INDIA - La vergogna di Bhopal

Volti segnati da una deturpazione che ancora brucia. Cortei pacati e composti, icona di un silenzio diventato assordante. Sguardi severi, sofferenti ma dignitosi, che chiedono giustizia. Sono i tratti salienti che immortalano il disastro di Bhopal, tutt’oggi considerato il più grave incidente nella storia dell’industria chimica mondiale. La notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, circa 40 tonnellate di gas tossico (27 di isocinato metile e 13 di composti per l’insetticida Sevin) fuoriuscirono dai serbatoi di stoccaggio di una fabbrica americana di pesticidi, la Union Carbide, situata in una delle città più antiche e ricche dell’India, Bhopal. Il bilancio fu devastante: 2000 persone morirono prima che sorgesse il sole, altre 8000 nei tre giorni successivi.

La causa del disastro fu una nube tossica di Mic, l’isocianato di metile, elemento base per la fabbricazione del Sevin, un pesticida creato in laboratorio nel 1957 da tre scienziati americani assoldati dalla Union Carbide per trovare una sostanza alternativa all’ormai obsoleto Ddt. La multinazionale americana, peraltro, si era lanciata in questa ‘crociata’ contro cavallette, ragni e pidocchi provenendo da un’esperienza che con la chimica aveva ben poco a che fare: per anni si era limitata alla costruzione di pile elettriche e lampade per l’illuminazione stradale. Il salto di qualità avvenne durante la Grande Guerra quando l’impresa fornì all’esercito americano maschere antigas. Col tempo l’industria americana cominciò a invadere le città con i suoi prodotti estratti dalla petrolchimica, producendo sacchetti plastica per la spesa, contenitori alimentari e pneumatici. Nel 1957 la macchina della propaganda pubblicitaria, assegnata al giovane rampante argentino Munoz, lanciò sul mercato le prodigiose qualità del pesticida Sevin, tralasciando però le informazioni relative alla pericolosità del suo utilizzo. Tra i suoi componenti, vi era anche il fosgene, gas incolore che può causare gravi danni ai polmoni. Conquistati i mercati del Sud America la Union Carbide iniziò a guardare con interesse all’altra parte del mondo. L’India divenne subito un obiettivo appetibile, con un mercato imperniato principalmente dai prodotti agricoli per il sostentamento della popolazione. La scelta cadde su Bhopal sia per la sua posizione strategica, sia per la presenza di importanti infrastrutture e per lo sviluppo politico amministrativo che la regione aveva raggiunto in quegli anni. La prima fabbrica venne inaugurata nel 1966: furono necessari quattordici anni per iniziare a produrre il Mic. Da quella data diversi incidenti rappresentarono il segnale di una strage annunciata, tanto più che un ingegnere indiano inviato dagli Usa per verificare lo stato dei laboratori della fabbrica mise in evidenza trasgressioni nel rispetto delle norme di sicurezza.

Ad oggi si conta che siano state almeno 20.000 le persone che hanno perso la vita per gli effetti della nube tossica. I sopravvissuti, almeno 500.000 secondo i dati di Greenpeace, pagano ancora oggi le conseguenze di un sogno di occidentalizzazione pagato ad un prezzo troppo alto. La fuga di gas dallo stabilimento inquinò il suolo e le risorse idriche della zona e continua tutt’oggi a danneggiare i diritti fondamentali della popolazione, costretta ad utilizzare acqua contaminata. Alcune ricerche hanno recentemente iniziato a registrare l’impatto che un simile disastro ha significato non solo per i residenti, ma anche per le seconde generazioni. «Uno studio condotto a Bhopal sui modelli di crescita degli adolescenti, pubblicato nel 2003 dal Journal of American Mediacal Association, ha trovato un ritardo selettivo nella nascita dei bambini maschi nati dai genitori esposti a quella miscela gassosa», spiega Vittoria Polidori, responsabile per l’emergenza-inquinamento di Greenpeace. La Union Carbide abbandonò precipitosamente il sito industriale senza garantire alcun risanamento dell’area e lasciando sull’area enormi quantità di composti inquinanti. Dopo venti anni di attesa lo scorso giugno è finalmente iniziato il processo di bonifica dei territori contaminati. Processo avviato però, non dalla Dow Chemical (la multinazionale chimica targata Usa che nel 2001 ha assorbito la Union Carbide), ma dal governo indiano, con limiti e difficoltà ben immaginabili. «La nostra associazione - ha chiarito la Polidori - continua a denunciare l’inadeguatezza delle autorità nell’assicurare la sicurezza dei lavoratori, così come i limiti dei protocolli seguiti per le operazioni di bonifica. In altri termini non si stanno utilizzando gli standard più elevati né per le operazioni di risanamento né per la tutela degli operai che la devono eseguire».

A queste denunce l’associazione ambientalista aggiunge due richieste: garantire acqua potabile alla popolazione e in secondo luogo chiudere l’accesso del sito non solo agli abitanti ma anche al bestiame, per evitare che le sostanze tossiche si trasmettano nella catena alimentare. Il professore Michele Greco, docente di diritto ambientale all’Università cattolica di Brescia ha dichiarato, nel corso di un incontro sul tema che si è svolto a Roma che «Bhopal è un simbolo dei diritti umani negati» per poi allargare il discorso sulla tematica sempre più discussa e attuale della responsabilità delle Corporations nell’ambito delle catastrofi naturali. «Ad oggi le imprese sono esenti da qualsiasi regime vincolante che, al pari delle persone fisiche, le obblighi al rispetto dei principali standard in tema di diritti umani». Situazione ancora più grave ove si consideri che la maggior parte delle multinazionali occidentali sono attualmente impegnate a delocalizzare i loro impianti in paesi del Sud del mondo, dove le norme da rispettare sono meno rigorose di quelle vigenti nella nazione dove sono registrate. Su questo piano però ci sono alcune notizie positive. Il 13 agosto 2003, la Sottocommissione delle Nazioni Unite sulla Promozione e Protezione dei Diritti Umani ha approvato una risoluzione contenente “Norme sulle Responsabilità delle compagnie transnazionali e delle altre imprese in relazione ai diritti umani”. La novità principale di questo documento risiede nel fatto che per la prima volta viene fatto esplicito riferimento a delle norme e non a dei semplici codici di condotta volontari. Un primo passo, anche se incoraggiante, verso l’adozione di una Convenzione internazionale in questo senso. In secondo luogo tale documento ha dichiarato l’esistenza di un vero e proprio diritto all’ambiente, collegato ai principali diritti umani quali ad esempi quello alla vita e alla salute.

Sabrina Carreras
(6 dicembre 2005)

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