Marianna Sacchini
CINA - Caccia grossa in Africa
È dal febbraio 1972, quando Nixon concluse con la Cina lo storico accordo di Shanghai, che il baricentro del mondo ha iniziato a spostarsi verso l’estremo Oriente. Ma solo dal 2001 è sotto gli occhi di tutti l’ascesa di Pechino, resa possibile da un’alleanza strategica con numerosi Stati appartenenti al continente africano, una zona del globo solo apparentemente marginale per gli equilibri geopolitici. Angola, Nigeria, Sudan, Algeria, Zimbawe, sono solo alcuni dei protagonisti di questa special relationship economica con l’Impero di Mezzo, destinata a breve a tramutarsi anche in dipendenza politica. Gli antagonisti non sembrano avere le carte in regola per agire liberamente nelle zone dimenticate del pianeta: l’Europa è alle prese con una crisi di identità senza precedenti, mentre l’amministrazione americana è impegnata a impedire le scalate delle compagnie petrolifere cinesi ai suoi gioielli (si veda il tentativo di acquisizione della Unocal da parte della Cnooc), dovendo affrontare contemporaneamente i mille problemi del fronte iracheno e l’emergenza-uragani.
Con l’Angola, secondo produttore di petrolio africano dopo la Nigeria, oltre agli accordi riguardanti le forniture di greggio ne sono stati conclusi altri per la costruzione di infrastrutture. Ma al momento è in Sudan e in Zimbabwe che la Cina sta conducendo una vera e propria “caccia grossa”. Verso la fine degli anni Settanta nel Sudan meridionale vennero scoperti alcuni giacimenti di petrolio in zone date in concessione alla compagnia statunitense Chevron, che non furono mai sfruttate a causa dello scoppio della guerra civile. A metà degli anni Novanta il successivo embargo decretato da Washington fece richiudere ancora di più il paese su stesso. Solo nel 1999 ci fu un primo cambiamento dovuto proprio alla Cina, che ha portato il Sudan all’attenzione della comunità internazionale, acquisendo una lunga serie di concessioni e costruendo l’oleodotto che dal sud del paese arriva al Mar Rosso. La realizzazione dell’opera fu possibile grazie all’utilizzo di manodopera composta esclusivamente di galeotti: i cosiddetti laogai, spediti a lavorare come manovalanza a costo zero in cambio di riduzioni della pena. Il recente accordo di pace sembra poter tornare a favorire gli Stati Uniti, che nell’ultimo periodo spingevano affinché venissero tolte le sanzioni. Perché? Il motivo è semplice. Pechino non ha mai interferito con gli affari interni dei paesi dove opera. Non avendo una stampa libera, non si deve confrontare con un’opinione pubblica che la giudichi per il suo operato in campo internazionale. Al contrario, paesi come il Canada o la Svezia si sono trovati costretti a doversi ritirare dal Sudan a causa delle proteste delle organizzazioni umanitarie, per il fatto che le compagnie petrolifere dei propri paesi operavano in Stati accusati di compiere crimini contro la propria popolazione.
Pechino coltiva inoltre solidi legami con lo Zimbabwe, retto dal 1980 dal presidente Mughabe che continua a modificare la propria costituzione a suo piacimento per mantenere il potere (l’ha emendata 17 volte in 15 anni) e continuamente alle prese con l’emergenza della povertà. Sebbene allo Stato persino il Fondo monetario chiede ormai di negare qualsiasi forma di finanziamento, i rapporti con la Cina non sono mai stati in discussione. Durante l’ultimo viaggio a Pechino del dittatore dell’ex colonia britannica sono stati siglati accordi per cui il sostegno economico cinese sarà subordinato all’acquisto di una lunga lista di prodotti made in China, che spazia dai cereali alle armi, alle concessioni per le società estremo-orientali dello sfruttamento di miniere di oro, platino e manganese e delle piantagioni di cotone e tabacco. Mentre l’Europa deve anzitutto pensare a risolvere i problemi derivati dalla bocciatura della sua costituzione in Olanda e Francia, la Cina sembra lentamente assorbire tutti quegli Stati che un tempo erano pienamente integrati nell’orbita del Mare Nostrum. Il partenariato europeo non ha funzionato e, probabilmente, non funzionerà fino a che il nostro continente non sarà in grado di dotarsi di linee guida precise e di coordinate che le facciano ritrovare una rotta sulla scacchiere geopolitico.
(10 novembre 2005)