etnia malese. Ma il solo richiamo a questo spettro e le commesse di armi ordinate direttamente negli States garantiscono a Shinawatra l’appoggio indiscusso di Washington al quale si sta affiancando a periodi alterni quello di Pechino.
La Cina è interessata al controllo del commercio marittimo tra l’oceano Indiano ed il Pacifico ed ha come obiettivo il posizionamento dei suoi interessi nell’estremo sud dell’Asia, stringendo accordi economici e sostenendo alcuni governi della regione. Un esempio su tutti è stato il primo sostanzioso aiuto diretto a Bangkok che la Repubblica Popolare cinese ha stanziato per la ricostruzione del post tsunami. La Thailandia rappresenta, per la posizione geografica della sua penisola che collega la Malesia al continente, un’occasione irripetibile per gli strateghi del Comitato Centrale.
La solidità della posizione del premier, aiutata da un bombardamento mediatico sulle emittenti di cui è proprietario, può però essere messa in discussione da una larga parte dell’opinione pubblica internazionale che non accetta il silenziatore imposto ai fatti cruenti del sud tailandese. A capeggiare il fronte dell’opposizione in patria ci ha pensato Saneh Jamarik, presidente della Commissione dei diritti della persona, precisando che le misure emergenziali volute da Shinawatra starebbero incoraggiando «abusi di potere»: «Quasi trent’anni fa discutevamo su come contrastare la politica dei dittatori. Sembra incredibile ritrovarci di nuovo a parlare degli stessi problemi. Questo decreto minaccia i diritti civili più di qualunque altra legge approvata in passato».
(02 dicembre 2005)