MESSICO - Que viva Mexico de tierra y libertad

La notte del primo gennaio 1994 entrava in vigore in Messico il Trattato del libero commercio (Tlcan), sottoscritto con gli Stati Uniti e il Canada. Nella stessa alba gelida la Maggiore insurgente dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale, indigena tzotzil e ribelle, al comando di un manipolo di uomini e donne scesi dalle montagne nella prima notte del nuovo anno, si impadroniva della bandiera nazionale nel parco di San Cristobal de las Casas nello stato del Chiapas. Un gesto simbolico di un esercito autoproclamatosi con la propria autodeterminazione, arrivato dopo anni di ingiustizie e sottomissioni, volto a rivendicare la propria esistenza e far sentire al mondo intero la propria voce, la voz de los sin voz.

Più di un decennio è passato da quel lontano primo gennaio ma in Messico nulla è cambiato. L’unica cosa nuova è la guerra di bassa intensità contro i ribelli e gli indios, supportata con metodi infimi e meschini. Le ingiustizie sono ancora quelle di una volta e nel paese c’è una vera carenza di diritti umani, accentuati. Gravi i problemi dovuti alla corruzione di polizia ed esercito, estorsioni, arresti arbitrari ed omicidi, sono all’ordine del giorno. Nel corso del 2004 ci sono stati 3 mila sequestri, alcuni con presunta partecipazione della polizia, la stessa che continua ad usare il metodo della tortura per le confessioni, coinvolgendo anche poveri innocenti. Negli stati di Guerrero, Chiapas e Oaxaca si riscontrano quotidianamente abusi da parte delle forze armate nei confronti della popolazione, l’accesso degli indigeni nel sistema di giustizia è inadeguato mentre la presenza dei gruppi paramilitari nel Chiapas è ancora costante.

Proprio dal sudest arrivano le notizie peggiori. Il processo di pace sembra essersi arrestato e oltre alla povertà che incombe e la mancanza di servizi fondamentali per la sopravvivenza, nello stato è in vigore una legislazione diversa da quella del resto del paese, molto più rigorosa e meno garantista. Alcune organizzazioni internazionali di stampa denunciano che la legge contro la diffamazione leda la libertà d’espressione e nel Chiapas questa nuova legislazione risulta la più punitiva di tutto il Messico. Non è la prima volta nel sureste che il codice penale è applicato diversamente. Per quanto riguarda il massacro di Acteal non ci sono novità e le speranze di far luce sull’episodio sono ormai prossime allo zero. Continuamente soggette a discriminazione, repressione ed emarginazione, le popolazioni autoctone, vittime di una disuguaglianza sociale ormai radicata, sono destinate a subire un clima d’intimidazione continua, consolidato dall’eccessiva presenza militare sul territorio.

L’unica possibilità che rimane ai contadini messicani, è quella di espatriare tentando fortuna negli stati del nord. Una migrazione che riguarda mezzo milione di persone, che ogni anno tentano di attraversare le oltre duemila miglia di frontiera condivise con gli Usa, un fenomeno di massa, che ha richiamato intorno a se interessi notevoli. Nel corso degli anni si sono formate figure professionali, veri e propri trafficanti umani, che non fanno altro che aumentare lo sfruttamento delle vittime delle politiche del profitto e degli accordi internazionali di mercato. Il Tlcan non lascia scampo ai piccoli coltivatori, ma lo stesso trattato che ha aperto le frontiere alle merci, tende a chiuderle agli esseri umani. L’immigrazione latina sta destando notevoli preoccupazioni all’interno del sistema politico statunitense: gli alti vertici di Washington temono sia per l’eccessiva permeabilità della frontiera che per la mescolanza di due culture diametralmente opposte. Una supremazia che viene messa in pericolo e un’egemonia di cultura e razza che rischia di non reggere più a lungo, visto che ci sono luoghi al di là del Rio Grande dove lo spagnolo risulta l’unica lingua parlata.

Proprio in una città di frontiera, Ciudad Juárez al confine con El Paso (Texas), viene consumato da tempo il mistero della sparizione di giovani donne. Le cifre sono terribili ed è ormai provato che nell’ultimo decennio più di una donna al giorno è scomparsa nel nulla. A volte i corpi sono ritrovati nelle discariche o nel deserto, ma i delitti rimangono quasi sempre impuniti. Le vittime sono studentesse e ragazze lavoratrici, residenti nella città di frontiera, che offre un tasso d’occupazione maggiore rispetto al resto del paese. Nel frattempo gli omicidi continuano e Ciudad Juárez rimane terra di nessuno, tra le scorribande dei gringos in preda ai fumi dell’alcool e la corruzione della polizia di frontiera.

Oggi il paese è in pieno clima di campagna elettorale per le presidenziali del 2006 e Andrés Manuel López Obrador, capo del governo del Distretto federale di Città del Messico e candidato del Partido de la Revolución Democrática (Prd), secondo un sondaggio dell’Istituto di mercatistica e opinione (Imo), è il favorito con il 32,1% dei consensi. La popolarità che sta riscotendo tra i messicani è notevole. Cosea che non può che preoccupare la Casa Bianca e il suo fedele alleato Vicente Fox, il leader della Coca Cola messicana, attuale presidente in carica. Il Messico tra poco più di un anno tenderà così ad allinearsi alle politiche socialiste che stanno emergendo nel continente latinoamericano, dal Brasile all’Argentina, dal Venezuela all’Uruguay. Gli Stati Uniti resteranno a guardare? L’adagio di una volta è ancora attuale: pobre Mexico, así lejano desde Dios, así cercano a los Estados Unidos.

Marcoflavio Giagnoni
(14 marzo 2005)

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