Giovanna Sfragasso
SRI LANKA - Revocato il “cessate il fuoco”, riprende una guerra di trent’anni
Trent’anni di lotta per un conflitto che non ha mai messo realmente in gioco gli interessi delle grandi potenze. Trent’anni di vita per un movimento separatista che è sempre stato espressione di una minoranza autoctona intorno a rivendicazioni politiche, religiose e linguistiche, in un intrecciarsi di vicende legate alle esperienze di una potente organizzazione transnazionale, le “Tigri di liberazione dell’Eelam tamil” (Ltte). Trent’anni, dunque, di storia scritta con il sangue, per rivendicare un territorio senza soluzione di continuità (chiamato “Tamil Eelam”) costituito dalla provincia nord-orientale dello Sri Lanka, dal porto di Trincomalee e dalle regioni del sud-est. Una tensione, quella tra maggioranza di lingua cingalese (il 74% degli abitanti) e minoranza tamil (il 15% degli abitanti) che risale al 1956, anno in cui nell’isola, all’epoca chiamata Ceylon, prese il potere il Partito della libertà, lo Sri Lanka Freedom Party (Slfp). Il suo fondatore, Salomon Bandaranaike impose il cingalese come unica lingua ufficiale e riconobbe il primato del buddismo, la religione predominante tra i cingalesi, scatenando i primi scontri nelle zone di contatto con i tamil a maggioranza induista.
La tensione, dopo una breve battuta d’arresto, è tornata in scena negli anni Settanta, fino a raggiungere la massima intensità nel corso degli anni Ottanta. In seguito ai violenti episodi del luglio del 1983, il governo cingalese ha deciso di intervenire attraverso una durissima repressione, che ha fatto cadere il Paese nella guerra civile. Ben 65.000 tamil hanno abbandonato l’isola e si sono rifugiati in India. Anche la minoranza musulmana è stata costretta alla fuga: oltre 100.000 persone hanno lasciato lo Sri Lanka. Dopo il fallimento del tentativo di peacekeeping da parte dell’India, nel 1991, le azioni di guerriglia firmate dal Ltte si sono susseguite per tutto il decennio scorso. Aeroporti, testate giornalistiche, centri religiosi e luoghi della politica sono stati completamente distrutti. Nel 2000 la Norvegia ha assunto l’incarico di mediatrice tra cingalesi e tamil, giungendo, nell’aprile del 2002 allo storico cessate il fuoco. Lo stato di armistizio siglato dalle due parti belligeranti sarebbe dovuto entrare in vigore dal 2004, ma non è mai stato realmente applicato. Una tregua troppo fragile per essere risolutiva, soprattutto dopo l’elezione a presidente, nel 2005, del nazionalista Mahinda Rajapakse, fautore del pugno di ferro contro i separatisti, considerati a pieno titolo terroristi.
Il 16 gennaio anche questa opportunità è svanita del tutto. L’accordo, già revocato unilateralmente dal governo di Colombo il 2 gennaio, è stato definitivamente abbandonato. La decisione ha confermato anche l’annullamento della Sri Lankan Monitoring Mission, la cui possibilità di accesso sia alle zone di conflitto sotto il controllo dell’esercito che a quelle in mano ai ribelli consentiva di monitorare le violazioni dei diritti umani nell’isola. Il Paese si trova ora in preda ad una guerra aperta volta all’ “eliminazione del nemico”. Da una parte c’è il governo, che ha intensificato i suoi sforzi per piegare la resistenza delle Tigri ed ha lanciato una campagna mirata al loro annientamento (per l’anno 2008 è prevista una crescita del 20% dei fondi destinati alle forze di sicurezza nazionali, per un ammontare di 1,5 miliardi di dollari). La testimonianza arriva dal comandante in capo dell’esercito srilankese, Sarath Fonseka, che dichiara di aver contato l’uccisione, nel nord, di circa 500 nemici ogni mese: «Continuando a questo ritmo – ha detto Fonseka – entro sei mesi avremo ucciso 3.000 tigri Tamil e potremo dichiarare finita la guerra». Dall’altra ci sono i separatisti ribelli, che continuano a seminare vittime in tutto il Paese, come è accaduto anche il giorno della scadenza della tregua: un ordigno è esploso in un autobus uccidendo a Buttala, nel sud est, 27 civili.
