Fabio Belli
GABON - Lo strano caso di Omar Bongo
Niente di nuovo a Libreville. La capitale del Gabon ha salutato, con reazioni contrastanti, l’ennesima rielezione del presidente della repubblica Omar Bongo (nella foto), alla guida del paese dal 1967. Dopo la morte del leader togolese Gnassingbé Eyadema è diventato il più longevo dei capi di stato africani: la vittoria elettorale, arrivata alla vigilia dei 39 anni dalla sua salita al potere, gli garantirà un nuovo mandato settennale. La stabilità governativa rivendicata dallo stesso Bongo, che ha rappresentato l’autentica marcia in più nella sua propaganda elettorale, è dovuta al fatto che il governo di Libreville si è inevitabilmente trasformato in un regime autoritario, anche se al contrario delle dittature presenti negli altri stati del continente africano, dove incarcerazioni e violenze nei riguardi degli oppositori sono all’ordine del giorno, in Gabon sono clientelismo e corruzione i pilastri su cui si basa la macchina del potere attuale. Prima della corsa alle urne i vescovi locali avevano lanciato un appello alla trasparenza degli scrutini, rivendicando il ruolo dello Stato come “garante delle istituzioni, dell’unità nazionale e dell’indipendenza del paese”. Le precedenti consultazioni si erano distinte per brogli ed irregolarità, grazie anche al completo controllo esercitato dal governo sulle forze di polizia che presidiano i comizi dei suoi rappresentanti e cercano di non rendere la vita facile alle opposizioni.
Il successo della coalizione del capo di stato è stato comunque netto, anche perché l’astensionismo che, da sempre ha riscontri molto elevati nel paese, non ha affatto aiutato le opposizioni come inizialmente si era ipotizzato. Al fatalismo di chi si aspettava l’epilogo di sempre, si è comunque sovrapposta la protesta di alcune migliaia di dissidenti, guidati da Pierre Mamboundou e Zacharie Myboto, i leader del principale partito di opposizione, l’Upc (Union des Patriotes Gabonaise), che in una conferenza stampa avevano rifiutato “di riconoscere la validità delle elezioni” ed hanno imputato a Bongo di governare “come un capo villaggio”. I manifestanti sono venuti a contatto con le forze di polizia in assetto anti-sommossa e gli scontri hanno fatto registrare diversi feriti ed arresti, prima che la situazione venisse riportata all’ordine.
Al di là della nuda cronaca, lo strano caso del Gabon può essere analizzato studiando le capacità di Omar Bongo di trovare sistematicamente la chiave per volgere a suo favore ogni situazione storica e politica e tenere in pugno saldamente le redini del paese, barcamenandosi sia attraverso l’euforia del boom petrolifero degli anni ’70 (il Gabon è uno dei maggiori produttori di greggio di tutta l’Africa), sia nel bel mezzo della crisi e del crollo del prezzo dell’oro nero, sia in tempi recenti, in una fase che può essere considerata di lieve ma concreta ripresa economica. Sebbene il paese produca molta ricchezza (oltre al petrolio può contare sullo sfruttamento dei giacimenti minerari), gli oppositori ne contestano l’iniqua distribuzione tra gli abitanti: il reddito pro capite è più alto rispetto alla Cina o all’India, ma il 60% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Tuttavia Bongo non ha mai perduto la capacità di tenere unite le diverse frange della comunità nazionale, composta da decine di etnie e correnti politiche: proprio guidando coalizioni molto vaste il leader ha saputo costantemente mantenere il consenso della maggioranza dei cittadini, che mai in questi ultimi decenni ha potuto contare su un’alternativa politica credibile.
(17 dicembre 2005)