Francesco Bellini
VENEZUELA - La via latina dell’oro nero
In America Latina, nella seconda metà degli anni Novanta, il settore energetico è stato caratterizzato da intensi processi di privatizzazione dell’industria elettrica e di liberalizzazione di quella petrolifera, allo scopo di attrarre nuovi investimenti privati. Tale tendenza però, si è attenuata negli ultimi anni, quando la nuova leadership politica di alcuni dei principali paesi produttori di petrolio, in particolare il Venezuela di Hugo Chàvez, ha operato un’inversione di rotta, reintroducendo un forte controllo governativo nella gestione delle imprese petrolifere e limitando l’afflusso di capitali esteri nel settore. I Caraibi costituiscono un importante centro di raffinazione del petrolio: le principali raffinerie, disclocate soprattutto nelle Antille Olandesi e a Trinidad e Tobago, servono sia il mercato locale sia quello estero. Le possibilità di incrementare le esportazioni verso i mercati extra-regionali sta producendo importanti cambiamenti nel settore petrolifero latino-americano, orientato all’efficienza ed a economie di scala.
Anche la domanda interna di energia risulta in aumento (si stima che duplicherà prima del 2020) ed il commercio intra-regionale sta conoscendo una rapida espansione. Nessuna zona del mondo è rimasta immune dai cambiamenti che ci sono stati nel settore e dalle loro conseguenze economiche e geopolitiche. In America Latina, dove gli Stati Uniti si giocano molto in termini di sicurezza energetica e dove la Spagna concentra gran parte dei suoi interessi economici all’estero, lo scenario negli ultimi anni non ha fatto che complicarsi ulteriormente. In piena crisi energetica mondiale ci sono state quelle di Brasile e Argentina, così i grandi consumatori del sud del continente stanno studiando dei piani di integrazione energetica. Ma fino ad ora tutte le formule per adattare l’offerta alla richiesta regionale hanno sollevato problemi politici ed economici difficili da risolvere. Queste difficoltà potrebbero paradossalmente trasformarsi nell’asse portante di una collaborazione intergovernativa ed intercontinentale.
In quest’ottica, in alcune recenti visite nei paesi del Cono sud, il presidente venezuelano Hugo Chàvez ha rassicurato il suo omologo argentino Néstor Kirchner e l’uruguaiano Tabarè Vàzquez: l’idea di investire 23 miliardi di dollari nel faraonico progetto del gasdotto del sud non è una chimera come sostengono i suoi avversari. Si tratta di un piano che è stato annunciato nel giugno del 2005 (parte dei lavori tuttavia è stata avviata soltanto nel settembre del 2007) dai paesi del Mercato comune del Cono sud (Mercosur): Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e, dal maggio del 2006, Venezuela.
Il progetto vede la costruzione di un gasdotto per portare il gas naturale da Camisea, in Perù, attraverso le Ande in Cile, dove si dovrebbe collegare alla rete di gasdotti di Brasile e Argentina, rifornendo così tutto il sud del continente. Ciò vedrà la realizzazione di uno dei piani dell’Alternativa bolivariana per l’America e i Caraibi (Alba) che nata da un’iniziativa cubano-venezuelana, ha visto l’adesione della Bolivia di Evo Morales e l’interessamento del Nicaragua di Daniel Ortega e dell’Ecuador di Raffael Correa. Lo scopo dei governi in questione è mirare all’integrazione economica sudamericana. Secondo le prime stime statali, il gasdotto sarà operativo dal 2012, trasportando circa 150 milioni di metri cubi di gas venezuelano: creerà più di un milione e mezzo di posti di lavoro. Per realizzare il gasdotto servirà un investimento di almeno 2 miliardi di dollari. Ma se avrà successo, sarà un passo in avanti importante per l’integrazione energetica del Cono sud. L’intero piano di lavoro darà corpo al progetto di Petrosur e Petroandina. L’obiettivo finale è la costituzione dell’Opegasur (Organizzazione dei paesi esportatori e produttori di gas del Sud America), che dovrebbe, analogamente all’Opec, regolamentare, stimolare e difendere l’erogazione di energia sicura per il continente.
Chàvez ha affermato che il suo paese possiede la riserva di gas più grande del continente, a cui prima o poi tutti i paesi saranno costretti ad attingere. Il progetto, considerato l’infrastruttura più ambiziosa del Sudamerica, comprende il tracciato, i costi, i finanziamenti, la produzione e la fornitura di gas, oltre agli allacciamenti ed alle condotte già esistenti. Prevede inoltre il trasporto del gas dai giacimenti dei Caraibi del Sud e della costa atlantica del Venezuela verso il Brasile e l’Argentina, con un percorso stimato tra i 7000 ed i 9300 km, sfruttando le strutture già esistenti di Bolivia, Paraguay, Cile e Perù.
L’idea di Chàvez di coinvolgere la Bolivia nel progetto del gasdotto del sud ha creato non poche tensioni con il Brasile, dovute soprattutto al conflitto di interessi dei due stati riguardo l’esportazione di combustibile verso gli Stati Uniti. Tuttavia, le conseguenze dello scontro non sono ancora chiare, anche se la proclamata distensione tra Brasilia e Caracas è stata sancita in occasione del recente avvio del progetto di una raffineria da cinque miliardi di dollari, frutto dello sforzo congiunto dei due paesi. Di certo i cambiamenti politici in Bolivia hanno spostato l’interesse dei paesi del Cono sud, sul Perù e sul grande anello del gas del Sudamerica. I programmi per la costruzione dei gasdotti regionali sollevano molte perplessità e preoccupazioni economiche, ma attirano i leader di sinistra e centrosinistra del Mercosur. Sia il grande anello sia il gasdotto del sud possono essere uno strumento efficace per dare più sostanza al sogno di un unione dell’America Latina, dando l’occasione al presidente Chàvez di poter riuscire nell’impresa di attuare la “sua” rivoluzione socialista bolivariana. Il momento è propizio: i prezzi dell’energia sono ancora abbastanza alti, i governi dell’area sono politicamente sempre più vicini e gli Stati Uniti sembrano avere perso il loro interesse nella regione, soprattutto alla luce della visita quasi fallimentare di George Bush in America Latina alcuni mesi fa. Con tutto che alla finale il grande gasdotto del sud costerà più della cifra preventivata, dovendo scontrarsi con le proteste degli ambientalisti, e molto probabilmente, con quelle di parte della comunità indigena, a causa dell’attraversamento di alcune zone dell’Amazzonia.
(20 dicembre 2007)