Maurizio Gentile
INDIA - Kashmir, dopo il lutto riparte il dialogo
È trascorso appena un mese dal devastante terremoto che ha colpito la regione del Kashmir. Il bilancio dopo più di trenta giorni di soccorsi disperati e aiuti internazionali che tardano ad arrivare, parla di circa 60.000 vittime e più di tre milioni di persone senza un tetto. Per uno strano caso del destino, il sisma ha colpito indifferentemente e senza prestare attenzione alle linee di confine, in particolare a quella striscia di terra compresa tra India e Pakistan e rivendicata da entrambi i paesi di esclusiva da più di cinquanta anni: il Jammu e Kashmir. Il mondo ha così riscoperto che esiste una porzione di terreno tra queste due potenze emergenti che rappresenta un vulnus nella regione asiatica. Una miccia pronta ad esplodere tra due contendenti che oggi, per un gioco beffardo del fato, sono accomunati dalla disgrazia e dalla disperazione. Ma non basta. Dove non sono arrivati gli elementi della natura, interviene sempre l’uomo a peggiorare gli eventi. Pochi giorni dopo il sisma, la città di Rajouri in Kashmir è stata bersaglio di un massacro di dieci civili da parte di separatisti islamici. Come se non bastasse, la capitale indiana Delhi il 29 ottobre ha subito una serie di attentati terroristici che hanno causato più di sessanta morti, rivendicati da un gruppo terroristico pakistano che chiede il ritiro unilaterale dell’India dalla regione.
Jammu e Kashmir è una porzione di terreno posta al confine tra India e Pakistan e contesa sin dal 1947. In quell’anno l’ex colonia britannica, grazie all’instancabile opera di Mohandas Karamchand Gandhi, ottiene l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Immediatamente la comunità musulmana decide di separarsi, creando uno Stato autonomo, il Pakistan. Si consumava così il tradimento del messaggio del Mahatma, che aveva combattuto durante la propria vita, per l’indipendenza e per l’unità di tutti gli indiani, indipendentemente dalla confessione di appartenenza. Ai confini di questi due nuovi Stati, separati dal settarismo religioso, vi erano più di cinquecento principati, che alla fine degli anni quaranta, dovettero scegliere a quale paese unire il proprio destino. Come molti altri nella zona, il principato himalayano di Jammu e Kashmir, pur essendo parte del dominio inglese nell’area indiana, era rimasto pressoché sovrano, governato esclusivamente da un maharajah, espressione della popolazione locale.
Ma nel 1947, una volta consumata definitivamente la scissione del Pakistan, il Kashmir fu costretto ad una scelta, sebbene avesse in principio creduto nella propria indipendenza. Abbandonato il sogno dell’autonomia, schiacciato tra i due colossi, il maharajah Hari Singh, induista ma governatore di una porzione di terra a maggioranza islamica, decise per l’annessione all’India di Jawaharlal Nerhu. Sino a quel momento, nessun conflitto religioso era mai esploso all’interno del principato, in quanto gli abitanti del Jammu e Kashmir si sentivano portatori di una identità etnica denominata kashmiriyat che andava al di là di ogni differenza. Il Pakistan risposte a questa decisione con l’invio di un contingente militare nella zona, creando le premesse per la prima guerra indo-pakistana, che si concluse nel 1948 quando le Nazioni Unite imposero il cessate il fuoco e stabilirono una linea di confine provvisoria denominata “Linea di controllo”. A margine delle rivendicazioni delle due potenze, si formarono nei primi anni ’50 alcuni gruppi separatisti decisi ad ottenere una propria indipendenza e sovranità. Se si escludono le risoluzioni Onu che imponevano le smilitarizzazioni dei due contendenti, senza essere mai applicate, la situazione è in una fase di stallo da più di cinquant’anni. I primi passi verso una distensione sono stati beffardamente posti in essere dalla furia della natura che ha scosso la terra causando migliaia di vittime su entrambi i fronti. La frontiera himalajana, per la prima volta dopo 58 anni, è stata aperta proprio in questi giorni, per permettere l’afflusso degli aiuti umanitari. Un gesto concreto cui i due paesi sono giunti di comune accordo. La cortina di odio che separa gli stati, ha ceduto di fronte alla disperazione umana che accomuna tutti.
In questo piccolo Stato con una superficie di 92.437 Kmq e con una popolazione di meno di otto milioni di abitanti a maggioranza islamica, tutto sembra diviso, come le due capitali; una per l’inverno, la città di Jammu posta in pianura, e una per l’estate, Srinaga. Un terzo di questo ex principato è ormai controllato militarmente dal Pakistan e gli attacchi suicidi di terroristi islamici tanto in India quanto in Kashmir non aiutano certo a distendere il clima nella regione. a disperazione ed il dolore che il terremoto ha portato con sé, non distinguendo etnia, religione o nazionalità, ha accomunato le due parti in conflitto, e forse potrebbe rappresentare un punto da cui partire per una ricostruzione materiale e politica unitaria.
(02 dicembre 2005)