KAZAKISTAN - Il Great Game di Nazarbaev

Il 4 dicembre il Kazakistan ha votato per scegliere il suo presidente. Il risultato è stato sconcertante nelle cifre, ma non certo inatteso: l’inossidabile Nursultan Nazarbaev (nella foto), padre-padrone del paese fin dai tempi della Perestroijka, si è affermato per l’ennesima volta con il 91,01% dei consensi. Si sono verificate diverse irregolarità, puntualmente denunciate dagli osservatori dell’Osce, e le settimane prima del voto sono state caratterizzate da un’involuzione autoritaria del regime. Inoltre lo svolgimento della campagna elettorale è stato macchiato dalla misteriosa morte di Zarmanbek Nurkadilov, ex collaboratore del presidente passato all’opposizione, dall’arresto di due giornalisti ucraini, dall’espulsione di diverse Ong straniere e dalla breve detenzione (su richiesta delle autorità kazake) in Russia di Irina Petrušceva, donna ai vertici del liquidato gruppo editoriale Bastau, “colpevole” di essere eccessivamente critico con la famiglia Nazarbaev. Tuttavia tali anomalie non possono celare il fatto che nel Paese il vecchio leader gode di un consenso reale, e che un’evoluzione come quella verificatasi in Georgia e Ucraina è al momento quanto mai improbabile.

Quali dunque le ragioni di tale consenso? Anzitutto gli ottimi risultati economici conseguiti dal Kazakistan, sebbene i processi di transizione siano stati ben lontani dai parametri indicati dalle istituzioni finanziarie internazionali. Senza dubbio le alte quotazioni del greggio di cui il paese è ricco hanno dato una mano, ma anche le riforme attuate all’indomani dell’indipendenza hanno favorito positivi elementi di diversificazione della struttura produttiva kazaka. I trend di crescita sono stati infatti sostenuti e costanti negli ultimi 15 anni. In altre parole, la popolazione ha mostrato apprezzamento per le strategie di politica economica ed è stata disposta a sopportare la deriva sultanistica del regime di Astana. D’altra parte l’opposizione è ben lungi dal poter beneficiare dalla “corazzata” elettorale messa in piedi un anno fa in Ucraina: al sostegno delle Ong il leader di “Per un Giusto Kazakistan” Zamarhan Tujabkaj, non ha potuto affiancare il sostegno politico occidentale. La ragione risiede probabilmente nell’insistenza con cui l’opposizione ha attaccato Nazarbaev sul Kazachgate, lo scandalo che ha visto coinvolta Exxon Mobil nella corruzione di membri del clan presidenziale kazako, insistenza che a Washington è sembrata poco gradita anche per gli eccellenti rapporti che Chevron Texano, fin dagli anni ’90, ha coltivato con la leadership kazaka per assicurarsi vantaggiosi contratti di estrazione nel bacino di Tengiz. Anche dall’Europa sono giunti segnali di indifferenza per il crescente autoritarismo del regime, probabilmente grazie ai massicci interessi di compagnie quali Eni (che è riuscita a fare dell’Agip l’operatore unico per conto di un consorzio comprendente Total, Shell, Exxon Mobil, Inpex e Kazmunajgaz nello sfruttamento dell’immenso giacimento caspico di Kashagan) e Total (che da tempo sta lavorando al progetto di un oleodotto che collegherebbe Tengiz al terminale iraniano di Kharg island). Come accaduto in occasione delle elezioni azere, le crociate per la democrazia sono state sommerse da un mare di petrolio.

