INDIA - L’inondazione della valle del Narmada è il prezzo della modernità

Per i vicoli di Harsud e nelle campagne circostanti c’è un gran brulicare. Migliaia di persone distruggono, svitano, caricano, fuggono. Centinaia di carri trainati da buoi e ruspe di ogni misura stanno smantellando una città intera prima che si riempia il bacino più grande dell’India, causato dalla diga Narmada Sagar, e tutto venga travolto da milioni di metri cubi di acqua.

La National hydro power corporation (Nhpc), di concerto con il governo del Madhya Pradesh, ha intenzione di sfruttare questa diga sul fiume Narmada (alta 92 metri) con l’intenzione di soddisfare i bisogni energetici dello stato, anche a danno dell’ecosistema e della vita degli abitanti della regione. Il progetto prevede l’irrigazione di 123 mila ettari di terra contro l’allagamento di altri 93 mila, i quali includono 41 mila ettari di foresta vergine, 249 villaggi e proprio la città storica di Harsud. Le radici di questo programma, destinato a diventare una preoccupante minicatastrofe socio-ambientale, affondano nell’anno 2000, quando il governo centrale, allora affidato alla coalizione guidata dai nazionalisti del Bharatiya janata party (Bjp), ha scelto di privatizzare il settore energetico e di consegnarlo così al mercato della finanza internazionale. Non curanti delle conseguenze che stanno investendo i cosiddetti “rifugiati ambientali”, la pianificazione di nuove dighe prosegue sull’intero territorio nazionale con il fine mai raggiunto di risolvere l’annoso problema della mancanza di acqua ed energia per almeno 200 milioni di indiani. Paradossale come chi dovrebbe giovare di queste installazioni, cioè gli abitanti poveri e dimenticati delle campagne, rappresenti invece la prima vittima di questo balzo in avanti verso il moderno progresso.

Nel frattempo cresce il fronte dei contrari all’entrata in funzione della diga, i quali si ribellano, testimoniando la loro avversità con studi approfonditi che non promettono nulla di buono. Il Wild life institute di Dehradun ha posto l’allarme sulla perdita di un grande serbatoio di biodiversità, mentre l’Indian institute of science di Bangalore ha calcolato che fino al 40 per cento delle terre che verranno irrigate sono a rischio acquitrino, vanificando così le nobili intenzioni del progetto. Scuole, ospedali, strade ed alloggi continuano ad essere una lontana chimera e le genti della valle del Narmada hanno iniziato una migrazione forzata verso mete sconosciute, nemmeno fossero popoli di paesi in guerra o vittime di violente persecuzioni. Senza parlare poi del cosiddetto “project affected”, cioè coloro si possono considerare danneggiati e quindi aver diritto al risarcimento. Il governo locale ha incaricato la stessa Nhpc di identificare i danneggiati e quantificare i loro danni, senza fissare però dei parametri minimi al disotto dei quali la società che gestisce il tutto si sente libera di operare, lucrando due volte sulla disperazione dei diseredati.

Ci si chiede allora se non ci siano altri metodi per raggiungere quello che da ognuno, almeno a parole, è perseguito come il “miglioramento” delle condizioni di vita dei figli del “paese della ruota”. Nel caso specifico, vari comitati impegnati nel difendere gli abitanti di Harsud e dintorni hanno avanzato la proposta al governo del Madhya Pradesh di cominciare a risparmiare sulle fughe di trasmissione e distribuzione di energia nella regione, che sarebbero pari a sei Narmada Sagar. Poi sarà necessario studiare delle forme di produzione di energia sostenibili e meno invasive per il sistema sociale ed ambientale. Ma fino ad ora le istituzioni interessate a questo progetto, pubblicamente elogiate dai vertici della Banca Mondiale, si sono dimostrate sorde a qualsiasi proposta che limiti l’innalzamento del livello delle paratie della grande diga sul fiume Narmada. Il tempo stringe ed altri innocenti stanno pagando un prezzo troppo alto per la modernità.

Roberto Coramusi
(20 settembre 2004)

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