Marcoflavio Giagnoni
CUBA - Le prigioni dei Caraibi dalle olimpiadi a Guantanamo
Nell’isola caraibica di frequente additata dalle organizzazioni che si occupano di diritti umani come un luogo barbaro, si è svolta la prima la Prima Olimpiade dei Penitenziari. Le gare, che hanno visto la partecipazione di tutti i detenuti, sono durate sei giorni e hanno avuto luogo nel Colosseo de L’Avana. 318 uomini e 82 donne si sono sfidati nelle discipline più varie, dal baseball alla pallacanestro, dall’atletica leggera al ping pong. Si sono tenute partite di calcio, domino, scacchi e dama. A Cuba la pratica dell’attività fisica fa parte ormai da tempo del sistema di riabilitazione e le attività sono state scelte con la volontà di sviluppare uno spirito di fratellanza e solidarietà tra la popolazione carceraria. L’iniziativa è stata promossa dall’Istituto Nazionale dello Sport, l’Educazione fisica e la Ricreazione con la Direzione delle Prigioni del Ministero degli Interni, con l’unico obiettivo di dare un bagliore di libertà ai detenuti cubani, per un prossimo reinserimento all’interno della società civile. Lo sport, disciplina per eccellenza basata sulla lealtà e sul sacrificio, non può far altro che accrescere e migliorare le risorse di una persona priva di libertà. Da questo punto di vista il regime di Castro sembra essere più sensibile e garantista di molti altri stati sviluppati e democratici. Il lider maximo ha dichiarato che le carceri “devono diventare scuole di educazione, di conoscenza e di vita” e che “i detenuti sono persone che dopo aver scontato le loro pene potranno contribuire alla realizzazione di una società giusta e solidale”. Molti di loro stanno frequentando corsi scolastici con successo e la maturazione del sistema carcerario nazionale sembra ormai notevole.
Cuba ha dato così una dimostrazione di civiltà a tutti gli attenti giudici della sua politica. Gli stessi che, parlando di diritti umani, non ricordano mai che l’isola è condannata da più di quarant’anni ad un embargo ingiusto. Anche il Santo Padre, dopo il viaggio del 1998 a L’Avana, negli ultimi periodi di vita aveva più volte ribadito l’indecenza di una sanzione che punisce un intero popolo. L’ultima volta il Papa si era espresso durante la cerimonia con cui il nuovo ambasciatore cubano aveva presentato presso la Santa Sede le sue credenziali. In quell’occasione Giovanni Paolo II aveva sollecitato l’Ue sensibilizzando i suoi vertici sulla situazione cubana. In questi giorni lo stesso Castro ha definito ipocrita la presenza alle esequie in Vaticano della delegazione dei neoconservatori Usa, ricordando che i rapporti tra gli States e la Santa Sede non erano dei migliori. Ma cos’è in realtà l’embargo? Con questo termine si intende un insieme di restrizioni che uno o più stati impongono ad un altro paese per imporgli delle scelte, sia politiche che economiche. Pochi mesi dopo il trionfo della Revolution gli Stati Uniti applicarono a Cuba una sanzione che in breve tempo si è trasformata in blocco totale. Negli Usa non è possibile importare alcun prodotto, da qualsiasi paese del mondo, che contenga anche in una minima percentuale materia prima proveniente dall’isola caraibica. Una nave che attracca ad un porto cubano non può per sei mesi fare scalo nei porti americani. I dirigenti di un’azienda che intrattiene relazioni economiche con il paese guidato da Castro, non hanno diritto al visto di ingresso negli Stati Uniti. Gli esportatori di giustizia nel mondo proibiscono a entità di paesi terzi di riesportare a Cuba prodotti di origine nordamericana. Fatti e misfatti della più grande democrazia mondiale.
Nonostante tutto, il regime è andato avanti, tra contraddizioni e imperfezioni, ma in materia di diritti dei detenuti sembra che possa far scuola ai grandi paesi globalizzati. C’è sempre però chi è pronto ad ergersi a difesa di un’informazione pavida e manipolata. Ultimamente ad una lettera di petizione che duecento intellettuali mondiali, tra cui i premi nobel Josè Saramago, Rigoberta Menchù, Adolfo Perez Esquivel, Nadine Gordimer e gli italiani Claudio Abbado, Luciana Castellina e Gianni Minà, hanno stilato per condannare le restrizioni economiche verso Cuba, l’associazione umanitaria “Nessuno tocchi Caino” ha risposto dichiarando che l’isola caraibica non è esclusivamente “sole, mare e sabbia”, citando i nomi dei maggiori istituti penitenziari. Nella sua attenta analisi l’associazione, così impegnata all’interno del vasto sistema carcerario, dimentica di esprimere perplessità sulle condizioni dei prigionieri politici nel campo di concentramento statunitense di Guantanamo, nel sud-est dell’isola. I detenuti sono rinchiusi senza processo e in netto contrasto con la Convenzione di Ginevra, visto che non si tratta nemmeno di prigionieri di guerra ma di presunti terroristi. Le celle di due metri per due si trovano in pratica all’aria aperta. Hanno un tetto di compensato e pavimento di cemento, non ci sono pareti e le guardie hanno una visione completa di ciò che fanno i detenuti. Le tute arancione sono ormai tristemente famose e gli internati, incappucciati e bendati, subiscono torture psicologiche e fisiche. I reclusi sono circa seicento e all’interno della base militare sono stati visti anche bambini di appena tredici anni. Gli Stati Uniti risultano essere il terzo paese che ogni anno esegue più pene capitali, ma i benpensanti filoamericani si sono sdegnati, di fronte al governo de L’Avana per la fucilazione dei tre dirottatori del traghetto cubano. Ipocrisie e incoerenze a cui non tutti fanno caso.
All’inizio del secondo mandato Bush, il neo segretario
di Stato Condoleezza Rice aveva dichiarato l'avversità
contro il fascismo, il comunismo e i totalitarismi del
XX secolo, sostenendo che la politica liberista
americana rappresenta l'unica certezza per il
progresso umano, come la storia stessa dimostrerebbe.
La politica “neoimperiale” americana non risulta
tuttavia differente da quella totalitarista, ma al
capitalismo tutto sebra essere concesso. Cuba dal canto suo non
ha ambizioni di questo tipo e cerca solamente di
rimanere un'alternativa al mondo moderno, a soli 160
Km dalla costa di Miami.
(29 aprile 2005)