SUDAFRICA- Caduta l’apartheid, i problemi restano

Cosa succede in Sudafrica? Un paese dalle mille risorse, dilaniato fino a qualche anno fa da fortissimi contrasti sociali e razziali, è entrato nel terzo millennio con grandi punti interrogativi che nemmeno la fine dell’apartheid è riuscita a risolvere. La patria di Nelson Mandela sale alla ribalta delle cronache internazionali solo quando la si accosta alla discriminazione, all’alta incidenza dell’Hiv (circa il 21% della popolazione è affetta dal virus) e alla ricchezza delle sue riserve minerarie (oro e diamanti in particolare). Eppure vanta un patrimonio naturale e culturale tra i più ricchi al mondo, non fosse altro per la convivenza coatta di razze e tradizioni differenti che ne fanno un esperimento sofferto ed unico nella sua dimensione.

Solo dieci anni fa l’allora presidente De Clerk trattò con Mandela la fine della segregazione razziale, facendo sperare in un avvenire migliore e più giusto quanti (75,6% di neri, 8,6% di colored e 2,5% di asiatici sul totale degli abitanti) hanno sofferto per decenni l’umiliazione e la violenza. L’African National Congress (Anc) conquistò il potere grazie al voto di milioni di oppressi convinti che la propria sorte sarebbe cambiata in poco tempo. La realtà oggi però è ben diversa. Non si avverte più il razzismo biologico, che ha macchiato indelebilmente il passato avvilente di questa nazione, ma persiste un razzismo d’opportunità che genera ugualmente forti conflitti. Alla popolazione “non bianca” è stata riconosciuta la pari dignità (non esistono più i bus e le panchine riservate o i quartieri vietati per uno o l’altro gruppo etnico), ma non è stata messa nelle condizioni di guadagnarsi un ruolo decisivo all’interno della società. Ancora oggi le città sono abitate solo dai discendenti degli inglesi e degli olandesi, mentre i neri sono relegati in “cittadine ombra” nelle periferie più desolate, costretti a vivere nella maggior parte dei casi in condizioni miserabili. Le cosiddette township, alle quali la caduta del regime razziale ha tolto i cancelli delle recinzioni dove prima erano posizionati i check point che ne regolavano l’entrata e l’uscita, ospitano la gente di colore che vi si allontana quotidianamente solo per impegnarsi nei lavori più umili.

La situazione è resa più complicata dai differenti presupposti su cui i neri basano le proprie rivendicazioni per avere una posizione sociale migliore di quella attuale. Tenuto conto della vastità del Sudafrica, i contadini del centro non possono essere paragonati ai portuali del meridione o ai minatori del nord. Tutto ciò determina una scarsa coesione d’intenti, ragione primaria delle divisioni di quel movimento che si presentava compatto quando l’unico nemico da combattere era l’apartheid. Altro motivo di frizione è la neonata tensione che anima i rapporti di colored ed asiatici con gli africani. I primi due gruppi etnici, pur se discriminati, hanno avuto comunque maggiore libertà negli anni bui della segregazione, riuscendo anche a compiere discreti passi avanti nella formazione scolastica. Dal momento che i posti di potere sono stati riservati per legge in quote per la popolazione “non bianca”, i meticci e gli asiatici, oltre ad una piccola parte di indigeni, li hanno subito occupati discriminando a loro volta i neri. Per arrivare ad una vera uguaglianza, il primo grande scoglio da superare è proprio quello dell’istruzione che ha relegato gli appartenenti alle tribù Zulu, Xhosa, Ndebele, Setswana, Siswati, Tshivenda, Sesoto, e Xitsonga a cittadini di secondo livello. Sullo sfondo inoltre si animano nuove tensioni sociali dovute ad una forte sperequazione della ricchezza del paese. La violenza cresce soprattutto tra coloro che vivono con soli due dollari al giorno, pari al 23,8% (circa dieci milioni di persone) ed il più delle volte si registrano veri e propri agguati per spogliare i ricchi dei propri averi. A fronte di una stabilità politica invidiabile - l’Anc può contare sul 70% dei consensi, potendosi permettere di introdurre riforme a colpi di maggioranza - manca ancora una parcellizzazione equa del prodotto interno lordo.

Il Sudafrica non è un paese sottosviluppato, al contrario, è ricco di materie prime, ha un terreno o fertile ed è provvisto di infrastrutture adeguate. Il problema è che questo benessere e questi servizi (strade, ospedali, scuole) sono a disposizione dei soli bianchi, inglesi ed afrikaans, che rappresentano il 13,6 % dei sudafricani. Poi però avviene quello che in molti non si aspettano ed i minatori delle riserve aurifere nei dintorni di Johannesburg incrociano le braccia (lo scorso 7 agosto), bianchi e neri senza distinzione. E’ la prima volta che accade, testimoniando al mondo che la solidità economica e l’intraprendenza sul piano internazionale del Sudafrica non è poi così radicata, nonostante gli sforzi continui del governo, che nell’ambito della riforma delle Nazioni Unite ha chiesto un posto nel Consiglio di Sicurezza. Il presidente Thabo Mbeki ha dovuto mediare un duro scontro tra le industrie proprietarie delle miniere ed i sindacati Solidarity, che riunisce circa dieci mila iscritti, tutti bianchi, e National Union of Mineworkers, più conosciuto come Num, che mette insieme cento mila lavoratori del settore, quasi tutti neri, su un totale di 130 mila aderenti. I minatori, che guadagnano in media 277 euro al mese, rivendicano un aumento almeno del 10% sul salario, incontrando il netto rifiuto da parte dei padroni, arrivati ad offrire una maggiorazione non superiore al 4%. Tale contrasto ha paralizzato uno dei motori più sicuri dell’intera economia sudafricana, rendendo manifesto quello stato di insoddisfazione generale che ha valicato le storiche incomprensioni razziali.

Per dare un futuro al Sudafrica è necessario ricominciare ad intensificare il lavoro d’integrazione tra i vari gruppi etnici ed equilibrare quanto prima l’enorme divario tra la popolazione ricca e quella povera. Non basta proclamare una public holiday ogni venti giorni per imporre a bianchi, neri, meticci ed asiatici di condividere insieme gioie e dolori della rinascita sudafricana quando i bisogni e le prospettive di vita rimangono agli antipodi. Parallelamente sarebbe opportuno perseverare nella politica del disarmo della gente comune, attraverso una riproposizione della sospensione della legge sulla repressione della detenzione illegale di armi da fuoco che ha già permesso a molti di consegnare volontariamente armi e munizioni senza essere perseguiti, ed intensificare la ricerca farmaceutica autoctona, sfidando il cartello delle grandi multinazionali che si appellano al rispetto delle norme sulla proprietà intellettuale. Non si può guardare avanti con fiducia se l’Aids e la tubercolosi sono ai vertici del tasso di mortalità di uno stato che nel 2005 continua a dichiararsi all’avanguardia.

Roberto Coramusi
foto Federica Fusciardi
(15 settembre 2005)

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