SUDAN - Il grande equivoco del Darfur
La guerra civile in Sudan è arrivata a festeggiare il ventennale di combattimenti. Da una parte il governo nazionale di Khartoum, nel cuore settentrionale dello stato, dall’altra i ribelli del Sudan People’s Liberation Army (Spla), che rivendicano l’indipendenza delle regioni meridionali. La precisazione geografica non è un mero esercizio didattico. Proprio nelle ampie distanze logistiche, affonda le radici l’annosa questione sociale che è sfociata nei sanguinosi scontri che vanno avanti dalla prima metà degli anni ottanta e che hanno avuto un picco nel 2004. Per comprendere lo status vissuto dai rivoluzionari, ci si deve spingere a sud fino alle remote zone dei villaggi, circondati dalle basse montagne che fanno da preludio alla catena del Jebel Marra. Il Darfur è molto grande, lontanissimo dalla capitale. Da queste parti quello che accade nei paesi confinanti, Ciad e Libia, assume un significato più influente rispetto alla cronaca del Sudan stesso. La medesima indifferenza è manifestata dal governo centrale, indifferenza che ha portato nel 2003 all’inizio della rivolta lanciata dall’Esercito di liberazione sudanese (Sla) e dal Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem).
Tre i blocchi contrapposti. Innanzi tutto i ribelli, gente di vari gruppi etnici come fur, zaghawa, masalit e tunjur. Poi i confinanti arabi, tra cui parte dei rizeigat del nord, dei beni halba e dei salamat; tra questi gruppi sono stati scelti i miliziani janjaweed, esercito tristemente noto per la responsabilità dei più efferati massacri avvenuti nella regione. Infine l’esecutivo, che non ha trovato di meglio da fare che annegare la rivoluzione con le tattiche brutali che avevano dato frutti nel corso dei ventuno anni precedenti di guerra civile. Come si suole dire, le care e vecchie “ricette della nonna”.
In questi mesi, spesso, gli organi d’informazione hanno presentato la questione come uno scontro tra arabi ed africani. Si è portato il piano dell’attenzione sulla questione etnico-ideologico-religiosa, presentando il conflitto come la solita “guerra di religione”. Un’abitudine abbastanza diffusa, quella di presentare, quindi giustificare, le contrapposizioni come guerre tra differenti ideali, tra schieramenti divisi dal sacro fuoco dell’ideologia che deve trionfare. Una sorta di bene contro male, legittimazione che nel caso dell’ultima crisi in Iraq, è stata, a dir poco, abusata. Nel caso del Darfur l’errore è grossolano. Gli zaghawa (tra i gruppi più massacrati) sono indigeni, neri ed africani. Ma la loro origine è beduina, araba. I nemici di questa etnia sono proprio i beduini del deserto, nomadi. La differenza tra i gruppi, quindi, non è razziale, o religiosa. Le condizioni proibitive della zona ed uno spietato governo centrale ha messo contro le due popolazioni, in quella che forse sarebbe più giusto definire una “guerra tra poveri”.
In passato la zona era battuta da camion libici che trasportavano armi e mercenari spediti dal colonnello Gheddafi, intenzionato a stabilire un avamposto per le sue mire espansionistiche. Da quella regione, il rais libico voleva colpire alle spalle il Ciad. Per questo motivo, nel 1987 scoppiò la prima guerra del Darfur. Il sogno di Gheddafi fu spento nell’oasi ciadiana di Ouadi Doum, e lì si chiuse il capitolo, ma il Darfur era ormai gettato nel caos. L’etichetta di popolo arabo piacque, per la sensazione di sicurezza e temibilità che comporta, agli uomini dell’elite politica sudanese. Gente che non è mai stata nella regione e che non ne conosce le problematiche. Le comunità non arabe, per istinto di fratellanza, hanno fatto riferimento a due etichette. Definirsi “africane” o “musulmane”. Ha prevalso l’opzione “africane” che resiste tutt’oggi, dando il la all’equivoco della guerra.
Le radici della crisi possono essere rintracciate anche a Khartoum. Il potere è detenuto, solo formalmente, dal presidente Omar el Bashir. In realtà l’operatività è a completa discrezione di alcuni alti gradi dell’intelligence, accusati di crimini di guerra. Il primo conflitto con i rivoluzionari dello Spla negli anni ottanta, poi la ribellione dei Monti Nuba, infine lo sgombero dei bacini petroliferi nella provincia dell’Alto Nilo, quando l’esercito rimosse (proprio come si fa con i rifiuti), ogni tipo di resistenza all’estrazione del petrolio: tre episodi che forniscono un quadro della politica attuata dal governo nella regione meridionale.
Oggi siamo in presenza di un regime privo di un’ideologia che lo legittimi, affidato alla gestione dei servizi di sicurezza, che pensa solo a preservare i benefici di cui gode. I janjaweed servono perché nell’esercito nazionale prestano servizio molti soldati ed ufficiali originari del Darfur. Questa zona è piuttosto delicata in quanto più difficile da piegare rispetto al sud del paese. La questione quindi è di cessare le analogie con altre tragedie africane (Ruanda e Sudan del sud), cercando di comprendere la particolarità di questo angolo d’Africa. I governatori non dimostrano di voler rispettare i diritti umani nell’affrontare la situazione, speriamo non si debba brindare un altro ventennale di guerre per convincere l’Onu.
Alessandro Tirocchi
(2 dicembre 2004)