Marco Leofrigio
SUDAN - Guerra e tragedia nel Darfur
In Sudan fino a pochi mesi fa erano in corso due conflitti. Il primo nel sud del paese sconvolto dalla più che ventennale guerra civile tra il nord arabo e musulmano e il sud nero e animista o cristiano. Finalmente a giugno 2004 è stato raggiunto un accordo tra le fazioni dopo questa lunga guerra che ha causato oltre due milioni di morti. La sigla ufficiale della pace è avvenuta il 9 gennaio di quest’anno a Nairobi, davanti a quindici capi di Stato, con la firma dell’Accordo Globale di pace di Naivasha. Il governo di Khartoum ritiene di aver fatto dolorose concessioni pur di arrivare a un accordo di pace.
Un accordo che i ribelli del sud non avrebbero mai ottenuto senza il sostegno attivo dell’amministrazione statunitense, particolarmente interessata alle riserve petrolifere del Sudan meridionale. Ma purtroppo la pace non riguarda l’ altra guerra in corso da due anni nel Darfur, la cui escalation potrebbe condizionare anche la messa in pratica dell’accordo nel sud, che prevede una fase transitoria di sei anni e una divisione dei poteri tutta da verificare sul campo. Per questa ragione e in considerazione della scoperta di importanti giacimenti petroliferi in quest’area, Khartoum ha schiacciato la rivolta del Darfur con una energia così sproporzionata.
Com’è nato il conflitto? E’ nato dalla ribellione antigovernativa delle popolazioni del Darfur, una martoriata zona occidentale del Sudan, dal punto di vista amministrativo divisa in tre stati. La regione, che prende il nome dalla popolazione Fur, che vive lì sin dal Cinquecento, vede da molti anni gli assalti e le incursioni delle milizie arabe Janjawid.
Il termine arabo Janjawid o Gangawid significa banda di ‘diavoli a cavallo’, e queste bande dedite anche a una feroce azione di pulizia etnica contro la popolazione locale nera, vengono contrastate dai due gruppi di ribelli antigovernativi lo Sla (Sudan Liberation Army) e il Jem (Justice and Equality Movement). Stanchi di un’élite inamovibile che si è appropriata del potere e delle ricchezze, le popolazione emarginate si sono alla fine ribellate. Secondo l’Onu e altri osservatori internazionali anche l’aviazione governativa ha dato aiuto ai miliziani Janjawid, mentre l’esercito non è stato impiegato. Difatti circa metà dei coscritti provengono da quella regione e quindi Khartoum, come fecero i serbi al tempo del conflitto in Croazia e Bosnia, hanno ‘delegato’ i miliziani nell’attuare la pulizia etnica. Dal febbraio 2003 ad oggi sono oltre 70 mila i morti, circa due milioni i profughi, ed almeno già 200 mila i rifugiati nel confinante Ciad. Il pericolo è che tale situazione potrebbe aprire il vaso di Pandora dei regionalismi in tutto il nord, dove altri gruppi etnici si ritengono danneggiati: i beja dell’est, i nubiani del nord e così via.
Storicamente il conflitto tra Arabi e Africani è un fatto ricorrente nella storia del Sudan ed in questa fase si può affermare che i vincitori sono gli appartenenti all’etnia cosiddetta araba. In verità queste popolazioni, tutte di religione musulmana, si scontrano più per motivi linguistico-culturali che per una vera e propria linea di frattura basata sulla razza. A questo dramma, aggiungiamo che i profughi, i cui villaggi sono stati attaccati dalle bande Janjawid, sono agricoltori ed è evidente che soprattutto a lungo termine l’abbandono dei campi causerà drammatici problemi alimentari per tutte e due le etnie. La comunità internazionale è intervenuta finora debolmente. Se da un lato i responsabili del Palazzo di Vetro accusano Khartoum di sponsorizzare i miliziani, dall’altro la commissione messa in piedi dalla stessa Onu, ha da pochi giorni presentato il suo rapporto.
L’indagine svolta tra novembre 2004 e conclusasi il 25 gennaio scorso afferma che comunque il governo di Khartoum non può essere accusato di attuare una politica diretta al genocidio di quelle popolazioni. Secondo i cinque commissari, le circostanze non permettono di definire tale quello che avviene nel Darfur. Mentre la stessa accusa è stata invece ritenuta valida a carico dei responsabili serbi della strage avvenuta nel luglio 1995 nella cittadina bosniaca di Srebrenica, nella ex-Jugoslavia. I capi d’imputazione sono gravissimi: crimini contro l’umanità e contro i diritti umani, ma vanno addebitati a singole persone o gruppi di persone; il rapporto dell’Onu però non fa nessuna menzione sui nomi dei colpevoli. I responsabili dei crimini devono, secondo l’indagine, essere perseguiti dalla Corte Internazionale contro i Crimini dell’Aia.
Come c’era da attendersi la notizia è stata ben accolta dal governo sudanese, messo sotto pressione da parte degli americani, oltre che per la lotta al terrorismo, anche per questa drammatica guerra. Infatti l’orientamento delle autorità statunitensi è di tutt’altro avviso. L’autorevole New York Times già a giugno scorso denunciava che nella regione sudanese nel Darfur è in corso un genocidio, ma che la comunità internazionale se ne sta disinteressando. Il portavoce del Dipartimento di Stato Richard Boucher ha espressamente richiesto al Consiglio di Sicurezza di prendere dure misure contro il Sudan proponendo l’invio di peace-keepers, l’imposizioni di sanzioni, che possono prevedere il blocco delle esportazioni di petrolio ed embargo sulle armi, ed istituire un tribunale ‘ad hoc’, per perseguire i colpevoli, con sede in Tanzania sotto l’organizzazione dell’Onu e dell’ Unione Africana. Non giunge a caso quest’ultima richiesta, dato che rimane netta la posizione americana di rifiuto della giurisdizione della Corte Internazionale contro i Crimini dell’Aia, poiché viene vista come soggetta a forti pressioni politiche.
(11 febbraio 2005)