PAKISTAN - Si ritira Musharraf, non si ferma la violenza

Con le dimissioni di Pervez Musharraf dalla carica di presidente, confermato tra molte critiche da meno di un anno, si è chiuso un periodo storico-politico importante per la moderna storia del Pakistan e del mondo intero. Sotto il comando dell’ex generale, ora anche ex capo dello stato, gli Stati Uniti d’America, che su di lui hanno puntato qualcosa come 11 miliardi di dollari in sovvenzionamenti dopo l’11 settembre 2001, hanno iniziato insieme alla Nato una campagna di guerra dolorosa che non ha ancora marcato i confini tra l’Afghanistan e il Pakistan, nel tentativo di estirpare la pianta marcia del fondamentalismo islamista. Ed è proprio nella tenaglia delle milizie islamiche da una parte e degli statunitensi dall’altra che il dittatore pachistano è rimasto stritolato, prima ancora di essere costretto al ritiro dalla coalizione parlamentare uscita vittoriosa dalle elezioni dello scorso 18 febbraio, composta dal Partito popolare pachistano (Ppp) degli eredi di Benazir Bhutto e dalla Lega musulmana pachistana-Nawaz (Pml-N) dell’ex premier Nawaz Sharif.

Con la sua guida controversa è sfumato in Pakistan il sogno americano di poter costruire una sorta di “dittatura laica”, incarnata da un presidente che fosse equidistante tra le due anime religiose maggioritarie (quella islamica sciita e quella sunnita), risoluto nel contrastare i taliban ed i capi villaggi compromessi con i terroristi lungo la frontiera afgana e, nel contempo, convinto alleato degli occidentali. A Musharraf questo equilibrismo non è riuscito. Tanto che, valutato a posteriori, il discorso pronunciato all’Onu, nel quale ammoniva l’Occidente, criticando l’operato della Cia, di non far cadere il Pakistan nelle mani dei talebani, sembra piuttosto oggi il canto del cigno e non quell’arringa sferzante rivolta al mondo intero che lo accusava di non voler traghettare il suo paese in una democrazia compiuta come invece era stato salutato ormai due anni fa. Il fallimento della strategia adottata dalla Casa Bianca nell’ex colonia britannica rischia ora di far ripiombare il Pakistan indietro di nove anni con un alto rischio di colpo di stato, nonostante Asif Ali Zardari sia stato eletto come successore di Musharraf. La debolezza di un presidente che può contare solo sull’appoggio dei parlamentari vicini a lui, perché non è reale espressione di un progetto politico condiviso dalla gente, dai vertici militari e dall’intelligence (Isi), molto influente in tutto il paese, espone il Pakistan al pericolo dell’ennesimo ricorso alla forza mistificato dalla necessità di non far esplodere una volta per tutte la polveriera pachistana.

Il potere infatti sembra non risiedere più ad Islamabad, ma è sbriciolato in tutte le provincie della federazione, che si riconoscono sempre più nelle guide tribali, molte lontane dall’accettare le linee politiche decise centralmente. Uno scontro di potere in particolare minaccia di far precipitare il Pakistan in una stagione ancora più buia dell’attuale: quello tra le Forze armate e l’Isi, il potente servizio segreto (e non solo) prosperato durante gli anni Ottanta grazie agli americani ed oggi primo sostenitore della resistenza talebana. In questa partita Musharraf aveva preso una posizione netta, come hanno confermato l’assalto dei militari alla moschea Rossa e le parole di Hamid Gul, ex capo dell’intelligence pachistano, che il 19 agosto scorso sulle colonne de la Repubblica aveva minacciato: “L’esercito pachistano combatte contro la sua stessa gente, in nome degli interessi americani. (…) se il governo continuerà su questa linea, resterà un governo di schiavi. Io vi avverto: se questo succederà verrà il momento che il Pakistan si rivolterà”. E proprio la sfida lanciata a queste fazioni molto influenti della politica del paese è costata al regime di Musharraf una costante destabilizzazione attraverso una politica scellerata di attentati terroristici che hanno centrato l’obiettivo dell’allontanamento dalla massima carica dello stato del “traditore della patria”.

Una scia di sangue che non si è interrotta nemmeno con la sua uscita di scena, continuando a mietere vittime anche nel giorno dell’elezione di Zardari, vedovo di Benazir Bhutto e reggente del Ppp, per conto del figlio, a presidente del Pakistan. La scelta di candidarsi senza aver reintegrato i giudici della Corte Suprema sospesi da Musharraf nello scorso ottobre ha interrotto la breve esperienza di governo che il Ppp stava portando avanti con il Pml-N. Nawaz Sharif infatti, cavalcando la popolarità del giudice Chaudhry, ha deciso di uscire dalla coalizione di governo formatasi dopo le elezioni di febbraio, esponendo Zardari alle critiche di quanti non si sono dimenticati del suo soprannome: “mister 10%”, riferito alle accuse di corruzione che l’avevano costretto a lasciare il paese quando Musharraf conquistò il potere. E se è vero, come ha commentato Asma Jahangir presidente della Commissione pakistana per i diritti umani (Hrcp), che il nuovo capo dello stato dovrà necessariamente ispirare fiducia, godere di credibilità, essere neutrale rispetto ai vari partiti politici e non avere ombre nel suo passato, poiché quello che diventerà il futuro “simbolo della federazione” dovrà essere in grado di “costruire ponti fra le diverse forze democratiche” invece di dimostrarsi “fazioso o manipolatore” come avvenuto in passato, Asif Ali Zardari non è l’uomo giusto. Ma chissà cosa ne pensano gli americani, fin troppo tentati di sostenerlo in un’ottica di contenimento verso il Pml-N, considerato da Washington troppo vicino alla destra religiosa, e naturalmente verso i fondamentalisti armati dentro e fuori il Pakistan. Il rischio è che si continui a tenere in piedi un presidente che, con strategie diverse, mantenga in vita uno status quo pericoloso per il “paese dei puri” e per l’intera regione. L’allarme lo ha lanciato per primo, secondo quanto riportato da Maria Grazia Coggiola di Apcom, il consigliere alla sicurezza nazionale indiano M.K. Narayanan, il quale ha denunciato, subito dopo l’annuncio delle dimissioni di Musharraf, quanto l’incognita di un “limbo politico” in Pakistan rischi di “lasciare ai gruppi estremisti islamici la libertà di agire a piacimento”. Con le conseguenze nefaste che si possono facilmente intuire.

Roberto Coramusi
(9 settembre 2008)

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