Interessi strategici ed economici italiani nelle aree colpite dalla protesta
La primavera araba ha inevitabilmente colpito gli interessi energetici italiani in molti dei paesi appartenenti al Grande Medio Oriente; interessi che, a loro volta, in questa regione del mondo coincidono in grande misura con gli interessi strategici della principale società italiana di ricerca e produzione di idrocarburi: l’ Ente Nazionale Idrocarburi.
Quanto appena detto, tuttavia, necessita di una precisazione; tra tutte le società italiane operanti nel settore degli idrocarburi, l’ E.N.I. è certamente quella che è stata maggiormente toccata dalla primavera araba essenzialmente perché è presente in questi territori con attività che vanno dalla ricerca e produzione di idrocarburi alla ricerca ed estrazione di gas naturale o alla raffinazione del petrolio greggio fino a giungere ad imponenti opere di ingegneria e costruzione.
E’ chiaro che anche altre società italiane operanti nel settore degli idrocarburi hanno subito il contraccolpo generato dall’ esplosione della primavera araba: si pensi alla Saras S.p.A. (appartenente al Gruppo Moratti) che, prima della crisi libica, nello stabilimento sardo di Sarroch raffinava, per il 47% delle proprie importazioni, petrolio proveniente da Tripoli.
Il panorama delle aziende italiane operanti nel settore petrolifero, essenzialmente in quello della raffinazione, non è esaustivo se si considera la presenza di aziende quali: l’ Industria Piemontese Lavorazione Oli Minerali (I.P.L.O.M.), con sede nella provincia di Genova, l’ Anonima Petroli Italiana (A.P.I.), con sede nella provincia di Ancona, e la Alma Petroli S.p.A., con sede operativa a Ravenna.
Per le importazioni di olio greggio la scelta italiana è stata quella di trasportare le quantità necessarie a soddisfare il fabbisogno nazionale via mare; dai terminal portuali, poi, il greggio raggiunge i centri di raffinazione presenti sul territorio italiano o a mezzo di trasporto su ruote o tramite pipelines. In alcuni casi il minerale, estratto direttamente dal sottosuolo italiano, viene inviato presso i centri di raffinazione utilizzando veri e propri oleodotti: è il caso, ma l’ elencazione non ha carattere esaustivo, del Centro Oil Val d’ Agri, collegato agli impianti di raffinazione dell’ E.N.I. di Taranto a mezzo dell’ oleodotto Monte Alpi.
E’ il caso, ancora, del giacimento di Villafortuna a Trecate, in provincia di Novara, anch’ esso collegato agli impianti di raffinazione dell’ E.N.I., dislocati presso il comune di Sannazzaro dei Burgondi, in provincia di Pavia, a mezzo di oleodotto.
In materia di approvvigionamento di gas naturale i gasdotti che collegano l’ Italia al continente africano hanno un elevato valore strategico ma presentano, al contempo, un’elevata criticità: uno di questi, come vedremo, nel corso della primavera araba ha contribuito a mettere in crisi la disponibilità di risorse energetiche italiane.
I gasdotti che permettono all’ Italia di importare questa preziosa risorsa dal continente africano sono due; si tratta del Trans-Mediterranean pipeline (di qui in poi Transmed) che, nel tratto italiano, è anche noto come gasdotto Enrico Mattei ed il GreenStream. Il Transmed collega il giacimento di gas naturale di Hassi R’ Mel, situato in Algeria, alla città di El Haouaria, nella regione del Cap Bon tunisino; di qui il Transmed si inabissa per 155 chilometri nelle acque del Canale di Sicilia per poi riemergere a Mazara del Vallo. Il gasdotto percorre gran parte della Sicilia per poi inabissarsi, nuovamente, nelle acque dello Stretto di Messina; una volta in superficie percorre per ben 1055 chilometri l’Italia continentale giungendo, attraverso un prolungamento, in Slovenia. Il giacimento algerino di Hassi R’ Mel, posto nelle vicinanze dell’omonima cittadina, è attualmente il giacimento di gas naturale più esteso tra quelli scoperti; le sue dimensioni sono stimate in 70 chilometri lungo l’ asse da nord a sud ed in 50 chilometri lungo l’ asse da est ad ovest.
