Francesco Tajani
PAKISTAN - Insieme alla Bhutto torna anche la paura
Il Pakistan si conferma uno dei paesi più martoriati dal terrorismo. Gli strateghi del panico non si sono lasciati sfuggire la ghiotta occasione rappresentata dal ritorno in patria dell’ex presidente Benazir Bhutto (nella foto) dopo otto anni di esilio: il suo arrivo a Karachi ed i festeggiamenti che l’hanno accompagnato sono stati funestati da alcune esplosioni, con centinaia tra morti e feriti. La megalopoli affacciata sull’Oceano stava tributando alla leader ritrovata un caloroso abbraccio popolare, quando, alla mezzanotte locale, si è scatenato l’inferno.
La Bhutto è uscita incolume da un attentato che sarebbe potuto risultarle fatale, se le forze di sicurezza non avessero predisposto delle ingenti misure di sicurezza. Comunque insufficienti, come i corpi straziati al suolo hanno dimostrato inequivocabilmente. Le minacce, nei giorni precedenti, erano arrivate: gli estremisti locali non perdono occasione per rinfacciare ai nemici le loro presunte colpe e per rendere note le proprie bellicose intenzioni. Nel caso della prima donna giunta alla carica presidenziale di un paese musulmano l’accusa è quella di appoggiare gli americani e la loro guerra al terrore e di essersi alleata con l’odiato Musharraf. Ma i nemici della Bhutto non si annidano solo tra le file di Al-qaida, qualche sospetto è caduto anche sugli appartenenti ai gruppi tribali che popolano il Waziristan ed altre regioni turbolente, dove l’autorità centrale di Islamabad non riscuote molti consensi. I capi locali non si oppongono all’operato degli uomini di Bin Laden, di cui sono fiancheggiatori. Da anni, ormai, i servizi segreti di mezzo mondo indicano nelle aree pashtun del Pakistan la base operativa della rete terroristica mondiale, o quantomeno un grosso bacino di reclutamento, dove i più rappresentativi esponenti dell’islamismo violento transnazionale trovano rifugio ed ospitalità.
I pashtun pakistani sono vincolati dalla “consanguineità” a quelli afgani: solo una frontiera arbitrariamente tracciata li divide. Nelle scorse settimane, l’esercito nazionale ha sferrato dei pesanti attacchi nelle aree interessate dall’attività di questi gruppi, provocando però una carneficina tra i civili che, presumibilmente, non otterrà altro effetto se non quello di far lievitare i consensi a favore dei ribelli antigovernativi. Ad oggi, un’offensiva è in corso contro il maulana (titolo che riconosce solo “un’infarinatura” di conoscenza religiosa a chi lo porta) Qazi Fazlullah ed i suoi uomini, rei di aver introdotto la legge coranica nella valle di Swat, sotto il loro controllo, esautorando de facto il governo centrale. Lo stesso leader locale ha parlato, in un recente incontro con l’inviato del Corriere della Sera, dello “Stato zero di Musharraf”. In questo scenario non è chiaro quale ruolo stia svolgendo il chiacchierato Isi: il servizio segreto pakistano è considerato uno dei principali attori del dramma che si sta consumando nel paese. Rimangono per lo più oscure, però, le sue intenzioni: da una parte non ha mai fatto mancare il proprio sostegno agli estremisti islamici, soprattutto ai talebani, dall’altra non ha mai dato prova di infedeltà all’establishment del presidente Musharraf. Tanto è vero che il neorieletto capo di Stato ha nominato per la prima volta un uomo, Ashfiaq Kiani, proveniente dall’Isi al vicecomando delle forze armate, destinato cioè a sostituirlo qualora dovesse smettere la divisa. La situazione ad Islamabad è sempre più tesa: Musharraf è stato rieletto presidente per la terza volta consecutiva, pur mantenendo i gradi militari, da un parlamento in scadenza di mandato.
La corte suprema pakistana si sarebbe dovuta pronunciare il 18 ottobre scorso ma la deliberazione è stata rinviata. Alcuni famosi avvocati avevano proposto ricorso anche per conto dell’opposizione agli organi giurisdizionali, lamentando la violazione del divieto costituzionale di ineleggibilità di un membro dell’esercito. Il presidente, che gode dell’appoggio di Washington, non ha intenzione di mollare la presa sul paese. Alcuni analisti ritengono che vada sostenuto in quanto capace di arginare l’incontenibile ascesa degli islamisti: questi ultimi si sono imposti come indomiti avversari, capaci di barricarsi nella Moschea Rossa della capitale, armi in pugno, e di opporre all’esercito una vigorosa resistenza. I metodi impiegati dai militari non sono certo incruenti, come testimoniano le repressioni dei moti nelle aree periferiche del paese. La situazione ricorda, da alcuni punti i vista, quella turca, dove l’esercito detiene molto potere, ed è in grado di determinare gli equilibri sul piano politico, non rinunciando ad attivarsi in tal senso. Una limitazione della loro capacità di agire gioverebbe alla ripartizione dei poteri propria di ogni democrazia ma favorirebbe l’azione dei fondamentalisti islamici. Naturalmente, non è nemmeno proponibile un accostamento tra gli esponenti islamisti dei due paesi: Erdogan e Gul da una parte, i mullah ed i capitribù dall’altra. Il pragmatismo di ispirazione religiosa dell’Akp contro la violenza cieca dei clan familistici e il fanatismo pseudoreligioso degli estremisti. Resta da capire se Benazir Bhutto riuscirà a scovare il bandolo dell’intricata matassa e se si troverà nelle condizioni ideali per agire: il sostegno popolare di cui godeva all’epoca del suo premierato sembra svanito in vaste aree del paese, e rimane forte solo nel Sindh ed in limitate zone del Punjab. Nel suo passato, le ombre della corruzione e la pesante accusa di aver giocato un ruolo nella morte dei suoi fratelli Murtaza, ucciso nel 1996 dalla polizia a Karachi, e di Shah Nawaz, avvelenato in Francia nel 1985, pare da uomini dell’Isi. Il presente la vede invisa a molti abitanti del paese, che ritengono il suo ritorno non una speranza ma il frutto avvelenato della spartizione del potere col presidente. Il cammino del Pakistan verso la pace e la stabilizzazione è ancora da tracciare, ma sembra già accidentato.
(30 ottobre 2007)