COREA DEL NORD/DEL SUD - Tra il 38° parallelo e lo scudo spaziale

Come spesso accade per le vicende relative all’Estremo Oriente, gli sviluppi politici dell’area sono passati quasi in sordina sui principali media nazionali ed internazionali. In particolare, la recente evoluzione dei rapporti tra le due Coree, pur presentando particolari elementi di novità, non ha ricevuto un’adeguata risonanza. Se è vero che il regime dittatoriale di Kim Jong Il (nella foto) è ben lungi dallo scomparire, e molte questioni restano ancora da risolvere, è altrettanto vero che gli ultimi segnali di un riavvicinamento diplomatico tra Seul e Pyongyang non possono essere certamente ignorati.

Tra la Corea del Nord e la Corea del Sud non esiste ancora ufficialmente un trattato di pace dopo la guerra del 1950-53, che costò 2,5 milioni di morti senza peraltro risolvere la disputa territoriale (si tornò al confine fissato in precedenza al 38° parallelo). Il conflitto terminò solo con l’armistizio firmato a Panmunjon il 27 luglio del 1953 (incoraggiato dall’allora presidente Eisenhower, che aveva promesso di tirar fuori dalla guerra gli Stati Uniti). Dopo più di cinquant’anni, soltanto il 4 ottobre scorso, durante il secondo vertice tra i leader dei due paesi dalla fine della guerra, c’è stata la storica firma di un documento che tenta di andare oltre il ceasefire del 1953 e che fa registrare notevoli progressi in vista di una possibile riunificazione della penisola, la cui divisione resta una delle ultime vestigia della Guerra Fredda.

L’annuncio da parte dei leader dei due paesi della creazione di un’area di pace smilitarizzata (la “zona speciale di pace”) sulla costa occidentale della penisola, l’inaugurazione di un collegamento ferroviario tra Sud e Nord alcuni mesi fa e le previste consultazioni tra i rispettivi Ministri della Difesa, costituiscono una breccia significativa nel muro che sinora ha diviso i due paesi, che si trovano in condizioni politiche ed economiche e politiche opposte. La Corea del Sud ha saputo prosperare negli anni ’90 grazie all’adozione di un modello economico di stampo capitalista e si è imposta come un attore economico rilevante non solo in Asia, ma anche sui mercati occidentali. Al contrario la Corea del Nord, è un paese al margine della comunità internazionale, ridotto allo stremo sotto il profilo finanziario e sottoposto ad una delle più repressive dittature mai conosciute nel corso della storia. Il regime di Pyongyang (che gli Usa nel recente passato avevano additato come membro della cosiddetta “asse del male”) si è trovato negli ultimi mesi al centro di importanti trattative a sei (con Cina, Giappone, Russia, Stati Uniti e Corea del Sud) sul suo programma nucleare, al quale ha recentemente rinunciato in maniera formale. Nonostante ciò, i problemi riguardanti il quasi totale isolamento internazionale del paese e le drammatiche condizioni di vita nelle quali ancora versa la popolazione nordcoreana (soprattutto se paragonata alla ricchezza dei confinanti del Sud), restano ancora tutti sul tappeto. Il sostegno cinese al dispotico e corrotto regime di Kim Jong Il, è stato certamente finora il principale elemento che ne ha consentito la sopravvivenza. Un eventuale intervento militare americano è stato sempre scoraggiato dalla possibile reazione di Pechino, che vedrebbe un attacco come un’indebita interferenza in un territorio strategicamente e politicamente vicino agli interessi nazionali.

L’evoluzione politico-diplomatica degli ultimi mesi va però attribuita anche alle coraggiose iniziative sudcoreane e al mutato ruolo cinese ed americano. Il peso della Cina nell’area è sensibilmente cresciuto, mentre quello americano si è ridimensionato (anche a causa dell’impegno statunitense in Iraq e Afghanistan e, in una futuribile prospettiva, in Iran). La Corea del Sud ha, dal canto suo, saputo sfruttare al meglio gli spiragli diplomatici offerti dalla nuova situazione geopolitica. Il parziale riavvicinamento sino-giapponese (con scambi di visite ai più alti livelli istituzionali tra i due paesi) e la firma nel febbraio 2007 di un accordo sulle armi nucleari in Corea del Nord (in seguito al quale Tokyo e Pyongyang hanno intavolato negoziati bilaterali) hanno contributo ai recenti sviluppi nei rapporti bilaterali tra le due Coree. La questione si intreccia anche con le trattative riguardanti lo scudo spaziale americano, dato che proprio dalla Corea del Nord si riteneva potessero partire missili diretti contro Washington, e il dietrofront di Kim Jong Il sul nucleare toglie parecchia credibilità alle assunzioni americane. La Russia, principale interlocutore degli Stati Uniti sul sistema di difesa missilistico, non riteneva plausibili queste ipotesi, e avrà un argomento in più per opporsi ai progetti degli Stati Uniti. Ma la situazione coreana induce anche ad una riflessione più ampia. In Estremo Oriente (come in altre aree) cominciano ad avvertirsi i primi sintomi di una possibile redistribuzione del potere a livello internazionale. La Cina in quanto nuovo global player e la Russia come potenza in prospettiva “rinascente” (pur con tutti i caveat del caso), stanno acquistando un peso maggiore rispetto alla superpotenza americana, in crisi anche per le errate scelte strategiche di questi anni. In particolare la Cina (che tra l’altro sostiene apertamente il regime birmano), con il suo peso economico ed in prospettiva politico, (anche attraverso gli organi di consultazione multilaterale di cui fa parte quali ad esempio Apec e Shanghai Cooperation Organization), è divenuto ormai un attore fondamentale nella gestione degli equilibri asiatici e la soluzione della questione coreana dipenderà molto dai futuri orientamenti di Pechino.

Emanuele Di Girolamo
(28 novembre 2007)

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