Eugenio Balsamo
VENEZUELA - La pluripolaridad di Chávez
È da tempo che il mandatario venezuelano con orgoglio pari all’enfasi rivendica l’avvio di una nuova idea di politica interna ed estera. Con riferimento a quest’ultima, è la convinzione della necessità di creare un mondo multipolare il vero obiettivo chavista, un obiettivo personale, politico e continentale. Un disegno che, inutile ricordarlo, rincorre una maggiore autonomia dall’alleato storico nelle scelte di politica non solo estera. A volte provocatorie, con il rafforzamento dei legami con Iran, Cuba e Corea del Nord, altre con pragmatismo ed opportunismo come è il caso del gasdotto Transquajiro che permette di dimenticare i pessimi rapporti con Bogotà, le mosse di Chávez sono vivacemente improntate a dare un prezioso contributo alla costruzione di un mondo multipolare, come la stessa idea di dare un impulso all’integrazione dell’America meridionale, affinché questa possa nei prossimi decenni muoversi nello scacchiere internazionale come entità dotata di voce propria. Se a questo si aggiungono natura e sentimenti dei movimenti politici che si stanno effettuando da anni, non si può non concordare sulla definizione di “multilateralismo solidale” che accomuna i pensieri dei presidenti, eletti ed aspiranti, più o meno progressisti.
Nonostante la ancora insufficiente istituzionalizzazione del Mercosur, la crisi della Comunidad Andina e le preoccupazioni sul soggetto al quale affidare la guida politica subcontinentale, che si parli di una “nuova America Latina” è indubbiamente un punto a favore di chi, bolivarista o no, vorrebbe l’emisfero occidentale diviso in due piattaforme politiche ben distinte.
È un punto di vista che viene affermato nell’editoriale di Nueva Diplomacia del mese corrente (Bollettino dell’Istituto di Alti Studi Diplomatici di Caracas), riportando il risultato delle recenti visite di rappresentanti bielorussi e cinesi a Caracas. “Un ordine economico internazionale più giusto” è il principio ispiratore dei nuovi accordi tra il Venezuela e i due paesi, che non hanno perso l’occasione di affermare che questo necessario obiettivo può essere raggiunto solo “attraverso una effettiva partecipazione dello Stato come regolatore e coordinatore dell’attività economica”. Un pensiero che riporta alla mente il ruolo dello Stato nell’economia secondo l’idea peronista, ma che, decenni più tardi, riappare con i noti provvedimenti adottati a La Paz, a Caracas, a Buenos Aires ed in via di perfezionamento a Quito. Del resto, l’idea che il liberismo economico sia una parentesi da dimenticare in America Latina deve essersi insinuata anche nell’agenda del presidente messicano Calderón che, sebbene espressione di politiche non certo progressiste, si è finora detto contrario alla privatizzazione, anche parziale, della Petróleos Mexicanos (Pemex), da sempre considerata l’orgoglio dell’economia del paese. Gli accordi commerciali e di cooperazione con Cina e Bielorussia vengono enfatizzati dall’Amministrazione venezuelana come occasione di superamento del pensiero della politica tradizionale e contraria al cambiamento, in base alla quale diversità sociali, culturali e geografiche non consiglierebbero relazioni così intense con paesi con i quali, al contrario, Caracas sembra aver raggiunto un vero asse trasversale.
Le motivazioni ufficiali che spingono Chávez (nella foto) alla ricerca di nuovi soci ed alleati si traducono in una diversificazione non solo dei mercati, ma anche delle possibilità di cooperazione allo sviluppo, fondata sui concetti di proventi condivisi, mutui benefici e complementarietà, come base indiscutibile per la creazione di un nuovo modello di relazioni internazionali. Quello chavista è un modo di intendere i rapporti internazionali che indubbiamente sta dando all’inquilino di Miraflores la possibilità di ottenere consensi anche in Africa. In un recente incontro a Caracas, Lulamile Nazo, un deputato della provincia sudafricana di Eastern Cape ha avuto modo di esprimere la sua adesione alla logica che il vecchio modo di cooperare ha significato per il continente nero saccheggio e consolidamento del divario economico e sociale con il mondo più avanzato. E che solo la collaborazione improntata ai nuovi schemi sta concedendo al Sudafrica il ruolo internazionale che merita. Angola, Libia, Benin, Algeria, Sudafrica, sono alcuni esempi della politica chavista in Africa, di cooperazione tra i sud del mondo nella ricerca di multilateralismo. Un progetto che dovrebbe interessare anche all’Unione Europea, vista da Chávez come un buon alleato, ma che pare continuare a guardare allo stesso presidente venezuelano come un ostacolo formale e sostanziale.
(26 aprile 2007)