Francesco Tortora
CINA - I cani, i bambini e i divieti
Come è noto, ancor oggi vige in Cina il divieto di possesso di più di un cane, soprattutto in contesti metropolitani. Una derivazione di questo divieto vige persino per gli stranieri ed i turisti, ai quali è consentito di introdurre un solo animale domestico, in caso di inderogabile necessità e se non vi è proprio alcuna altra alternativa. Una scelta che risente degli influssi del periodo maoista, nel quale, evidentemente, possedere animali domestici era un lusso per pochi eletti. Si tratta quindi di una sorta di “stigma” sociale che vige ancor oggi, sebbene sottotraccia.
Tutto ciò ha un aspetto di ulteriore paradossalità in quanto in alcune regioni della Cina non accade raramente che la carne di cane sia espressamente richiesta nei luoghi di ristorazione, così come è ancor oggi viva la memoria della polemica che ha infiammato l’Europa, quando si affrontò il tema dell’importazione di capi di abbigliamento con pelo di animali di dubbia provenienza, tra cui i cani, non conforme alle normative che regolamentano il settore specifico nell’area Ue.
Sul tema della importazioni illegali di pellicce e sui metodi altrettanto discutibili di trattamento degli animali da pelo, la Lega Antivivisezione, scrisse: «La Cina è diventata la più grande produttrice ed esportatrice al mondo di pellicce e di manufatti in pelliccia: nel 2004 il valore del commercio di questo tipo di prodotti ha raggiunto i 2 miliardi di dollari statunitensi. Il Paese asiatico produce più di 1 milione e mezzo di pelli di volpi e visoni l’anno, equivalenti all’11% della produzione mondiale di visoni e al 27% della produzione mondiale di volpi, mentre il numero di procioni allevati e uccisi in un anno è di oltre 1 milione e mezzo. Milioni anche i cani e ai gatti uccisi per la pelliccia. Più del 95% dell’abbigliamento prodotto in Cina è venduto in particolare in Europa (Italia inclusa), Usa, Giappone, Corea e Russia, con l’80% di pellicce esportate da Hong Kong verso Europa, Stati Uniti e Giappone». In tutti gli allevamenti cinesi oggetto dell’indagine realizzata tra il 2004 ed il 2005, nella quale si venne in possesso di video raccapriccianti sulle violenze subite dagli animali da pelliccia, è stato riscontrato anche che la prigionia nelle anguste gabbie provoca gravi effetti sul comportamento degli animali: sono state documentate stereotipie (comportamenti ossessivamente ripetitivi come camminare ripetutamente avanti e indietro o il ripetuto annuire con la testa), completa passività acquisita (mancanza di sensibilità e inattività estrema), automutilazioni. Gli allevatori hanno segnalato problemi nella riproduzione e infanticidio. La mortalità media dei cuccioli prima dello svezzamento può arrivare fino al 50%.
Possedere più di un cane, quindi, rappresenta una fuoriuscita di denaro e cibo che non ci si può permettere nemmeno nella Cina il cui Pil viaggia a due cifre ormai da anni e senza sosta. Il reddito familiare nelle famiglie urbanizzate ha dei limiti che non possono essere varcati, salvo l’applicazione di pene e sanzioni pecuniarie di una relativa gravità. Oltretutto, significherebbe sottrarre cibo e diversi ingredienti che dovrebbero essere riservati all’alimentazione umana. La “traslazione” della logica “uno per famiglia” dai cani ai bambini, ha cambiato l’aspetto delle città e dell’intero territorio cinese anche nel più serio settore della demografia dell’Impero di Mezzo. L’applicazione di una certa selezione per sesso che verte dichiaratamente a favore dei maschi, ha ricadute di non poco conto negli equilibri della Nazione più popolosa al Mondo. Gli aborti illegali ed il numero delle bambine fatte nascere e lasciate morire sono un tassello di una drammatica quotidianità mai troppo a sufficienza sottolineata nel “caso” cinese. Negli anni Settanta il governo di Pechino decise quindi di adottare alcune iniziative per ridurre la natalità e contenere la crescita demografica. Venne avviata la campagna del “figlio unico”, che prevedeva drastiche penalizzazioni per le famiglie con più di un erede. I funzionari statali, i lavoratori dipendenti e in genere i cittadini non erano autorizzati ad avere più di un figlio, salvo eccezioni approvate dalle autorità. I contadini erano incoraggiati a fare lo stesso. Dopo la nascita del primogenito donne e uomini venivano invitati a praticare la sterilizzazione.
