Alessandro Tirocchi
GUINEA EQUATORIALE - Sir Thatcher, il golpe e l’odore del greggio
Sir Mark Thatcher, baronetto del regno Unito e figlio della Lady di ferro, ha ammesso di aver partecipato al golpe che, lo scorso marzo, avrebbe dovuto rovesciare il presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema. Per sua stessa ammissione ha finanziato il colpo di stato contribuendo ad acquistare un elicottero da usare durante l'operazione. Così ha violato la legge sudafricana che impedisce qualsiasi attività militare mercenaria. Iron child ha pagato una multa di 380 mila euro, fuggendo poi negli Usa per ricongiungersi con i propri familiari. I legali di Mark Thatcher hanno voluto sottolineare come, il proprio assistito, non conoscesse il piano per rovesciare il presidente guineano. L'acquisto dell'elicottero sarebbe avvenuto credendo che servisse per operazioni di elisoccorso, gli avvocati hanno sottolineato come solo in seguito “il piccolo Mark” avrebbe saputo la vera destinazione di utilizzo del mezzo. L’ex giovane speranza della classe politica brits sarebbe colpevole solo di aver versato "incautamente" la somma di denaro, senza indagare in maniera approfondita sulla questione. La linea di difesa attuata dai legali, permette al figlio della Iron Lady di salvare in parte la faccia, ma lascia aperto il conto con la legge. Esiste ancora il rischio di dover comparire di fronte ad una corte guineana (che ha emesso un mandato di cattura internazionale) con l'accusa di essere una delle colonne portanti del tentato golpe contro Obiang. Se così fosse sir Mark, difficilmente, se la caverà con una multa.
In questo intricato complotto internazionale, venuto alla luce il 7 marzo 2004, che avrebbe dovuto deporre, con la forza, il presidente Teodoro Obiang Nguema, il figlio prediletto della lady di ferro appare solo come uno degli ultimi responsabili. Addirittura “messo in mezzo” per le sue possibilità economiche e la sua comprovata “poca malizia”. I pezzi pregiati dell’indagine sono alcune figure di primo piano di quel torbido mondo rappresentato dalle «società di sicurezza» moderne. Del commando fermato in Zimbabwe faceva parte Simon Mann, ex membro delle Sas e fondatore della celebre azienda di mercenariato Executive outcomes (Eo). Un altro gruppo di mercenari è stato bloccato poco dopo a Malabo, capitale della Guinea, ed era invece guidato da Servaas Nicolaas «Nick» Du Toit, ex membro delle forze speciali sudafricane. Entrambi i gruppi di “cani da guerra” sono ora sotto processo: il primo è alla sbarra nello Zimbabwe, il secondo a Malabo.
Muovendo i passi dalla sbarra dei tribunali, questa vicenda comincia a mostrare i suoi risvolti più inattesi, coinvolgendo nomi sempre più eccellenti. Già all'indomani della scoperta del putsch, era uscito quello di Ely Calil, uomo d’affari anglo-libanese noto per le sue dubbie frequentazioni africane, nonché amico di Severo Moto. Subito dopo, era stata la volta di alcuni esponenti di spicco dell'establishment tory britannico: Thatcher appunto e David Hart, ex consigliere privato della “Lady di ferro” convertitosi poi al commercio di materiale militare. Il coinvolgimento di questi personaggi, tutti con un passato oscuro implicato in azioni militari non governative, lascia intendere come il tentato golpe ai danni di Obiang Nguema, celi intenzioni non proprio esclusivamente di carattere politico.
Sulla vicenda la capitale sudafricana, Pretoria, ha deciso di optare per le maniere forti: ha annunciato a più riprese che non chiederà l'estradizione dei suoi cittadini incriminati in Zimbabwe e Guinea equatoriale, fatta eccezione per la loro condanna a morte, e sta portando avanti una chiara iniziativa contro queste imprese di sicurezza. L'azione contro baby Thatcher si inserisce probabilmente in questa offensiva e mira a inviare un segnale di avvertimento alle decine di “procacciatori d’affari” che hanno avviato aziende di quel tipo, reclutando i vari cani da guerra rimasti a spasso. In questo senso, gli interessi della Guinea equatoriale, emirato petrolifero amministrato con pugno di ferro da Obiang, e quelli del Sudafrica, interessato a eliminare la sua fama di “oasi felice” per mercenari di ogni sorta, sono venuti a coincidere.
Dietro la mano dei golpisti, neanche a dirlo, il profumo dell’oro nero. Dopo un decennio di mancata produzione di greggio, nel 2002 la quota giornaliera ha raggiunto i 242 mila barili giorno, a pari merito con il Gabon, sopravanzando nella classifica continentale il Sudafrica. Il paese è al settimo posto tra gli esportatori con 221 mila barili al giorno. Le indicazioni delle riserve, fisse in 12 milioni di barili dal 1995 al 2004, non sono plausibili. Per confronto, la riserve italiane sono indicate ogni anno, dal 1999 in qua, in 622 milioni di barili. Come è ovvio il petrolio della Guinea equatoriale è molto più abbondante. Quanto lo sia, non è dato saperlo. Non lo sa l'Eni, che pubblica nel suo O&G (World Oil and Gas Review 2004) i dati che sono riportati sopra. Il petrolio del Golfo di Guinea è valutato in un decimo di tutte le riserve mondiali. È
certo invece che il greggio della Guinea equatoriale, unito a tutto quello proveniente dalla stessa area, è a breve distanza dai porti degli Usa. Precisamente a sette giorni di navigazione, un tratto breve. È un petrolio talmente vicino, a portata di mano e di sfruttamento, quello dell'Africa subsahariana, da rappresentare già oggi il 17% di tutta l'importazione Usa. Potrebbe presto diventare il 25%, se fossero attivati gli oleodotti in costruzione, in particolare quello che va dal Ciad alla costa del Camerun, dopo aver preventivamente “indebolito”, debellato e disperso le popolazioni residenti.
Anche in Guinea equatoriale consumano petrolio, ma non esiste un dato pro capite. Si può desumere che la parte principale dei consumi appartenga al presidente Teodoro Obiang e alla sua corte, mentre la generalità dei cittadini rimane sconosciuta. Obiang gestisce a proprio favore le esportazioni. Dal petrolio deriva l'86% del prodotto interno lordo del paese, ed il 90% dell’export. L'accusa rivolta, perfino dalla Banca mondiale, al presidente è di non aver separato i propri interessi da quelli del paese. Gli Usa hanno in Guinea oltre 3.000 addetti nel settore petrolifero e un vero controllo sull'attività. Ad agire è soprattutto Exxon Mobil che poi rifornirebbe i sessanta conti privati del presidente Obiang, dei suoi familiari e amici presso un indirizzo di Washington assolutamente inappuntabile: la Riggs Bank. Dalle cronache emerge un traffico, su conti privati, di 700 milioni di dollari, 90 nell’ultimo anno. Tutto questo sarebbe sembrato troppo anche al governo americano, pur amico di Exxon e di Amerada Hess e Marathon Oil. Si dice che in un pollaio due galli a cantare siano troppi.
(6 febbraio 2005)