Roberto Coramusi
CINA - I contadini dimenticati
La protesta contro l'industrializzazione accelerata del Dragone monta dalle campagne e si espande a macchia d’olio fino ad arrivare nei meandri delle megalopoli cinesi. I contadini si ribellano agli espropri forzati tesi ad offrire nuove terre alle fabbriche che stanno trasformando l’humus culturale del paese; la lotta è impari e le notizie filtrano con difficoltà. Quelle che superano la cortina di ferro della censura, e la colpevole complicità delle autorità locali, sono notizie di violenza e di repressione che ci riportano all’esperienza europea dell’urbanizzazione selvaggia, tragicamente amplificata dai grandi numeri e dalla complessità sociale della Cina. Nonostante la banca americana Goldman Sachs abbia previsto che nel giro di trent’anni l’economia cinese sarà tre volte quella degli Stati Uniti d’America, persistono diverse velocità nel sistema della Repubblica Popolare che complicano la comprensione della realtà. Regioni e settori in crisi che utilizzano strumenti di lavoro arcaici coesistono con quelle più dinamiche, che si avvalgono di tecnologie all’avanguardia. Il recente progresso si è concentrato essenzialmente nella zona costiera, dove si contano circa il 90% delle imprese straniere presenti in tutto il territorio cinese. Di conseguenza, la campagna è stata abbandonata a se stessa e condannata a generare povertà, a causa della mancanza di programmi governativi seri. Secondo quanto diramato nel 2005 sul China Statistical Yearbook, poi pubblicato sulle pagine del quotidiano francese Le Monde, il reddito annuale pro capite del 2004 si attesta intorno ai 1200 dollari nelle città, mentre nelle regioni agricole non raggiunge i 400 dollari. E la forbice è destinata ad ampliarsi.
Durante la sessione del Parlamento cinese che si è svolta dal 5 al 10 marzo, la questione contadina è stata al centro del dibattito. Il plenum del partito comunista, con il presidente Hu Jintao in prima fila, si è dichiarato vicino alle istanze dei contadini, promuovendo l’approvazione di leggi che siano realmente vicine alla produzione agricola. Ma i fatti dicono il contrario: questi provvedimenti tardano ad essere approvati, mentre le terre vengono confiscate con sempre maggiore brutalità. La volontà sbandierata dal politburo è quella di costruire un nuovo “ruralismo socialista” con lo scopo di migliorare gli standard di vita dei contadini, assicurando istruzione e sanità. In verità, ciò che più importa è placare i malumori di 800 milioni di cittadini di “seconda classe”, quegli stessi che stanno inviando chiari segnali di insoddisfazione verso l’attuale dirigenza politica. Sostenendo di volta in volta i leader contestatori all’interno dei consigli di villaggio, i contadini propongono un radicale cambiamento ed incarnano una sfida coraggiosa che il Partito Comunista non può sottovalutare.
La frattura che si sta acuendo riguarda il rapporto, ormai deteriorato, tra i contadini ed i rappresentanti politici locali, troppo spesso intenti ad emanciparsi dalla tutela di Pechino passando sopra i diritti della povera gente. Il movimento degli agricoltori contesta anche l’imposizione vessante di imposte eccessive da parte delle autorità regionali, che di conseguenza reprimono con ferocia ogni manifestazione di dissenso che potrebbe metterle in cattiva luce verso i dirigenti nazionali. D’altro canto il tandem Hu Jintao-Wen Jabao continua ad avere interesse a cedere alle lusinghe delle industrie multinazionali che vogliono continuare a produrre nell'ex Impero di Mezzo con ritmi sempre più frenetici. La ricchezza e la solidità delle casse cinesi dipendono proprio dal flusso di investimenti stranieri attirati dalla possibilità di produrre con la maggior percentuale di profitto al mondo.
Lin Heli ha denunciato come i diritti dei contadini siano continuamente calpestati. La causa principale, secondo la giornalista di Apple Daily, risiede nella scarsa rappresentatività degli agricoltori in Parlamento e tra i dirigenti del Partito Comunista: “Secondo statistiche recenti ci sarebbe un deputato ogni 240 mila abitanti delle zone urbane, contro un deputato ogni milione di contadini”. Eppure secondo gli esperti di uno dei più autorevoli settimanali internazionali (The Economist), proprio iniziando dal lavoro nelle campagne si dovrebbe partire per favorire una crescita più stabile ed equilibrata del “sistema Cina”.
Sotto questo profilo allora, non è tanto peregrina l’idea di riprendere le teorie elaborate nel 1940 da Mao Zedong, stavolta applicandole veramente. La sua riforma agraria, di fatto rimasta sulla carta perché la terra la affidò alla gestione collettiva delle comuni del popolo, si incentrava sulla confisca della terra ai latifondisti per ridistribuirla ai contadini sottoforma di proprietà privata. Oggi più che mai, il governo di Pechino, che non impallidisce di certo parlando di capitale e libero mercato, dovrebbe risanare il settore agricolo, che storicamente ha rappresentato il motore trainante della forza produttiva cinese e rappresenta ancora, purché adeguatamente supportato, un’alternativa valida per controbilanciare lo strapotere della produzione industriale. Secondo i dati 2005 di The Economist la Cina è il maggiore produttore al mondo di cereali, carne, frutta verdure e riso e ciò le permetta di essere considerata un leader in questo campo. Ma soprattutto le consente di offrire qualcosa da mangiare al miliardo e trecentomila cinesi che all’80% sono esclusi dalla ricchezza generata con il boom economico.
(11 aprile 2006)