AfD non scalfisce Frau Merkel. Meteora o fenomeno sistemico?

L’esito deludente ed inaspettato del partito della Cancelliera Angela Merkel ed il marcato consenso della compagine populista dell’AFD hanno infiammato il dibattito politico negli ultimi giorni in ogni singolo paese europeo. Se gli oltranzisti euroscettici esultano per l’affermazione del partito di estrema destra, senza preoccuparsi delle possibili conseguenze, di contro un’ampia fetta del mondo socialdemocratico lancia allarmi alludendo persino alla Germania degli anni ‘30. Se si vuole realmente analizzare e comprendere i risultati elettorali che arrivano da Berlino, bisogna innanzitutto guardare a quanto avvenuto negli ultimi decenni, non solo dentro i confini tedeschi, ma in tutto il territorio europeo e solo allora si potrà avere un quadro oggettivo.

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In primo luogo è sicuramente inopportuno non considerare la Merkel l’unica vera vincitrice di questo turno elettorale. Certo la Cancelliera incassa il peggior risultato storico della CDU dal 1949, ma il mondo politico tedesco, e non solo quello, è enormemente cambiato negli ultimi anni e la crisi dei partiti tradizionalisti, che si ispirano alle ideologie novecentesche liberal conservatori e socialiste, non poteva non travolgere anche il paese più istituzionale d’Europa. Giusto per fare un confronto con altre nazioni a noi vicine, mentre “Frau Merkel” potrà vantare 16 anni ininterrotti di cancellierato, a Parigi e Londra, nel medesimo periodo, si sono alternati 4 capi di stato. Chirac, Sarkozy, Hollande e Macron all’Eliseo; Blair, Brown, Cameron e May a Downing Street. Impietoso è poi invece il confronto con l’Italia poiché nel medesimo lasso di tempo si son alternati a Palazzo Chigi D’Alema, Amato, Berlusconi, Prodi ancora Berlusconi, Monti, Letta, Renzi ed infine Gentiloni che, entro sei mesi circa, dovrebbe lasciare libero l’ufficio. Angela Merkel passerà alla storia come la figura di colei che, nel bene o nel male, è riuscita a mantenere diritto il timone dell’Europa; un’Europa che per motivi valoriali, geopolitici ed economici ha affrontato, e ancora sta affrontando, dalla sua nascita dopo il secondo conflitto mondiale, la più grande crisi di identità. Ha sconfitto autorevoli leader social democratici, ha fatto scelte coraggiose, come quella sul nucleare, in politica ambientale e scelte rischiose, come quella sull’immigrazione,di cui ha poi pagato un conto salato in termini elettorali. Ha tenuto testa alla Turchia di Erdogan e si è mostrata abile e autorevole sul piano politico dopo decenni di isolazionismo tedesco nella sfera delle relazioni internazionali.

In secondo luogo un vero ed unico perdente c’è ed è il partito socialdemocratico tedesco che riesce a battere, in negativo, una serie di record non di certo secondari; ottieneil minor numero di seggi di sempre al Bundestag e dimezza in dieci anni il numero di voti assoluti ottenuti dagli elettori tedeschi nonostante l’accordo siglato nei mesi scorsi che ha permesso di nominare a Capo della Repubblica Federale Tedesca l’ex titolare degli esteri, ilsocialdemocratico Steinmeier. Schulz certo non può non essere oggi sulbanco degli imputati visto che non è stato in grado di convincere lo storico elettorato
socialista di una sua possibile vittoria; non è mai apparso credibile e nonostante l’esperienza di primo piano in ambito europeo, non ha mai mostrato all’elettorato tedesco alcuna ricetta convincente per il rilancio dell’Europa ai molti cittadini delusi da questa istituzione. Eppure, indipendentemente dalle colpe dei singoli, al partito socialista è mancata una visione convincente su molteplici temi e le varie ricette proposte specie su immigrazione e sicurezza sono parse del tutto inappropriate.

Infine merita un’analisi approfondita il movimento Alternative furDeutschland che conquista alla Camera quasi 100 seggi diventando il terzo gruppo parlamentare al proprio debutto. La storia di questo movimento è breve, intensa e già molto travagliata. Rappresenta un gruppo eterogeneo di istanze confuse e spesso contraddittorie, madà voce e spazio al profondo malcontento che negli ultimi mesi ha colpito una parte determinante della popolazione tedesca. Attacca con forza l’immigrazione sempre più massiccia -specie quella di religione islamica-, accusa le istituzioni europee di aver perso di credibilità e fiducia e auspica un ritorno al passato in cui le politiche tedesche autarchiche le permisero di essere autosufficienti sotto ogni aspetto. Eppure nonostante l’entusiasmante affermazione alla prima uscita ufficiale, in occasione della conferenza stampa presso il parlamento, è arrivato il colpo di scena in cui una delle fondatrici, Frauke Petry, abbandona il partito in aperta polemica con la nuova leader Alice Weidel accusata di una politica troppo oltranzista e non realista. Un’accusa condivisibile poiché, come spesso accade, questi movimenti riescono a dialogare con semplicità con ogni elettore e colgono in pochi istanti i singoli malcontenti; di contro però le ricette che propongono sono contraddittorie, poco credibili e farcite di ideologie poco attinenti alla realtà. Sarà pertanto facile che questa forza alla lunga abbia un consenso in decrescita, ma se i partiti tradizionali e l’establishment che governa il paese da decenni, non farà altro che definire con disprezzo l’AFD come un fragile movimento “populista”, sarà allora che il partito della destra tedesca rimarrà protagonista della politica in Germania ancora per molto tempo.