HAITI - Jean Dominique, la voce libera di un popolo

Sta girando per le sale cinematografiche – specialmente in quelle che, oltre a preoccuparsi degli incassi, vogliono mantenere alto il livello culturale della programmazione – “The Agronomist”, film-documento sull’affascinante storia di Jean Dominique, uomo dal carisma eccezionale, improvvisatosi giornalista, che ha lottato e combattuto per tutta la vita, emettendo dalla radio il canto di libertà per la sua terra. Radio Haiti Inter nacque come la scommessa di un giovane agronomo, e col tempo è diventata parte integrante della lotta nazionale, un punto di riferimento per i contadini e la gente dello stato caribico. Jean Dominique (nella foto) è stato protagonista di una vita intensa: sopravvissuto ad attentati, regimi militari, esilii e parvenze di democrazia, la sua voce è stata messa a tacere per sempre proprio nel momento in cui Haiti sembrava avviarsi verso il definitivo processo di democratizzazione. Il 3 aprile 2000, anno delle elezioni presidenziali, dai microfoni di Port-au-Prince gli spari di morte dei sicari riecheggiarono per tutto il paese.

Quali sono stati i mandanti dell’omicidio? A chi dava fastidio Radio Haiti? Sicuramente a chi voleva soffocare la voce di libertà di un popolo ed aveva individuato in Dominique il suo portavoce. A chi non apprezzava le denunce alle politiche smodate del libero mercato, che affama i contadini haitiani, e a chi non gradiva le continue richieste di pace, di giustizia ed il reclamo del consolidamento dei diritti umani all’interno dello stato. Gli stessi diritti che – Jean Dominique aveva denunciato – erano venuti a mancare nel pianeta da quando un certo Ronnie era divenuto il capo del mondo libero, giungendo alla presidenza degli Stati Uniti. Dopo la morte del giornalista, la radio ha ripreso a trasmettere con l’audace moglie di Jean, Michèle Montas. Il 3 maggio 2000, la donna, aprì le trasmissioni con la singolare smentita della morte del marito, sostenendo che era stato visto vagare per le campagne haitiane e discutere con i contadini sull’abbondanza dei raccolti. Non si trattava di un sosia, l’identità dell’uomo era certa: fumava la pipa nel suo modo inconfondibile. Jean Dominique non era morto ma viveva nelle esigenze di libertà di tutta la sua gente.

Purtroppo nella patria delle pratiche di magia nera e dei riti voodoo, la pace e la stabilità sembrano essere un’utopia, ed in quest’ultimo anno Haiti è tornata alla ribalta, sulle cronache internazionali per alcuni fatti di sangue. Nel febbraio scorso gruppi paramilitari, già noti alle vicende haitiane, hanno portato a termine un colpo di stato, debellando il governo legittimo del presidente in carica Jean-Bertrand Aristide. L’uomo, che ha affermato di essere stato rapito con la moglie, si è ritrovato, dopo venti ore di volo, in una base militare francese nella Repubblica Centrafricana. Una storia politica controversa la sua: appoggiato da buona parte della resistenza popolare alla dittatura Duvalier, è eletto presidente per la prima volta nel 1990. Dura ben poco. Nel settembre dell’anno successivo viene estromesso da un colpo di stato, che ormai fonti attendibili attribuiscono alla collaborazione tra Cia, organizzazioni Usa e un gruppo paramilitare haitiano chiamato Fraph. Migliaia di civili furono uccisi ed altrettanti furono i profughi che cercarono asilo nella confinante Repubblica Dominicana e negli altri stati caraibici. Per tre anni Haiti fu governata da giunte miste, civili e militari, indubbiamente antidemocratiche. Aristide ricompare nel '94, sostenuto dalla Casa Bianca. Nel 2000 torna infine alla presidenza del paese, fino al 28 febbraio 2004, giorno dell’ultimo golpe.

Dietro tutto c’è ancora una volta lo zampino dei fautori della democrazia mondiale, che, non si spiega per quale oscuro presupposto, hanno troncato i faticosi processi di democratizzazione dello stato più povero dell’emisfero occidentale. Lo stesso Jean Dominique denunciava in continuazione le ingerenze del governo Usa nei confronti del suo paese. Nell’America Latina purtroppo, questa sembra essere ormai una costante. Quando un governo mostra la volontà di attuare politiche sociali e democratiche, in modo da distribuire ricchezza equamente, i supervisori dell’ordine mondiale vanno su tutte le furie e cercano di insediare nello stato in questione poteri filoamericani. Quello che ci appare oggi davanti agli occhi, è solamente violenza, morte, distruzione, desolazione, confusione, caos: è quello che sta scontando la gente haitiana per non essersi piegata ad un ordine studiato a tavolino, da chi vorrebbe gli uomini a proprio uso e consumo. Il colpo di stato e l’esilio sono il conto che hanno pagato Aristide ed il suo governo per essersi opposti alle politiche liberiste del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Dovremmo pensare allora che l’unica vera alternativa nell’America Latina, alla soluzione filoamericana, sarebbe il castrismo di Cuba? Dove un popolo che, nonostante non veda riconosciuti i propri diritti umani, continua a resistere ad un embargo completo. Un popolo che pur di non essere assoggettato, preferisce vivere in povertà nella più semplice ed umile delle autarchie.

Marcoflavio Giagnoni
(30 dicembre 2004)

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