INDIA - Un’interessata politica di distensione

Negli anni settanta fece scalpore la “diplomazia del ping-pong”, quando le rappresentative nazionali di Stati Uniti e Cina si affrontarono a Pechino in una gara rimasta epica, al di là dei contenuti sportivi. A margine dell’evento infatti, il presidente Nixon ed il suo omologo Mao Tse Tung gettarono le basi per il disgelo tra est ed ovest. Nel 2005 sempre lo sport, per la precisione il cricket, ancora una volta in Asia, assolve il compito di opportuno intermediario per avvicinare due stati, India e Pakistan, altrimenti lontani e sostanzialmente in guerra fin dal momento in cui i rispettivi popoli si fronteggiarono ferocemente per questioni religiose. L’esito della partita disputata al Kotla di Nuova Delhi non ha avuto però lo stesso clamore, a causa della sospensione dovuta al lancio di oggetti sul terreno di gioco. Ma i due governi non si sono lasciati coinvolgere dalle intemperanze dei tifosi ed hanno ricominciato a discutere seriamente degli attriti, primo fra tutti la disputa sul Kashmir, che storicamente li separano.

Il nuovo corso della politica indiana sembra improntato a non lasciare cadere neanche il minino spiraglio di dialogo con gli storici nemici, in un’ottica generale di conciliazione anche con altre nazioni, prima fra tutte la Cina, che potrebbe portarla al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Il crollo dell’impero sovietico, l’instabilità internazionale dovuta alle guerre condotte contro il terrorismo e l’emergere di nuove potenze economiche, ha determinato un riassestamento, ancora in corso, degli equilibri geopolitici dell’Asia. Nella partita giocano un ruolo di primo piano l’India, il Pakistan, la Russia e la Cina, oltre al Giappone e gli Usa che operano dall’esterno. Distensione! Almeno in apparenza è questa la parola d’ordine che imperversa nei palazzi di potere a Delhi, perché il premier Manmohan Singh e Sonia Gandhi (insieme nella foto) sono convinti che alla crescita economica esponenziale del loro paese debba seguire una graduale ridistribuzione della ricchezza per impedire che il popolo soffochi nella povertà. Ciò sarà possibile solo nel caso l’India non si sobbarchi gli oneri gravosi di qualche conflitto di frontiera, nemmeno con l’Impero di Mezzo, con il quale si contende la palma di nuova superpotenza mondiale e di cui ammira la moderna realpolitik in campo economico.

Nel frattempo il “paese della ruota” ha intensificato il programma di ammodernamento dell’esercito che nel giro di cinque anni dovrebbe renderlo più snello, meglio armato e quindi più adatto ad affrontare le moderne esigenze di guerriglia. Ciò che oggi viene acquistato come materiale difensivo può facilmente essere utilizzato, a tempo debito, in qualità di arma offensiva, o quantomeno servire come deterrente sullo scacchiere internazionale. Le scelte di Delhi in termini di armamenti (carri T-90s Bhishma, Arjun – aerei Sukhoi 30 Mki – missili Brahmos e Prithvi III, questi ultimi dotati di testata nucleare) non fanno che confermare la duttilità del nuovo apparato militare, mobile e potente allo stesso tempo. Da sempre la Russia è il partner privilegiato dell’India per la produzione di armi, anch’essa ancora intenzionata a limitare l’influenza del Pakistan e a contrastare lo scomodo vicino cinese. Ma nell’era globalizzata non è da escludere che l’opportunismo politico faccia dimenticare improvvisamente antichi e mai sopiti rancori.

È la strategia che sembrano portare avanti con Pechino i dirigenti indiani: “Insieme possiamo fare del XXI secolo l’era della leadership tecnologica asiatica”, ha confermato recentemente Wen Jiabao. Sul tavolo delle trattative però ci sono, oltre alle aspirazioni egemoniche industriali e finanziarie di entrambi i governi, le ferite mai rimarginate dell’appoggio politico al Dalai Lama, da parte indiana, e dell’invasione lampo lungo i confini dell’Himalaya, da parte cinese, nel 1962. Wen e Singh hanno firmato l’11 aprile scorso una roadmap che traccia le linee guida per risolvere finalmente il contenzioso territoriale ed hanno raggiunto un accordo per ricostruire la “Stilwell Road” che dallo Yunnan arriva in India, lambendo il suolo birmano. Adesso bisognerà capire quale ruolo intende rivestire Washington, fino ad ora sostenitrice della causa indiana nell’ottica anti-cinese, senza mai eccedere negli aiuti per non spiacere al “caro amico” pakistano. Gli Stati Uniti, per non alzare il livello di scontro con Pechino, potrebbero sacrificare all’altare delle Nazioni Unite la candidatura del Giappone per un seggio permanente al Consiglio, irrobustendo di conseguenza quella indiana, qualora decidessero di non porre il veto. George W. Bush non ha gradito la penetrazione dei “mandarini” in Pakistan, tramite la costruzione di un grande porto (Gwadar) che consentirà alla flotta comunista di stanziare sullo stretto di Hormuz e presidiare il transito del petrolio del Golfo Persico che da solo vale il 40% del greggio nel mondiale.

L’India, intuito il corso degli eventi, è intenzionata a trarre il massimo profitto dall’evoluzione delle strategie asiatiche. Ora si parla di secolo cinese, ma quello indiano è alle porte.

Roberto Coramusi
(6 maggio 2005)

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