Benedetta Pintus
COLOMBIA - La Betancourt è libera, ma non si è ancora mossa
Non è trascorso neanche un mese dalla sua tanto attesa e chiacchierata liberazione, che già in patria Ingrid Betancourt non fa più parlare di sé. Tutti i cittadini colombiani che all’indomani del suo rilascio avevano invaso festanti le strade di Bogotà sventolando la bandiera nazionale, in questi ultimi giorni erano in trepida attesa di un altro evento sotto i riflettori dei media: il matrimonio di Tomás Uribe, figlio maggiore del presidente, con la modella e stellina televisiva Isabel Sofía Cabrales. Forse i connazionali non hanno preso bene che la loro ex senatrice il 20 luglio, in occasione della festa dell’Indipendenza, non fosse nella capitale a prendere parte alle celebrazioni, ma abbia preferito rimanere nella sua amata seconda patria, la Francia. Dove a Parigi, di fronte alla Tour Eiffel, ha manifestato per la liberazione degli ostaggi ancora in mano alle Farc insieme a Manu Chao e Miguel Bosé.
Certo è che oggi a fare ancora notizia non è più la donna rimasta per sei anni prigioniera dei guerriglieri nella selva, ma gli altri due protagonisti principali della vicenda Betancourt: le Forze armate rivoluzionarie che l’hanno tenuta in ostaggio e il presidente Álvaro Uribe che l’ha liberata grazie a una spettacolare azione del suo esercito. È di pochi giorni fa la notizia della cattura a Madrid di Rosario García Albert, alias “Irene”, che secondo la polizia colombiana è stata l’incaricata delle Farc per recuperare fondi per la guerriglia in Spagna. Il suo arresto si deve alle informazioni trovate nel computer di Raúl Reyes, il numero due del gruppo armato colombiano, ucciso dai militari il primo marzo. Nel frattempo in Nicaragua il presidente Daniel Ortega ha accusato di “tradimento della patria” il quotidiano nazionale “La Prensa” per aver pubblicato la notizia che sei guerriglieri delle Farc erano andati a fargli visita la settimana prima.
Dal canto suo Uribe senior è riuscito a godersi ben poco il successo internazionale dovuto al merito di aver liberato l’ostaggio più famoso di tutti i tempi. Il blitz militare dell’esercito colombiano ha permesso al presidente di compiacere i preziosi alleati statunitensi (che attraverso il “Piano Colombia” avevano fornito al Paese fondi per 5 milioni di dollari) e riscattarsi dalle critiche di chi aveva contestato la sua ostinata linea dura, da sempre chiusa a qualsiasi spiraglio di trattativa con i guerriglieri. Ma gli innumerevoli elogi, arrivati persino dalla stessa ex rivale Ingrid Betancourt e dalla sua famiglia che gli era stata ostile in tutti questi anni, sono stati subito oscurati da un polverone di inevitabili polemiche.
Solo una settimana fa il presidente colombiano si è dovuto scusare pubblicamente per aver usato durante il blitz i simboli della tv nazionale Telesur, dopo che qualche giorno prima era stato costretto ad ammettere il ben più grave improprio utilizzo dei simboli della Croce Rossa da parte di uno dei militari che hanno portato in salvo Ingrid e gli altri quattordici ostaggi.
Già 48 ore dopo la liberazione il governo aveva dovuto smentire con forza la notizia diffusa dalla radio svizzera Rsr che parlava di venti milioni di dollari di riscatto. Una voce non confermata, ma neanche screditata, da Alfonso Cano: intervistato dal Venerdì di Repubblica l’attuale leader delle Farc ha ammesso “che la Ingrid bien gordita (in forma, ndr) e la facilità con cui l’operazione si è svolta possano dare da sole qualche indicazione”, lasciando intendere, se non l’esistenza di un riscatto, almeno quella di un accordo. Nonostante le presunte maldicenze e le accuse di corruzione che l’hanno investito negli ultimi tempi, però, la credibilità di Uribe appare in ottima forma, almeno in Colombia. A sei anni dal suo primo mandato il presidente registra l’indice di popolarità più alto di tutti i suoi colleghi della zona: l’85%. Quasi venti punti di percentuale più in basso lo seguono il presidente del Brasile Luis Inácio 'Lula' da Silva, e quello dell’Uruguay Tabaré Vásquez, con il 67%. Appare, dunque, improbabile che il leader della Colombia rinunci al referendum popolare che dovrebbe permettergli di modificare nuovamente la costituzione per potersi candidare alla presidenza per la terza volta consecutiva, nonostante l’opposizione della Corte Suprema. Per creare un clima ideale per la rielezione Uribe si è anche già preoccupato di cambiare il ministro degli Interni e quello degli Esteri, che cercheranno di appianare le tensioni interne ed esterne al Paese in vista del voto del 2010. La liberazione della Betancourt, per di più, gli ha permesso di guadagnare quel consenso internazionale che prima non era ancora riuscito a ottenere. La sua strada verso il terzo mandato, dunque, sembrerebbe tutta in discesa, sempre che Ingrid non decida di ricandidarsi.
Subito dopo la sua liberazione già tutti i media internazionali parlavano di questa possibilità, ma per ora la nuova eroina colombiana non si è ancora pronunciata su questa ipotesi ed è sembrata più propensa all’impegno sul fronte umanitario, piuttosto che in campo politico. D’altra parte, però, oggi la Betancourt primeggia nei sondaggi e potrebbe essere l’interlocutrice politica ideale per aprire un dialogo con i guerriglieri e far cessare definitivamente la guerra civile colombiana, che dura ormai dagli anni Sessanta. Il Fronte rivoluzionario, infatti, pur estremamente indebolito, è ancora lontano dalla capitolazione: continua a controllare un quarto del territorio colombiano e, secondo Amnesty International detiene ancora almeno 700 prigionieri. Una figura come quella dell’ex senatrice potrebbe, forse, ammorbidire il confronto. Sempre che nel giro di due anni la credibilità guadagnata con la prigionia e l’esposizione mediatica non venga meno e il potere di Uribe, invece, che indebolirsi, continui a rafforzarsi. Per capire quale futuro il destino ha in serbo per la Colombia, perciò, è necessario aspettare ancora un’ultima mossa: quella di Ingrid Betancourt.
(1 agosto 2008)