INDIA - Il nucleare va avanti, ma a passo d’Elefante

L’Elefante si muove in una cristalleria. È questa l’immagine che raffigura alla perfezione la superpotenza indiana proiettata verso un XXI secolo da sicura protagonista nonostante la grande fame di risorse energetiche che la rende estremamente vulnerabile. La crescita industriale del “paese della ruota” necessita di approvvigionamenti sicuri in grado di affrancarlo da una situazione di deficit elettrico che ne condiziona lo sviluppo diffuso. Non è un segreto che anche nella città di Bangalore, dove sorgono i centri tecnologici fiore all’occhiello dell’economia indiana, l’elettricità venga sospesa giornalmente per diverse ore, limitando la ricerca, la produzione e la vita dei cittadini. E proprio per impedire che questa situazione di precarietà condizioni ulteriormente il percorso di progresso intrapreso dallo stato indiano, il governo Singh (nella foto il premier indiano è con Geogre W. Bush) ha deciso di investire sull’atomo nel campo civile, per usufruire il prima possibile del quantitativo di energia richiesto dal sistema industriale. D’altronde la tecnologia non manca, anche se andrebbe velocemente aggiornata. Ciò di cui l’India è affamata sono le risorse primarie per far funzionare un sistema complesso che vede anche negli impianti militari un settore in via di evoluzione.

La storia del nucleare indiano parte dal lontano. Da prima del 1974, data in cui il mondo ha preso atto della raggiunta maturità atomica di Delhi, perché la ricerca è iniziata diversi anni prima, sull’onda emotiva di un sentimento nazionalista che contagiava l’intero arco costituzionale. Il vicino-nemico pakistano rappresentava qualcosa di più di un buon motivo per giustificare la corsa agli armamenti, che ha rischiato di precipitare nel 1998, quando a Pokaram, nel deserto di Thar, l’India ha fatto esplodere cinque testate nucleari, seguite nel giro di poco tempo dalle esplosioni pakistane di Chagai. Il mondo è rimasto alcune settimane con il fiato sospeso e si è interrogato sull’opportunità che due nazioni belligeranti come India e Pakistan detenessero la bomba. Tanto che al club atomico planetario ciò che ancora fa paura è il rischio che materiali e tecnologia vengano dirottate nel settore militare a discapito di quello civile. La rete indiana di reattori atomici vanta 22 impianti ad acqua pesante con un consumo medio di circa 500 tonnellate di combustibile all’anno, ma solo 14 di questi sono destinati ad uso civile, perché le altre sono installazioni militari. Mentre sono stati pianificati a gennaio del 2008 altri 10 reattori.

Per ragioni di convenienza economica, mancando le infrastrutture necessarie per lo sfruttamento dei combustibili derivanti da petrolio e gas, il governo di Delhi ha deciso di puntare in maniera massiccia sul nucleare nonostante l’aperta ostilità del Nuclear supplier group. La troika del nucleare, composta dai 45 stati che controllano la produzione mondiale dell’uranio, si è dichiarata compatta, tranne due eccezioni (Usa e Russia), nel non voler trattare con i paesi che non hanno ratificato il Trattato di non proliferazione, e l’India è uno di questi. L’ultimo duro colpo alle ambizioni nucleari di Delhi è stato inferto non tanto tempo fa dal nuovo governo laburista australiano che si è rimangiato la promessa fatta dall’ex premier conservatore Howard riguardo la vendita di uranio. L’unica strada percorribile sembra dunque quella tracciata dalla firma con gli Stati Uniti d’America nel 2006 dell’ormai famoso Accordo 123, sul rifornimento americano al sistema nucleare indiano a fronte dell’impegno di Delhi ad aprire i suoi reattori agli ispettori dell’Iaea. Una strada non ancora percorsa pienamente a causa della minaccia di far cadere il governo da parte del partito comunista marxista qualora l’India ratificasse il Tnp. La forzatura statunitense, che ha spiazzato gli altri stati aderenti al Nsg, è arrivata pochi giorni prima dell’accordo sino-australiano che permette a Pechino (firmataria del Tnp) di accedere al mercato di Canberra del combustibile raffinato, inutilizzabile per la produzione di armi nucleari. Rifornendo direttamente l’India, Washington ha intenzione di bilanciare la strategia cinese in Asia, ma ha fallito nel tentativo di indurre l’alleato australiano a compiere un balzo sopra le proprie leggi interne, consentendo ad un paese non firmatario del Tnp di accedere al proprio mercato. L’India è cosciente del fatto che non ha molte possibilità di sviluppare a pieno il proprio sistema nucleare senza l’aiuto e la collaborazione di nazioni più avanzate in questo delicato ambito. In attesa che trovi piena attuazione l’Accordo 123, il solo intervento della Russia, dichiaratasi disponibile a vendere 60 milioni di tonnellate di uranio per il reattore di Tarapur e a fornire tecnologia per la costruzione e la messa in funzione di un nuovo reattore ad uso civile a Kundakulam, non è sufficiente ad ampliare tutto il potenziale indiano.

Di conseguenza la diplomazia del governo Singh si concentra su diversi tavoli di trattativa, senza escludere neanche, qualora non si potesse percorrere la via tracciata dall’Accordo 123, un accordo strategico con la Cina, che da competitor potrebbe diventare un partner, qualora si trovasse una sinergia energetica conveniente ad entrambi i giganti asiatici. Un’alleanza che avrebbe un costo, almeno in termini politici: Delhi, in cambio di aiuto per il nucleare, sarebbe costretta a mettere sul piatto una politica accondiscendente verso l’aggressività energetica del Dragone, per quanto riguarda il petrolio e il gas.

Roberto Coramusi
(21 marzo 2008)

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