Il vento sta però cambiando. Dopo anni di funambolico equilibrismo internazionale, il leader centroasiatico sembra ora sbilanciare sempre più verso Mosca l’asse della politica estera kazaka. Proprio l’applicazione della dottrina Bush in Georgia e Ucraina hanno spinto Nazarbaev (dopo l’uzbeko Karimov) a riconsiderare la collocazione internazionale del Paese, e il sostegno politico russo sembra oggi decisamente necessario al Presidente: la sua macchina elettorale ha cercato di capitalizzare al massimo la grande popolarità di Putin in Kazakistan, e ha potuto beneficiare dell’appoggio di un Cremlino che sta riconquistando posizioni nel grande gioco centroasiatico. I russi hanno tollerato l’apertura dei giacimenti kazaki all’Occidente, ma hanno saldamente mantenuto il controllo del consorzio Cpc che gestisce l’oleodotto Tengiz-Samara-Novorossijsk. In questo campo, la presidenza di Nazarbaev rappresenta il migliore catalizzatore degli interessi russi e occidentali consolidatisi negli ultimi dieci anni nell’area, che non sarebbero certo favoriti da uno sconvolgimento politico. Inoltre, in tema di integrazione regionale, in Russia e in Kazakistan si parla un linguaggio sempre più simile, testimoniato dalla convergenza del progetto Eep (edinoe ekonomiceskoe prostranstvo) di Sergej Markov, dell’idea della triangolazione strategica Russia-India-Cina di Evgenij Primakov e dell’idea del Terzo Sistema di Sicurezza Eurasiatico dello stesso Nazarbaev. Tali ipotesi di integrazione vedono una Russia sempre meno europea e sempre più eurasiatica, la cui sintesi può essere ben descritta dal rilancio della Csi attivamente perseguito negli ultimi mesi dal Segretario del Consiglio Esecutivo della Comunità Vladimir Rušajlo, fedelissimo di Putin.

In ogni caso, in molti ritengono che nel prossimo mandato Nazarbaev si curerà di più non solo della politica russa del Kazakistan, ma anche di quella cinese. La Cina ha molto da offrire ad Astana in termini di investimenti diretti, ed è assetata di petrolio. Relazioni sempre più strette fra le due nazioni sono dimostrate dalla recente acquisizione da parte della compagnia energetica di Pechino Cnpc del 100% di Petrokazachstan, il cui capitale, prima della rilevazione, era interamente in mani canadesi. In questo senso il vecchio progetto di pipeline Aktjubinsk-Xinjiang,al momento sospeso, potrebbe essere ripreso, frustrando eventualmente proprio le ambizioni americane legate al progetto Tengiz-Gwadar per il trasporto del petrolio caspico verso l’Oceano Indiano via Pakistan. Inoltre l’attiva partecipazione kazaka all’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, sorta con lo scopo di proteggere gli interessi russo-cinesi in Asia Centrale dalle ingerenze americane, dimostra quanto Nazarbaev creda nell’ascesa della potenza cinese nell’area.

Comunque evolvano le dinamiche del nuovo great game in Asia Centrale, per il momento il vincitore è il satrapo Nazarbaev, che nei prossimi sette anni cercherà di mantenere costanti gli attuali trend di sviluppo in modo da creare un ambiente propenso alla successione, secondo molti, in favore della figlia Darigha. Non è però detto che il sistema sia sostenibile in eterno: l’insofferenza per la mancanza di democrazia e diritti umani potrebbe esplodere, mentre un’altra grande incognita sul futuro del paese è la preoccupante situazione ambientale: lontano dagli scintillanti grattacieli di Astana, Almaty e Atyrau, sta emergendo una catastrofe ambientale difficilmente riscontrabile in altre zone del pianeta: lo sfruttamento intensivo delle piantagioni di cotone, unito al pessimo stato dell’apparato industriale post-sovietico, ha portato ad un dissesto idrico senza precedenti che fra non molto potrebbe culminare con il prosciugamento del lago d’Aral, senza contare l’inquinamento dovuto all’approssimativo stoccaggio di scorie nucleari e allo sfruttamento sregolato delle risorse del sottosuolo nella regione del Caspio del nord. Nonostante un tale disastro ecologico rappresenti la più grande minaccia alla crescita di lungo periodo del paese, per il momento i segnali incoraggianti rimangono ben pochi.

Marco Giuli
(12 dicembre 2005)

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