MYANMAR - Un regime lontano dai riflettori

I media internazionali non dedicano molto spazio alle sorti politiche e sociali di questa vasta nazione del Sud-Est asiatico e tutto ciò che succede al suo interno ci è praticamente ignoto. Tutti lo chiamiamo ancora Birmania, non sapendo che già dal 1989 ha riacquisito il suo nome antico, Myanmar. Il vecchio nome richiama alla memoria solo l’epoca del colonialismo inglese e la maggior parte della popolazione preferisce ricordare la fine del giogo britannico e la riconquistata indipendenza nel 1948. Ancora oggi questo grande Stato vive immerso in un tempo antico, dove il progresso e l’industrializzazione non hanno ancora fatto la loro entrata in scena. Buona parte dei birmani vive senza elettricità e spesso anche senza acqua corrente, sono principalmente dediti all’agricoltura e ad attività che, nel mondo cosiddetto industrializzato, sono ormai scomparse da secoli. Il tempo e lo spazio sono concetti che non riguardano la vita dei birmani e tutto sembra scorrere con una grande armonia diffusa.

Eppure vi sono molti fattori che minacciano questa vita in apparenza così serena. Fin dal 1962 il Myanmar è governato da regimi militari fortemente autoritari. La figura principale dei primi regimi è stata senza dubbio quella del generale Ne Win (pseudonimo da lui adottato che significa “brillante come il sole” o “figlio della gloria”). Autore del colpo di Stato del 1962, Ne Win impose una dittatura militare di ispirazione marxista e tracciò le linee per la “via birmana al socialismo”. Ma le scelte politiche, sociali ed economiche del regime di Ne Win si rivelarono ben presto fallimentari, le libertà individuali, i diritti umani e i diritti delle minoranze etniche soffocarono sotto i colpi della legge marziale e l’economia del Paese accusò un rapido tracollo tanto che, in un rapporto delle Nazioni Unite stilato nel 1987, il Myanmar venne riconosciuto come uno dei 10 Paesi più poveri del mondo. Dopo 26 anni di dittatura, nel 1988, Ne Win lascia formalmente la prima linea, si posiziona strategicamente dietro le quinte e il potere passa nelle mani di una giunta composta da 21 militari, lo SLORC (State Law and Order Restoration Council). Da allora la situazione del Paese è addirittura peggiorata.

L’opposizione politica, rappresentata dalla NLD (National League for Democracy) è da sempre messa a tacere. Le elezioni libere svoltesi nel 1990 e vinte con l’82% dei voti dalla NLD, sono state annullate immediatamente, la giunta militare ha mantenuto il potere ed ha cominciato ad arrestare tutti i membri dell’opposizione. Detenuta speciale è il premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, leader indiscussa della NLD, che si trova da allora, a parte rari rilasci in cui è stata sempre tenuta sotto stretto controllo, agli arresti domiciliari nella sua casa di Yangon. Il Premio per la Pace Aung San Suu Kyi lo vinse nel 1991 per “la sua lotta non-violenta per la democrazia e i diritti umani” e la Commissione del Nobel precisò: “E’ diventata la leader di una opposizione democratica che impiega mezzi non-violenti per resistere ad un regime caratterizzato dalla brutalità. Enfatizza inoltre il bisogno di una conciliazione tra le regioni fortemente divise del suo Paese e i vari gruppi etnici”. Gruppi etnici che rappresentano un altro dei grandi problemi che caratterizzano le sorti del Myanmar. Tra i primi a non accettare la politica centralizzante del regime militare nato dal colpo di Stato vi furono le minoranze Karen, Karenni, Mon e Shan. Queste etnie, che vivono nelle regioni orientali al confine con Cina, Laos e Thailandia, conducono da tempo un’aspra guerriglia contro l’esercito birmano e le popolazioni civili di queste aree sono continuamente vessate da uno scontro che non vede né vinti e né vincitori. Alcune organizzazioni internazionali, come Human Rights Watch, cercano di richiamare l’attenzione sui massacri compiuti dall’esercito su migliaia di civili delle diverse minoranze etniche, eppure il Paese è così chiuso e le attività dell’esercito così segrete e occultate che difficilmente si riesce ad averne notizia. La giunta militare birmana, che nel frattempo ha cambiato sigla, da SLORC è passata a SPDC (State Peace and Development Council), si troverà nel 2006 a reggere la Presidenza di turno dell’ASEAN (Association of Southeast Asian Nations) e gli altri Stati che ne fanno parte, per evitare che ciò accada, stanno attuando una politica di dissuasione nei confronti del Myanmar ribadendo che finché non verranno risolti i numerosi problemi presenti nel Paese, non dovrebbero avere l’opportunità di presiedere alcuno scranno.

Herman Bashiron
(2 giugno 2005)

HOME

SEGNALA QUESTO ARTICOLO AD UN AMICO