Alessandro Tirocchi
NIGERIA - Sangue e petrolio sul delta del Niger
Un rapimento torna ad infuocare il Delta del Niger. Nell’era dei sequestri politici, sotto la luce dei riflettori grazie alla questione mediorientale in Iraq ed Afghanistan, anche il continente africano torna alla ribalta delle cronache per l’utilizzo di metodi di lotta “non convenzionali”. Due tedeschi e quattro nigeriani, dipendenti della Belfinger-Berger società satellite della Shell, sono stati sequestrati da un gruppo di uomini armati, forse Iduwini. T.I.T. Manse, membro dell’Iduwini National Movement for Peace and Development, ha dichiarato all’agenzia di stampa Reuters, che il sequestro serve a “sollecitare” la Shell a concedere i fondi per lo sviluppo sociale ed economico del territorio. Questo in virtù di accordi già presi tra la multinazionale anglo-olandese e le comunità locali.
Il delta del fiume Niger è una vera e propria riserva di greggio. Lo sfruttamento petrolifero nel sud del paese, ha permesso alla Nigeria di salire al settimo posto tra i paesi esportatori del pianeta, e nel “black business” sono coinvolte le più importanti compagnie mondiali, come Shell, Exxon, Total e Agip. Una terra ricca, che tuttavia è costretta a vivere in un clima di totale insicurezza, soprattutto nella zona est del delta. I malumori dei gruppi etnici, privati delle risorse senza ricevere nulla in cambio, generano continue agitazioni. Nella regione è in atto una guerriglia, lunga e sanguinosa, che interrompe frequentemente la catena di mercato. Dokubo Asari è a capo dei Ndpvf, un gruppo di ribelli che si scontra con gli altri clan rivali ed il Governo. Alla base della questione c’è la divisione degli introiti relativa al settore estrattivo. L’oro nero nigeriano è facilmente estraibile ed è il tipo più economico da trasformare in carburante, ma l’instabilità frena la produzione. Gli effetti di questa situazione hanno immediati riflessi sull’economia: il prezzo degli idrocarburi negli ultimi tempi ha subito un’impennata sui mercati internazionali, fino a toccare quota 58,77 dollari al barile per il future di luglio.
Il ricorso al rapimento dunque non è una novità da queste parti. Nel dicembre scorso, un lavoratore croato è stato sequestrato e liberato nel giro di pochi giorni. Anche allora il motivo fu chiaro: il mancato rispetto degli accordi con la Shell relativi alle opere per il miglioramento delle zone intorno alla struttura estrattiva. Da tre anni, molti piani di sviluppo sono rimasti bloccati. La richiesta dei miliziani autori dei rapimenti è chiara: scuole e lavoro. Tematiche care a gran parte degli Stati interessati alle attività di upstream. Tra la Shell e la popolazione locale non corrono buoni rapporti. Il presidente Olusegun Obasanjo è impegnato in questi giorni nel tentativo di trovare una soluzione a tali contrasti. Si tenta di sostenere una riconciliazione tra il colosso del petrolio e la popolazione degli Ogoni, già impegnata in passato ad interrompere l’attività delle multinazionali nel territorio.
Come se non bastasse, ai conflitti concernenti l’oro nero, si aggiunge al nord, la lotta tra fazioni musulmane rivali, impegnate a Sokoto, cittadina a 450 chilometri dalla capitale Abuja. Due settimane fa un gruppo di sanniti ha attaccato la villa di un facoltoso commerciante ferendolo a morte. Secondo gli organi d’informazione si sarebbe trattato di un regolamento di conti, dovuto al presunto impegno della vittima nel finanziamento di gruppi sciiti. Circa dodici le morti causate dalla nuova esplosione del conflitto tra gruppi religiosi che sta interessando la città, il più importante centro musulmano in Nigeria. Tensioni frutto di differenze dottrinali tra i diversi gruppi, e più in particolare nelle rivendicazioni da parte degli sciiti della possibilità di accedere alla principale moschea della città. La maggioranza sunnita si oppone alla presenza del gruppo rivale nella regione e ne osteggia il culto. Gli scontri etnici sono dovuti anche alla lotta tra pastori nomadi ed agricoltori per il possesso del terrorio. La Nigeria è già un focolaio che presenta tutte le componenti per diventare centro di lotte devastanti. L’aspetto economico commerciale legato allo sfruttamento del petrolio. La lotta tra lobby che intendono gestirne l’estrazione. Le grandi divisioni religiose, culturali ed etniche, che danno allo scontro una presunta giustificazione ideologica. Non è solo il Delta del Niger che deve preoccupare.
(24 giugno 2005)