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Bollettino mensile di approfondimento geopolitico - Questo numero, a cura di Andrea Carteny (Ricercatore confermato in Storia dell'Europa orientale - "Sapienza" Università di Roma), analizza il tema dell'unità europea alla luce della persistente crisi economica. 

 

Le nuove sfide che attendono il Paese
di Gabriella Tesoro
Veduta di Sarajevo BOSNIA-ERZEGOVINA - Nel dicembre del 1995 gli accordi di Dayton misero fine alla guerra civile che per più di tre anni aveva devastato la Bosnia-Erzegovina e aveva provocato tra le 200 e le 250 mila vittime, 50 mila torture, 20 mila stupri e 2 milioni e 200 mila profughi, circa la metà della popolazione prebellica del Paese. Gli accordi di pace, condotti dal mediatore statunitense Richard Holbrooke, sancirono la divisione della Bosnia-Erzegovina in due entità: la Federazione croato-musulmana a cui spetta il 51% del territorio e la Repubblica Srpska a cui va il restante 49% del Paese. La stampa di mezzo mondo definì la spartizione “un mostro istituzionale” e “un divorzio all’americana” che avrebbe potuto “far inorridire i puristi del diritto internazionale” poiché, tra le tante incongruenze, riconosceva due sistemi politici all’interno di un unico Stato. A quasi 16 anni di distanza dalla firma degli accordi di Dayton, pare più che opportuno fare un bilancio su cosa abbiano provocato i negoziati di pace e quale sia oggi la situazione in Bosnia-Erzegovina tra crisi economiche, modelli politici farraginosi e caotici e tentativi di integrazione nell’Unione Europea.

I contingenti di pace
In base all’allegato 1-A degli accordi di Dayton e in seguito alla risoluzione dell’Onu 1031, venne inviato in Bosnia-Erzegovina un contingente militare, composto da 60 mila uomini e posto sotto il comando della Nato. Tale forza militare, denominata Ifor (Implementation Force) rimase nel Paese dal 20 dicembre 1995 al 20 dicembre 1996 e aveva principalmente il compito di monitorare l’attuazione degli accordi di pace.
Terminato il mandato dell’Ifor, con la risoluzione 1088 dell’Onu, venne istituito lo Sfor (Stabilisation Force), un contingente militare composto da 32 mila uomini. Posto anch’esso sotto il comando Nato, lo Sfor aveva il compito di garantire un ambiente sicuro e protetto, presidiare le aree critiche, misurare i progressi compiuti dalla Bosnia-Erzegovina, continuare a formare e addestrare le forze armate del Paese, contrastare i gruppi anti-Dayton, garantire il ritorno nelle proprie case degli sfollati e dei rifugiati e sostenere le forze dell’ordine nella formazione di uno Stato di diritto. L’intervento venne diviso in due parti: la prima, chiamata Operazione Joint Guard, operò dal 21 dicembre 1996 al 19 giugno 1998; la seconda, chiamata Operazione Joint Force, operò dal 20 giugno 1998 al 2 dicembre 2004.

Dal 2004 in Bosnia-Erzegovina è attivo il contingente Eufor Althea, composto attualmente da 1600 uomini provenienti da 26 nazioni delle quali ben 21 fanno parte dell’Unione Europea. Il compito principale dei militari consiste nel continuare le operazioni di stabilizzazione della regione e di creazione di uno Stato efficiente e funzionante.

Quest’ultima operazione di pace è posta sotto il comando dell’Ue e rappresenta una chiara intenzione del Vecchio Continente di prendere in mano le redini del Paese balcanico. Difatti durante il conflitto dei primi anni ’90, la neonata Unione Europea si trovò per lo più impreparata nel gestire la terrificante situazione creatasi al di là dell’Adriatico. Dopo tre anni di incertezze, incomprensioni e difficoltà a mettere da parte la propria linea nazionale per seguire una politica comune e coerente, gli europei dovettero cedere la risoluzione della guerra bosniaca agli Stati Uniti, desiderosi, tra l’altro, di assumere il ruolo da protagonisti nelle relazioni internazionali d’Europa. Dal 2004 l’Unione Europea, più matura e consapevole, ha deciso di mandare essa stessa delle truppe di pace in Bosnia-Erzegovina.

