ZIMBABWE - Il fallimento dell’operazione “Murambatsvina”

Dopo l’incidente diplomatico seguito alle dichiarazioni del presidente iraniano Ahmadinejad contro Israele, un altro caso è scoppiato in Africa: protagonista, stavolta, il premier dello Zimbabwe Robert Mugabe (nella foto), che ha sparato a zero sull’ambasciatore statunitense Christopher, colpevole di aver criticato i provvedimenti del leader africano per porre un argine alla crisi economica e politica in cui riversa da tempo il paese. Mugabe, senza mezzi termini, ha dichiarato che il rappresentante di Washington può anche “andare all’inferno” e ne ha minacciato l’espulsione. Non è la prima volta si lascia andare ad esternazioni simili: in occasione del sessantesimo anniversario della Fao era salito alla ribalta delle cronache per aver paragonato il presidente americano Bush ed il primo ministro britannico Blair ad Hitler e Mussolini, addebitandogli di non avere altro interesse se non quello di “voler dominare il mondo”. Non è un caso che la situazione nello Zimbabwe si stia surriscaldando: la tensione è il frutto del precipitare degli avvenimenti in seguito ad alcune controverse decisioni del governo di Harare riguardo ad alcune scottanti questioni di politica economica e sociale.

A rendere più precario l’equilibrio di un paese che fino a qualche anno fa offriva le maggiori possibilità di sviluppo e la più alta aspettativa di vita del continente nero, ha senz’altro contribuito l’operazione “Murambatsvina”, che ha coinvolto quasi due milioni e mezzo di persone e causato 700.000 sfollati. L’obiettivo di Mugabe era la completa eliminazione dalla capitale delle baraccopoli: operazione che si è rivelata solamente un’epurazione di facciata, visto che non è stata supportata da un programma logistico per accogliere quelli che poi si sono traformati in autentici senzatetto. Invece che porre un freno alla microcriminalità ed eliminare la mostruosa periferia della capitale, le demolizioni hanno gettato nel caos la popolazione, brutalmente scacciata dai suoi quartieri. Quasi un terzo degli sfollati sono bambini, ora senza più accesso a sanità, istruzione e sostentamento. Facendo leva sull’ampio consenso elettorale ottenuto dal partito presidenziale, l’Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe - Fronte Patriottico (Zanu-Pf) ha approvato una riforma che autorizza la nazionalizzazione delle aziende agricole sequestrate ai privati e vieta i viaggi all’estero alle persone sospettate di danneggiare l’immagine del regime, gettando così la nazione in una situazione di ulteriore isolamento.

L’operazione “Murambatsvina” ha ottenuto risultati umanitari disastrosi, privando dei suoi bisogni primari un’intera popolazione, ora salita in cima alle preoccupazioni della comunità internazionale, con l’Onu che sta monitorando lo scenario. Anche la situazione economica del paese sta risentendo delle decisioni di Mugabe, con l’inflazione alle stelle ed il costo dei generi alimentari aumentato negli ultimi sei mesi di quasi il 50%. Un trend così proccupante che rischia di far espellere lo Zimbabwe dal Fondo monetario internazionale, al cospetto di un debito non ancora onorato di 295 milioni di dollari nei confronti dei paesi occidentali. Vani sono stati gli appelli di Welshman Ncube, capo del partito dell’opposizione (il Movimento per il Cambiamento Democratico – Mdc), privato di ogni potere decisionale dopo la sconfitta elettorale del marzo scorso, e costretto a rifugiarsi in Sudafrica, le cui autorità in passato erano già corse in aiuto del vicino in difficoltà. In questa occasione, tuttavia, il governatore della Banca Centrale di Harare ha deciso di non accettare, almeno in via ufficiale, alcun prestito da Città del Capo. Decisivo, in questo senso, potrebbe risultare il versamento di 120 milioni di dollari effettuato dalla Cina nelle casse dello Zimbabwe, interessata a salvare un paese in cui mantiene forti interessi relativi al settore minerario, che ha permesso il rinvio di sei mesi della decisione del Fondo Monetario.

Fabio Belli
(29 novembre 2005)

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