CORNO D'AFRICA - Siccità e carestia

Il Pam, Programma alimentare mondiale dell’Onu, ha lanciato l’allarme sulla siccità che sta devastando il Corno d’Africa invocando l’intervento dei paesi donatori. E’ a rischio la vita di oltre 5 milioni di persone in Kenya, Etiopia, Somalia, Gibuti, che stanno subendo gli effetti dannosi provocati dalla prolungata assenza di precipitazioni atmosferiche. Da tempo i governi locali e le organizzazioni internazionali cercano di richiamare l’attenzione del mondo sulla tragedia che si svolge nell’Africa orientale lontano dall’attenzione dei media: le cifre sciorinate dal Pam disegnano un quadro di emergenza immediata, e l’organismo delle Nazioni Unite a metà febbraio rischia di non avere fondi per fornire aiuti alimentari a chi ne ha bisogno. Secondo le stime preliminari sono colpiti dalle conseguenze di una siccità che dura da anni 2,5 milioni di persone in Kenya, 1,4 in Somalia, 1,5 in Etiopia e 60.000 a Gibuti. Centinaia di migliaia di famiglie sopravvivono con un solo pasto al giorno e i bambini sono sempre più seriamente denutriti, il bestiame muore di fatica, fame e sete e senza bestiame è impossibile procacciarsi cibo. «Le cifre effettive sul numero di persone che necessitano urgentemente assistenza sono ancora in via di valutazione, ma i donatori devono rispondere adesso se vogliamo evitare una catastrofe umanitaria» spiega in un comunicato Holdbrook Arthur, direttore regionale del Pam per l’Africa orientale e centrale. «Le famiglie che vivono di pastorizia in queste terre aride hanno pochissime strategie di sopravvivenza e hanno un bisogno assoluto della nostra assistenza per tirare avanti fino alle prossime piogge» ha detto Arthur a Kampala, in Uganda. E secondo l’ente il numero delle persone che avranno bisogno d’aiuto nei prossimi mesi potrebbe aumentare. «Ciò è causa di particolare preoccupazione perché il fondo di crisi del Pam al momento non è sufficientemente fornito e senza altri contributi potremmo interrompere le nostre forniture alimentari, drammaticamente necessarie, a metà febbraio» ha proseguito Arthur. Il capo dell’agenzia per l’Ambiente dell’Onu, Klaus Toepfer, spiega invece le cause che hanno portato il Corno d’Africa sull’orlo del collasso, dichiarando da Nairobi che la siccità è dovuta ai danni ecologici a foreste, prateria, paludi ed altri ecosistemi importantissimi ma anche al cambiamento climatico del pianeta. «La siccità non è una novità per la gente dell’Africa orientale, è un fenomeno climatico naturale. A cambiare drasticamente negli ultimi anni è la capacità della natura di fornire servizi essenziali come acqua e umidità nei periodi più difficili. Questo avviene perché gran parte dei servizi di fornitura e conservazione dell’acqua e della pioggia sono stati danneggiati, distrutti o rimossi».

In Kenya si parla della peggiore siccità da 22 anni a questa parte; secondo alcune notizie si sono già verificate delle morti per fame. Il Governo cerca 150 milioni di dollari per fornire cibo nei prossimi sei mesi a 2 milioni e mezzo di persone, quasi il 10% della popolazione. Gli aiuti non sono nessari solo sul fronte dell’approvvigionamento di acqua a persone e animali, ma anche per la ricostituzione del bestiame e per la distribuzione delle sementi per la prossima stagione. Il primo gennaio, il presidente Mwai Kibaki ha affermato che la carestia dovuta alla mancanza d’acqua avrebbe colpito circa 2,5 milioni di persone solo nel nord del paese, e ha dichiarato lo stato di catastrofe nazionale. Eppure il Kenya ha previsto un raccolto di granoturco, base dell’alimentazione nazionale, in aumento di circa 69.000 tonnellate; in altre parti del paese gli agricoltori hanno fatto file anche di due settimane per venderlo all’Agenzia nazionale dei cereali. L’amministrazione Kibaki viene accusata dalla gente di non aver saputo reagire all’emergenza del nord nonostante vi fossero ampi segnali della gravità della situazione. La Somalia sta affrontando il peggior raccolto di cereali in un decennio: nelle otto Regioni agricole del Sud tutta la produzione è andata perduta perché non è arrivata l’attesa stagione delle piogge. I pastori, intanto, sono costretti a concentrarsi lungo i fiumi e nei pochi pascoli rimanenti. Il Pam ritiene che fino a giugno 2006 in Somalia saranno necessarie 64.000 tonnellate di aiuti alimentari per sfamare le popolazioni, ma fino a questo momento ne sono disponibili solo 16.700. Il Pam si è posto l’obiettivo di nutrire per giugno prossimo un milione di somali, a cui si dovrebbero aggiungere altre 400.000 persone di cui si occuperà l’agenzia di aiuti allo sviluppo Care. Le scorte alimentari dell’Onu, però, sono scarse e c’è bisogno di altre 59.000 tonnellate di alimenti per il costo di 38 milioni di euro. Le incursioni di pirati sulle coste somale, peraltro, complicano il compito dell’agenzia Onu. A Gibuti, infine, il Pam fornisce assistenza a più di 47.000 allevatori. Si teme che il numero aumenterà, a causa della carestia, a 60.000. I primi dati, infine, mostrano che a causa della siccità un milione e mezzo di allevatori nella Somalia del sud e altre 250.000 persone nella regione di Oromiya in Etiopia avranno bisogno di assistenza quantomeno fino a giugno.

Marco Cochi
(17 gennaio 2006)

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