Prima dello scadere del cessate il fuoco il movimento autonomista si era detto pronto a tornare al tavolo negoziale con il presidente Rajapaksa e a ripristinare la tregua da lui formalmente revocata la settimana precedente. Il portavoce di Colombo, Keheliya Rambukwella, aveva però immediatamente rigettato l’offerta dei ribelli: «Hanno usato il cessate il fuoco per condurre attacchi terroristici contro obiettivi civili. Il governo porterà avanti le operazioni militari per liberare tutto il Paese dai terroristi: li liquideremo». Trascorse due settimane è il governo di Colombo a svelare il suo piano per risolvere politicamente il conflitto etnico. L’accordo, come stabilito da un testo elaborato dall’All Party Representative Committe (Aprc) – e accolto con favore dalla comunità internazionale, prevedeva la concessione di maggiori autonomie alle province del nord a maggioranza tamil; ma mirava, allo stesso tempo, ad attrarre fuori dall’area del conflitto le fazioni moderate tra i patrioti delle Tigri. I guerriglieri indipendentisti lo hanno subito rifiutato.
La crescita di tensione di questi ultimi giorni si inserisce in quel clima di terrore alimentato dal susseguirsi di omicidi politici messi in atto sia dal governo di Colombo che dalle Tigri per spazzare via il vertice delle rispettive leadership. Una strategia mirata, dunque, che risale al 2005, quando è stato ucciso il ministro degli esteri Lakshman Kadirgamar. Nello stesso anno, a dicembre, in una chiesa di Batticaloa, è morto anche il parlamentare filo-ribelli Joseph Pararajasingham. Nel giugno 2006, invece, ha perso la vita con una bomba, Parami Kulatunga, uno dei generali srilankesi più in vista. Cinque mesi dopo è stata la volta di altro politico filo-guerriglia, Nadarajah Raviraj. Nel mese di dicembre dello stesso anno è stato ucciso anche Anton Stanislaus Balasingham, ideologo e portavoce delle Tigri. Nel novembre 2007 un raid aereo ha ammazzato Sp Thamilselvan, capo del braccio politico delle Tigri. Il 2008, appena iniziato, ha già visto morire, il 6 gennaio, il “Colonnello Charles”, capo dell’intelligence Tamil, la cui esecuzione, attuata dai servizi segreti di alto livello, è seconda solo all’omicidio di Thamilselvan. Due giorni dopo è uscito di scena anche il ministro per la Ricostruzione D.M. Dassanayake, ucciso con un attentato dinamitardo sulla strada dell’aeroporto di Colombo, a poche ore dalla morte, all’uscita da un tempio induista, di un membro tamil del parlamento, Thiagarajah Maheswaran.
A pagare le conseguenze di questo conflitto, che ha causato circa 70.000 morti, 5.000 dei quali solo negli ultimi tre anni, sono i civili. Nei distretti settentrionali di Jaffna, Mannar, Vavuniya e Polonnaruwa ogni giorno si registrano morti e feriti, molti dei quali sono bambini; senza dimenticare gli sfollati, che si stimano siano circa un milione. Il Giappone, principale donatore internazionale per lo Sri Lanka, ha annunciato il congelamento degli aiuti finanziari al governo di Colombo se questo conflitto continuerà ad inasprirsi. La minaccia è stata formulata da Yasushi Akashi, inviato speciale per la pace di Tokyo, riferendosi al livello allarmante di violenza registrato nelle ultime settimane, in particolare da quando, a metà gennaio, «Demonizzando i ribelli, con la qualifica di “terroristi”, il governo sta limitando i negoziati. A meno che l’esecutivo e i ribelli scelgano la pace – ha precisato Yasushi Akashi – gli appelli dal resto del mondo, anche se numerosi, resteranno inascoltati».
(12 febbraio 2008)