Nelle prime fasi, l’operazione contava circa 6 mila uomini, ma il numero si è costantemente ridotto grazie al generale miglioramento del livello di sicurezza e grazie alla capacità delle autorità locali di mantenere un determinato livello di pace e stabilità. In base a queste considerazioni, il 21 dicembre 2010, con il rientro in patria dell’ultimo contingente militare, è terminata la partecipazione dell’Italia alla missione.
È l’inizio di una Bosnia-Erzegovina autonoma e capace di garantire da sola il rispetto della pace? Niente affatto, perché il Consiglio di Sicurezza dell’Onu con la risoluzione 1948 del 18 novembre 2010 ha prolungato di un ulteriore anno il mandato di Eufor Althea. Ammesso e non concesso che nel novembre 2011 la missione militare in Bosnia-Erzegovina si potrà veramente definire conclusa, il prolungamento della missione, connesso alla costante riduzione dei soldati stanziati nel Paese, dimostra che la comunità internazionale si fida sì dei politici e dei militari locali, ma non ciecamente: meglio se rimangono le truppe Ue.

La situazione economica della Bosnia-Erzegovina
Nonostante siano orami passati quasi 16 anni dalla fine della guerra, la Bosnia-Erzegovina deve ancora trovare la giusta strada da intraprendere per riattivare efficacemente la propria economia. La situazione finanziaria del Paese è migliorata sotto molti di punti di vista, ma sotto molti altri aspetti le prospettive restano assai poco incoraggianti.

Le sfide che la Bosnia-Erzegovina sta affrontando sono principalmente quattro: l’accelerazione dell’integrazione nell’Ue, il rafforzamento del sistema fiscale, la riforma della pubblica amministrazione e lo sviluppo un’economia dinamica e competitiva.
Andiamo più nel dettaglio. Dai più di 8,048 miliardi di dollari del 2009, il debito estero è diminuito a 7,996 miliardi nel 2010. Non è molto, certo, ma quantomeno è un passo in avanti. Una delle maggiori battaglie che il Paese ha dovuto affrontare nel 2010 è stata quella di ridurre la spesa delle retribuzioni e delle prestazioni del settore pubblico per soddisfare i criteri imposti dal Fondo Monetario Internazionale. Il marco convertibile, la valuta nazionale introdotta nel 1998, è ancorato all’euro ed è in aumento la fiducia nella moneta e, in generale, in tutto il settore bancario. I principali partner commerciali della Bosnia-Erzegovina rimangono la Croazia, la Slovenia, l’Italia e la Germania.

A tutti questi piccoli segni positivi segue una serie di dati, per certi versi, drammatici. Primo su tutti il tasso di disoccupazione: 43,1%. Se è pur vero che il numero dei disoccupati nel 2009 arrivava persino al 44,2% della popolazione, la Bosnia-Erzegovina è 188esima nella classifica mondiale (formata da 200 nazioni) per quanto riguarda il tasso di occupazione. Peggio del Paese balcanico hanno fatto, nel 2010, solo per citarne alcuni, Kosovo, Nepal, Senegal, Burkina Faso, Liberia e Zimbabwe.
Le brutte notizie non finiscono qui. In base ai dati fermi al 2007, il 18,6% della popolazione bosniaca vive sotto la soglia di povertà e, data la crisi economica globale del 2008-2009, non è difficile immaginare che il dato sia salito ulteriormente. Il debito pubblico è aumentato dal 35% del Pil nel 2009 al 39% nel 2010 e il Pil pro capite, diminuito del 3% dal 2009 al 2010, è pari a 6.600 dollari l’anno, uno dei più bassi d’Europa.
Il settore privato della Bosnia è in crescita, ma gli investimenti stranieri sono bruscamente diminuiti dal 2007. La privatizzazione delle imprese statali è lenta, in particolare nella Federazione, dove la divisione politica tra i partiti a base etnica rende il raggiungimento di un accordo economico estremamente complicato. Rimangono alti i tassi di corruzione, mercato nero ed evasione fiscale.