Tale giacimento, di origine triassica, alimenta una porzione di Mediterraneo provvedendo a rifornire il Marocco e la penisola iberica attraverso il gasdotto Pedro Duran Farell ed il Medgaz; come visto, inoltre, alimenta la Tunisia, l’ Italia e la Slovenia: queste ultime per il tramite del già citato gasdotto Enrico Mattei. Mentre il Transmed ha continuato a garantire l’ approvvigionamento italiano durante le proteste generate dalla primavera araba un’ importante contrazione nella fornitura di gas naturale è stata generata dall’ interruzione del flusso di gas naturale che transita attraverso l’ altro gasdotto africano, il GreenStream; tale gasdotto collega la Libia all’ Italia attraverso condotte subacquee poste sotto il Canale di Sicilia, precisamente tra la città libica di Mellitah e quella italiana di Gela. La realizzazione del gasdotto è stata curata dall’ italiana Saipem e dalla National Oil Corporation libica; la sua capacità è attualmente fissata in 11 miliardi di metri cubi di gas naturale per anno, incrementabili fino ad un massimo di 24 miliardi. A seguito della guerra civile libica, il 22 febbraio 2011 l’ E.N.I. era costretto a chiudere il gasdotto mettendo in sicurezza l’ intero impianto; in una nota del giorno precedente, infatti, l’ E.N.I. informava che “…in relazione allo stato delle attività in Libia… è in corso sia il rimpatrio dei famigliari dei propri dipendenti, sia dei dipendenti non strettamente operativi”.
Nonostante non avesse subito danni di rilievo alle proprie strutture, il prioritario rimpatrio del personale italiano impiegato presso l’ impianto ed evidenti motivi di sicurezza resero necessaria tale decisione; l’ iniziale indecisione del governo italiano riguardo l’ intervento nella crisi libica, infatti, aveva scatenato le proteste di numerosi villaggi presenti lungo i territori attraversati dal GreenStream e diversi esponenti di movimenti locali avevano minacciato, attraverso i media, di interrompere forzatamente l’ erogazione di gas naturale attraverso il GreenStream.
Nonostante le rassicurazioni del governo italiano circa le remote possibilità di una crisi energetica, è doveroso considerare che nel solo 2010 l’ E.N.I. aveva provveduto ad importare per il tramite del GreenStream 9 miliardi di metri cubi di gas destinato all’ Italia (circa il 12% del fabbisogno italiano nell’ anno); ulteriori 1,5 miliardi di metri cubi di gas naturale erano stati rivenduti alla Libia per la produzione di energia elettrica ed, ancora, 280 milioni di metri cubi di gas naturale erano stati forniti alla stazione di compressione necessaria a spingere il gas naturale nelle condotte del gasdotto.
Lo squilibrio causato dalla chiusura del GreenStream è stato compensato, tuttavia, da diversi fattori; in primo luogo, dalla presenza di riserve nazionali in grado di consentire, in caso di interruzione degli approvvigionamenti di gas naturale, un’ autonomia stimata in cinque mesi. In secondo luogo dal fatto che la crisi libica ha mostrato i suoi effetti più drammatici tra la primavera e l’estate del 2011, ovvero in un periodo dell’anno in cui le richieste di gas diminuiscono progressivamente; in terzo luogo, infine, dalla decisione di rimodulare le quantità di gas naturale importato in Italia per il tramite dei gasdotti “europei”, ovvero:
- il TENP che, con una capacità di 44 milioni di metri cubi di gas naturale al giorno, veicola gas naturale proveniente dall’ Olanda verso l’ Italia;
- il Transitgas, che convoglia gas olandese e norvegese attraverso la Svizzera e da qui, precisamente dalla località di Passo Gries, si innesta nella rete italiana della Snam Rete Gas. Tale gasdotto ha una capacità di 60 milioni di metri cubi di gas naturale al giorno;
- il TAG (Trans Austria Gasleitung) che veicola gas proveniente dalla Russia fino a Tarvisio, punto di ingresso di tale gasdotto nella rete nazionale; ha una capacità di circa 100 milioni di metri cubi di gas naturale al giorno.