Roberto Coramusi
COLOMBIA - Il lato oscuro della presidenza Uribe
Il presidente Alvaro Uribe sta conducendo la trattativa per il disarmo delle milizie paramilitari filo-governative ed ha concesso agli Stati Uniti di estradare il padre-padrone del “cartello della droga di Cali”. Entrambe le notizie hanno una facciata positiva ed un risvolto perlomeno inquietante. Il contrappasso potrebbe delineare infatti uno scenario dove i guerriglieri, accusati di aver insanguinato il paese in quaranta anni di lotta con le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), siano reintegrati in società senza la minima incriminazione e gli Usa appoggino, come di fatto stanno già facendo, l’occupazione militare delle regioni del sud volta a non perdere il controllo dei pozzi petroliferi.
Il primo incidente di percorso in cui è incappata l’amministrazione colombiana risale al 25 luglio scorso, quando tre capi paramilitari hanno preso parola in parlamento. L’eccezionalità dell’evento, così come gli applausi con i quali sono stati sottolineati i loro interventi, è stata accolta dalla grave indifferenza dei media internazionali. Da queste parti la guerra civile si è distinta per ferocia e longevità. Le Farc si rifiutano di deporre le armi e la risposta dei presidenti che si sono succeduti a Palazzo Nariño si è avvalsa dell’aiuto illegale della guerriglia delle Auc (Autodifese Unite della Colombia), per impedire che le istanze socialiste dei ribelli facessero breccia tra le popolazioni contadine. Poi c’è l’annosa questione della droga, fonte primaria di guadagni, nonostante abbia perso parte della sua centralità nei traffici mondiali. Alvaro Uribe, da quando è al potere, ha pensato bene di concedere un salvacondotto generale di quarantotto ore ai miliziani, oltre quello che l’esercito concede da sempre ai paras, nonché la diretta televisiva dell’apparizione in parlamento di Salvatore Mancuso, Ramon Isaza ed Ernesto Baez. Quello che i tre capi della guerriglia hanno chiesto davanti a milioni di telespettatori è l’immunità per aver difeso la nazione dai “ribelli comunisti”.
I paramilitari sono i custodi della società colombiana concepita sul paradigma dei “pochissimi che hanno tutto e moltissimi che non hanno nulla”. Le loro feroci azioni di guerra sono state per la maggior parte taciute perché volte a ripristinare la “legalità” tra la popolazione civile indifesa, rea solo di aver visto passare nei loro villaggi i gruppi delle Farc. La collusione del governo con quelli che la gran parte dei colombiani chiama “squadroni della morte” è stata ben delineata dal famoso capo narcotrafficante Baez: “Anche se ora il papà fingerà di ignorare il figlio, non gli sarà facile scaricare il Frankestein che ha generato”. Tenuto conto di queste connivenze, alcuni partiti del Congresso vorrebbero approvare una legge che contrasti le iniziative governative. Vogliono imporre la carcerazione fino a dieci anni, lo smantellamento delle milizie, risarcimenti a tutte le vittime e la cooperazione dei comandanti per svelare i segreti delle loro organizzazioni. Nobili intenti, ma di difficile attuazione.
Un’altra operazione dalle tinte fosche è quella destinata a ripristinare la sicurezza nelle regioni meridionali di Putamayo, Caquetà, Meta e Guaviare. Oltre 18 mila soldati, armati ed addestrati dalle forze speciali statunitensi, hanno occupato le contee ricche di pozzi petroliferi, dove l’opera delle milizie rivoluzionarie aveva fatto più presa. Garantire agli investitori stranieri la tranquillità necessaria per estrarre il greggio e fare rilevazioni su nuovi possibili giacimenti vale sicuramente qualche strappo alla politica di tutela dei diritti umani. La frenetica ritirata dei ribelli nelle foreste unita all’avanzata dell’esercito, ha creato lo stato d’assedio nell’intera zona. Chiunque osi contrastare le operazioni delle multinazionali è perseguito come terrorista e deportato nelle patrie galere. Alvaro Uribe si tiene ben stretti gli investimenti della canadese Petrobank Energy and Resources, della Argosty Energy International di Houston e della Occidental Petroleum di Los Angeles, tanto da creare due battaglioni di militari d’avanguardia per proteggere le installazioni di oro nero. Questa è la risposta del governo alla fuga di capitali dalla Colombia che ha contraddistinto gli anni dell’aggravarsi del conflitto interno.
Nel 1999 la produzione di petrolio assicurava a Bogotà circa 830 mila barili al giorno, fino ad arrivare agli odierni 535 mila. La Ecopetrol, società petrolifera statale incaricata di assegnare tutti gli appalti, ha ricevuto pieno mandato per attirare le compagnie in regioni come il Putamayo, dove la produzione, secondo recenti stime, potrebbe addirittura quadruplicare. “Per quanto petrolio possa esserci là fuori, noi dobbiamo cercarlo in modo aggressivo”, così si è espresso in un’intervista rilasciata al New York Times Mauricio Salgar, direttore operativo di Ecopetrol. Ma l’aggressività non dovrebbe ritorcersi contro i contadini che si vedono espropriati delle loro terre senza ricevere alcun indennizzo. Sotto accusa sono finiti i metodi, in alcuni casi brutali, utilizzati dalle forze di sicurezza e l’utilizzo dei fondi pubblici, guarda caso canalizzati nei luoghi giusti per assicurare beneficio alle compagnie petrolifere private. Evidentemente si può chiudere un occhio. La Colombia è il terzo maggiore esportatore di petrolio dell’America Latina e figura nella lista dei dieci più importanti fornitori di greggio degli Stati Uniti.
(24 dicembre 2004)