In questo panorama non proprio confortante emerge un dato, per certi versi, sbalorditivo. In base ai dati raccolti dalla Cia, la Bosnia-Erzegovina infatti destina circa il 4,5% del Pil alle spese militari, più di quanto non facciano rispettivamente Cina, Stati Uniti, Russia, Australia, Corea del Sud, Francia, Iran, India, Gran Bretagna e Italia. Perché i bosniaci preferiscono investire queste cifre stratosferiche nella difesa piuttosto che nelle opere pubbliche o, ancora meglio, per combattere l’altissimo tasso di disoccupazione? La Bosnia-Erzegovina teme una nuova guerra, ha paura di farsi trovare impreparata di fronte allo scoppio di un conflitto. La Bosnia-Erzegovina, stavolta, vuole imparare a difendersi da sola.

La situazione politica della Bosnia-Erzegovina
Tra le cause della preoccupante situazione economica figurano la classe politica e soprattutto il modello politico vigente nel Paese.  Ufficialmente la Bosnia-Erzegovina è una Repubblica federale formata da due entità: la Federazione croato-musulmana, abitata per lo più da croati e bosgnacchi (i musulmani bosniaci) con capitale Sarajevo; e la Repubblica Srpska, abitata in maggioranza da serbo bosniaci e avente come capitale Banja Luka.

Il fatto di avere una nazione unita, ma allo stesso tempo divisa in due territori fa sì che la Bosnia-Erzegovina abbia un gigantesco apparato burocratico: tre Presidenti, tre Premier, una legione di ministri e sottosegretari, due eserciti, due alfabeti e tre religioni ufficiali per una popolazione che non raggiunge nemmeno i quattro milioni di abitanti. I tre membri della presidenza devono rigidamente appartenere a una delle tre maggiori etnie della popolazione (devono quindi essere un musulmano, un serbo e un croato), vengono eletti con voto popolare per un mandato di quattro anni e guidano il Paese a turno, rotando ogni otto mesi.

Analizzando i sistemi politici interni della Federazione e della Repubblica Srpska emerge una grandissima, ma sostanziale differenza: la Repubblica Srpska è un’entità tutto sommato unita, con la maggior parte della popolazione appartenente all’etnia serba e senza grandi divisioni al suo interno; la stessa cosa non si più dire della Federazione croato-musulmana, dove bosgnacchi e croati hanno ancora oggi difficoltà a trovare un punto di vista comune, a prendere insieme rilevanti decisioni, ma soprattutto a condividere il potere politico. Questa profonda divisione tra i bosgnacchi e i croati è emersa clamorosamente durante le ultime elezioni del 3 ottobre, quando ci sono voluti oltre sette mesi per formare il governo della Federazione. Il perno della nuova piattaforma governativa è l’Sdp (Partito social-democratico), unico partito di massa che non identifica il suo elettorato in una prospettiva etnica, ma in una prospettiva esclusivamente politica per fare scelte a vantaggio di tutta la popolazione. Intorno ad esso ruotano l’Sda (Partito dell’azione democratica), il partito nazionalista bosgnacco al capo del quale c’è Bakir Izetbegović, figlio di Alija, il defunto presidente considerato il padre della patria; e due partiti croati, il Partito per il miglioramento e il Partito croato del diritto. Le perplessità tuttavia permangono in quanto l’Sdp è un partito che nasce e ancora oggi si riconduce alla Lega dei comunisti bosniaci, mentre il Partito croato di diritto ha un background di estrema destra. Come riusciranno queste due forze politiche, fatalmente differenti, a trovare un punto d’incontro ancora non è chiaro, rimane il fatto che anche il partito che maggiormente intende rimanere estraneo alla spartizione delle poltrone su basi etniche è, alla fine, costretto a scendere a patti con i partiti nazionalisti.

Sebbene l’Sdp faccia appelli a tutti i cittadini della Federazione croato-musulmana e non a uno specifico gruppo etnico, la maggioranza dei suoi elettori è costituita da quei bosgnacchi scontenti dei propri partiti nazionalisti. Caso ha voluto che alle presidenziali del tre ottobre venisse rieletto, all’interno della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina, &1;eljko Komšić, un croato di Sarajevo membro dell’Sdp. Essendo la presidenza del Paese rigidamente divisa su base etnica, i bosgnacchi più nazionalisti hanno votato Bakir Izetbegović come proprio rappresentante, i serbi hanno confermato Nebojša Radmanović, mentre Komšić, rappresentante croato, è stato eletto per lo più con i voti dei bosgnacchi non nazionalisti. Grida di scontento si sono alzate dai partiti nazionalisti croati, i quali si sono lamentati che alla presidenza del Paese non ci fosse nessuno che rappresentasse e difendesse i diritti dei croati di Bosnia.

