LIBERIA - Le elezioni dimenticate
Nelle ultime settimane l’attenzione dei mass media e dell’opinione pubblica è stata catturata, veicolata e trascinata nel grande circo delle elezioni americane. Il duello Bush-Kerry, risoltosi con la rielezione del John Wayne del terzo millennio, ha catalizzato tutto ciò che può definirsi informazione. L’interesse mediatico su chi avrebbe assunto il controllo della più grande democrazia del mondo (così piace definirla ai più), ha tralasciato con una certa faciloneria, le elezioni africane. Se è stata infinita l’attenzione nei confronti di chi affronterà il nodo gordiano delle guerre internazionali, altrettanto è stato il disinteresse verso le giovani democrazie che stanno affrontando fasi delicate per la definizione del loro futuro e, verosimilmente, per quello mondiale. Fortemente volute proprio dagli Stati Uniti, che le ritengono uno strumento fondamentale per acquistare lo status di paese democratico, le campagne elettorali (si, proprio le campagne non le elezioni strictu sensu) del Continente Nero si sono spesso rivelate momenti di tensione sociale, esplosioni etniche e razziali, che hanno finito con l’avviare una spirale di violenza e conflitti tribali. Lo spettro del disastro ruandese aleggia su chi dimentica tutto quello che può accadere quando si ignorano certi gradini fondamentali per il processo di democratizzazione.
In alcuni paesi come lo Zimbabwe, la Liberia e l’Etiopia, la campagna elettorale si è gia avviata in previsione dei ballottaggi del 2005. In altri, il Botswana ed il Malawi, le elezioni si sono chiuse, anche se si continua a discutere sui risultati ottenuti ed i modi con cui si sono svolte. In altri ancora, come il Burundi, le primarie arriveranno dopo un lungo periodo di tensione dovuto ai conflitti civili. Per non dimenticare la Repubblica Centrafricana e la Namibia, dove si attende il voto con il fiato sospeso per le difficoltà evidenti, legate alla campagna elettorale.
In Zimbabwe, a marzo, ci saranno le politiche, ma la situazione è tutt’altro che pacificata. Da un lato sembra risolto il rischio che il leader dell’opposizione, Morgan Tsvangirai, possa boicottare il ballottaggio. Dall’altro rimangono, sempre più consistenti, i dubbi sulla trasparenza delle prossime elezioni e sulla poca imparzialità dell’attuale governo. La Sadc (Southern African Development Community), ha espresso solidarietà e comprensione al capo dell’opposizione, promettendo la massima attenzione per impedire che il turno elettorale si risolva nell’ennesima acclamazione del presidente Robert Mugabe, giunto ormai ad un assai poco credibile 95 per cento delle preferenze. Tutto molto bello, se non fosse per un dettaglio. Roy Bennet, rappresentante del partito d’opposizione Mdc, è stato arrestato e condannato ad un anno di carcere dallo stesso parlamento dominato dalla fazione di Mugabe. Al di là del motivo della sentenza, una spinta ai danni di un collega, bisogna notare che per la prima volta nel paese un politico viene punito al di fuori di quello che dovrebbe essere un normale (e garantito) iter processuale. In Liberia, dopo le vittime degli scontri di Monrovia e l’imposizione del coprifuoco, resta profonda la frattura sociale. In questa realtà però si può contare sull’appoggio delle Nazioni Unite, impegnate ad aiutare il presidente Gyude Bryant nella missione di portare a termine il doloroso processo di pace. In Botswana il Bdp con il leader Festus Mogae, si è confermato al potere con il 77 per cento di preferenze. Uno scranno che non abbandona dal 1966, a conferma che le denuncie degli oppositori, in merito alle disuguaglianze sociali, sono cadute nel vuoto. Il commercio dei diamanti, ha regalato ricchezza a pochi, con il conseguente potere decisionale, e gettato in povertà moltissimi. Insomma una situazione pacificata forse per chi non ha intenzione di scostare il velo paradossale che copre la realtà. Il Botswana è al secondo posto per quel che riguarda le infezioni dell’Hiv, senza considerare l’enorme speculazione costruita intorno al commercio dei diamanti grezzi, che ha danneggiato l’economia nazionale. In Malawi si fa il gioco delle tre carte con cui il presidente Bingu Wa Mutharika ha sostituito il responsabile della commissione elettorale incaricata di vigilare sul corretto svolgimento delle operazioni. Da un lato la mossa è stata vista come un’ammissione di colpa per le presunte irregolarità commesse, dall’altro qualcuno la vede come un grande gesto di responsabilità per migliorare la trasparenza.
In Burundi, dove le elezioni non ci saranno, resta alto l’interesse per il cammino che il paese vuole compiere verso la garanzia dei diritti politici popolari. Sei partiti dell’etnia tutsi hanno fornito il nulla osta per la Costituzione Transitoria che diverrà definitiva consentendo l’avvio per il ripristino della legalità. Voci di brogli turbano la vita politica della Repubblica Centrafricana. La consulta referendaria di questo autunno dovrebbe aprire le porte alle elezioni presidenziali del gennaio prossimo, ma l’opposizione ha già denunciato la scomparsa di molte cartelle elettorali che consentono la registrazione dei cittadini al voto. Per il governo del paese, il basso numero di registrazioni è dovuto al fallimento dei dirigenti politici nel coinvolgere i propri sostenitori.
Fatta eccezione per la giovane democrazia dell’Etiopia, dove il partito del governo ha annunciato che nelle prossime elezioni di maggio le donne avranno diritto ad almeno il 30 per cento dei seggi, la situazione è tutt’altro che tranquilla nelle restanti aree africane. Sotto i riflettori rischiano di finire quelle campagne elettorali che gli Stati Uniti ritengono simbolo di garanzia democratica. Patinate, fashion, modaiole e coloratissime. Più volti noti ci sono, più si tratta di vero coinvolgimento popolare. Considerando la grande presenza di musulmani nel continente, l’infinito numero di etnie in lotta, le dispute per il controllo delle zone d’interesse petrolifero, sembra assurdo che nessuno si preoccupi di monitorare la regione per garantire la libertà di accesso alle urne. L’opinione pubblica mondiale ha avuto modo di vedere tutto quello che accadeva negli Usa, fin nell’ultimo bar di periferia. Siamo stati spettatori, ventiquattro ore su ventiquattro, dell’elezioni afgane. Probabilmente non sapremo niente di quelle africane. Tanto ancora non è successo nulla, o forse, non deve accadere nulla...
Alessandro Tirocchi
(7 novembre 2004)