Questa politica demografica ha dato i suoi frutti, nel 1980 il tasso di incremento della popolazione era sceso al 2,5%, nel 1990 al 1,4%, oggi raggiunge lo 0,9% mentre la fecondità è passata da 5,6 figli per donna a circa 2. La Cina ha percorso la strada della transizione demografica nel corso di una generazione, in Europa le dinamiche naturali hanno richiesto quasi 200 anni.
Il costo sociale è stato tuttavia elevatissimo. Per motivi culturali legati alla tradizione infatti, le famiglie non potevano tollerare di essere private della discendenza maschile in caso di nascita di figlie femmine. Da qui il ricorso sistematico all’infanticidio delle bambine. L’analisi della piramide delle età, grafico che consente a colpo d’occhio di valutare le dinamiche demografiche di un paese, presenta in Cina gli effetti drammatici di una politica coercitiva: per tutte le classi di età, esclusa quella superiore ai 65 anni, le donne sono meno numerose dei maschi. In condizioni di normalità la situazione è invertita o quantomeno i rapporti tra i sessi sono paritari.
Negli anni novanta il governo cinese ha allentato la pressione sulle famiglie: in caso di nascita di una femmina, la famiglia è autorizzata ad avere un secondo figlio. In città, il figlio unico rimane tuttavia la norma anche se a Shanghai, grandissima metropoli sovrappopolata di 13 milioni di abitanti, una donna non è più tenuta a chiedere l’autorizzazione del proprio datore di lavoro o del comitato di quartiere per intraprendere la prima gravidanza, come nei decenni passati. Nel caso di una seconda gravidanza, non le è più imposto l’aborto e la sterilizzazione. Le famiglie numerose sono comunque scoraggiate. I genitori devono pagare una tassa per il secondo figlio, pari a tre volte il reddito annuo della coppia. “Non è una multa”, ripetono con ostinazione i responsabili della pianificazione familiare locale, ma il costo che rappresenta un bambino in più per il resto della società. Ye Tingfang, professore all’Accademia cinese delle Scienze sociali, ha suggerito al governo di tornare almeno al decreto che prevedeva due figli per famiglia. Secondo l’accademico, infatti, «è troppo imporre un figlio unico. Questo viola le leggi naturali e, a lungo andare, porterà ad una rivolta da parte di Madre natura». La politica di controllo familiare, caposaldo del governo comunista, colpisce al momento circa 90 milioni di famiglie cinesi. Questo provoca «problemi sociali come lo squilibrio fra i sessi e l’invecchiamento della popolazione. Il disordine nello sviluppo della nostra società è il risultato di questa scelta: moltissimi giovani, oggi, hanno problemi psicologici e divengono sempre più chiusi ed isolati. I bambini non hanno più coetanei con cui giocare e nemmeno cugini con cui confrontarsi. Non va bene che stiano sempre con i loro genitori, che li viziano: anche se non è giusto imporre alcun limite alla procreazione, riteniamo sia meglio almeno tornare alla politica dei due figli per famiglia».
A sottolineare la gravità di questo trend, il 17 marzo scorso China Aid Association (Caa), un’organizzazione non governativa con base negli Stati Uniti che opera per la libertà religiosa ed il rispetto dei diritti umani in Cina nella provincia meridionale del Guangxi, 41 donne sono state costrette ad abortire dalla polizia, che le ha trascinate in un ospedale locale per eseguire l’interruzione di gravidanza. Il giorno dopo, la stessa sorte è toccata ad almeno altre venti. Secondo alcuni testimoni oculari, gli agenti della provincia le hanno trasportate dentro l’ospedale del Popolo nel distretto di Youjiang, dove è stato iniettato loro un farmaco abortivo. Gli agenti erano guidati dai funzionari dell’Ufficio per la pianificazione familiare nazionale. Nel giro di 24 ore, sono morti 61 feti. Al di là della ulteriore verificabilità di tali notizie, le statistiche e l’andamento demografico per il quale vi è uno scostamento del 20% tra sesso maschile e femminile e l’applicazione ferrea del “figlio unico” stanno ridisegnando la struttura-famiglia nella Cina contemporanea. E nel frattempo, nelle case, nemmeno ci si può liberamente dotare di un animale domestico. La vita quotidiana nell’Impero di Mezzo si fa così sempre più difficile, anche nell’Anno del Signore 2007.
(15 maggio 2007)