Marcoflavio Giagnoni
MESSICO - La giustizia zapatista
Nella regione del Chiapas tra le alture della selva di Lacandón le Giunte del Buon Governo delle comunità autonome stanno adottando un nuovo metodo di giustizia carceraria. Trafficanti e usurai sorpresi nei territori zapatisti non restano impuniti, ma una volta catturati devono fare i conti con le amministrazioni locali. Le condanne che vengono inflitte ai rei sono però diverse da quelle imposte nelle moderne società democratiche. Nei territori ribelli non ci sono carceri e i detenuti scontano le loro pene lavorando e prestando servizio per le comunità. I processi sono svolti davanti alla presenza dell’imputato, della vittima e dei rispettivi parenti, affinché tutti conoscano le cause di incriminazione. I detenuti sono trattati nel rispetto nei diritti umani, non sono rinchiusi ma semplicemente obbligati a rimanere nel luogo assegnatogli. Possono essere visitati dai propri familiari e hanno diritto ad una detenzione dignitosa. Beneficiano di assistenza medica e di altri diritti fondamentali, volti al reinserimento della persona in un contesto sociale. Nessuno cerca di sottrarsi alla giustizia zapatista o tenta la fuga, consapevole del fatto che non andrebbe lontano.
A scontrarsi con le autorità autonome sono in particolare polleros e coyotes. I primi, trafficanti di clandestini centroamericani, agiscono lungo il confine dello stato del Chiapas gestendo il traffico umano nei punti di frontiera. Sembra che questa figura professionale in passato abbia goduto di una sorta di immunità e sia stata appoggiata da organi filogovernativi. Los polleros raccolgono la gente soprattutto lungo i fiumi, per trasportarla fino ad Ocosingo riscuotendo ingenti somme di denaro. Nel caso in cui i clandestini si rifiutassero di pagare “la tassa doganale” verrebbero consegnati senza mezzi termini alla polizia di migrazione. Sono trafficanti di vite, persone senza scrupoli che promettono agli uomini e alle donne di condurli negli Stati Uniti, ma che sono pronti ad abbandonarli appena intascato il denaro. Ultimamente però i controlli effettuati dalle Giunte di Buon Governo sul transito di veicoli e persone all’interno dei territori ribelli, rendono la vita difficile ai trafficanti. Quelli scoperti in territorio zapatista sono costretti a restituire il denaro estorto e dopo un semplice ammonimento vengono rilasciati. Solo in caso di recidività saranno poi processati ed eventualmente detenuti. Un grave crimine umanitario, secondo le amministrazioni, che non può rimanere impunito. I clandestini sono povera gente che va cercando fortuna ed una vita più dignitosa negli stati nordamericani e le Giunte di Buon Governo non possono far altro che liberarli ed assisterli. Tutti gli esseri umani infatti hanno libero transito in territorio zapatista e ogni municipio vigila sulla propria zona affinché non si riscontri questo traffico illecito. L’unica cosa che i membri delle comunità cercano di fare, dopo averli soccorsi, è di esortarli a far ritorno nel proprio paese, aprendogli gli occhi sul “sogno americano”. Cercano di fargli capire che sarebbe più giusto rimanere a lavorare nelle proprie terre, lottando per conseguire libertà e giustizia nei propri paesi.
Un’altra figura ambigua nella corruzione messicana contrastata dalle comunità indigene è il cosiddetto coyote, un “intermediario di mercato” che contribuisce ad impoverire i coltivatori della selva. Come veri e propri usurai, determinano in negativo il prezzo di mais, caffè, fagioli, comprando decisamente al di sotto del valore nazionale ed internazionale, consapevoli di essere gli unici acquirenti in grado di far uscire i prodotti dalle montagne del sudest. Ingannano i contadini sul reale prezzo di mercato, li raggirano persino con l’uso di bilance truccate e li sfruttano impietosamente lasciando loro le briciole di un business mondiale: questo è il neoliberismo, questo il libero mercato.
Nel frattempo i detenuti continuano a scontare le loro pene: due guatemaltechi stanno lavorando per la costruzione di un ponte, che collegherà definitivamente il villaggio di San José del Rio con la clinica adiacente, sostituendo l’unica “passerella” che permetteva di attraversare il fiume. Entrambi saranno liberi a marzo. È singolare il fatto che coloro che combattono le politiche liberiste, siano così clementi nei confronti di chi esercita queste “professioni”. Le Giunte di Buon Governo cercano di adottare una giustizia storica, di infliggere una condanna morale piuttosto che materiale. La coscienza zapatista cerca di non sovraffollare ulteriormente la prigione di massima sicurezza Cerro Hueco, a Tuxtla Gutierrez, e le nuove carceri del Chiapas. Tenta di educare e riabilitare piuttosto che reprimere. Uno smacco per la giustizia messicana in primis. Un esempio di umanità e garantismo poi, per la società civile, per chi si professa fautore ed esportatore di giustizia e democrazia nel mondo, ma allo stesso tempo è carnefice e aguzzino. La base militare di Guantanamo ci deve far riflettere.
(3 febbraio 2005)