Insomma, nulla di nuovo. Le ultime elezioni sono state per lo più sotto l’insegna del “tutto cambi affinché tutto rimanga com’è” e il farraginoso, caotico e, per certi versi, inquietante voto su base etnica continua ad avere la meglio e a creare più problemi che soluzioni. Sembra infatti che la popolazione bosniaco-erzegovese sia ancora oggi alle prese con il “dilemma del prigioniero”: votare per il leader nazionalista della propria comunità etnica per rispondere alla minaccia dei partiti nazionalisti delle altre etnie.

Il pericolo Dodik
Alle elezioni del tre ottobre, Milorad Dodik, dal 2006 Premier della Repubblica Srpska, è stato eletto Presidente dell’entità serba. Subito dopo la vincita, Dodik ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di accettare soluzioni che conducano a una Bosnia-Erzegovina unita e ha precisato: “Non è possibile costruire una Bosnia che abbia una sola voce, e che questa voce sia solo quella di Sarajevo. La Bosnia è un Paese diviso in maniera irreversibile e la comunità internazionale capirà che cercano di unire e associare quello che non è associabile”.
Nazionalista serbo, Dodik venne eletto Premier nel 2006 grazie a una discutibile campagna elettorale in cui lo slogan principale era “Repubblica Srpska, la parte migliore della Bosnia-Erzegovina”. Nel febbraio del 2009 venne accusato di abuso di potere e malversazione delle casse dello Stato e nel settembre dello stesso anno venne denunciato per istigazione al nazionalismo, all’odio razziale e religioso, discordia, intolleranza e mobbing. Infine, non sono poche le volte in cui ha pronunciato la parola “guerra” in un Paese che ha ancora fresca la memoria del terribile conflitto ed è terrorizzato dal ritorno delle ostilità.

Dodik non è solo un pericolo per l’integrità della Bosnia-Erzegovina, ma rappresenta una spina nel fianco anche per l’intera comunità internazionale. Il 14 aprile di quest’anno il Parlamento della Repubblica Srpska, con 66 voti a favore su un totale di 83 deputati, ha deciso di indire un referendum sulla legittimità di alcune leggi imposte dall’Alto Rappresentante (Ohr), la figura che, in base all’Allegato 10 dei negoziati di Dayton, ha il compito di coordinare e agevolare gli aspetti civili degli accordi di pace. Il referendum, che si sarebbe dovuto svolgere a giugno, avrebbe riguardato il riconoscimento o meno dell’autorità dei due soli organi giudiziari centrali del Paese: la Corte e la Procura di Stato, creati nel 2002 proprio dall’Ohr. L’austriaco Valentin Inzko, l’attuale Alto Rappresentante, ha dichiarato che l’iniziativa del parlamento serbo “va contro una parte essenziale degli accordi di pace di Dayton” ed è pertanto giudicata estremamente “irresponsabile” sopratutto perché il rafforzamento del potere centrale, a scapito di quello delle entità etniche, è una chiave cruciale per l’integrazione euro atlantica. Il leader serbo continua, tuttavia, a perorare la sua causa e replica alle critiche e agli appelli della comunità internazionale chiedendosi “come mai tutti in Europa hanno diritto a organizzare un referendum e noi no?” e ribadendo di non voler “vivere in un Paese dove uno straniero che non è stato eletto (dai cittadini) possa imporre delle leggi”.

Puntuale però è arrivato il dietrofront. Dopo che il capo della diplomazia dell’Unione Europea, Catherine Ashton, si era recata a Banja Luka per convincere Dodik ad annullare il referendum, il leader serbo ha dichiarato che “per il momento” il referendum non è “necessario”. La diplomatica europea ha infatti assicurato una riforma della giustizia centrale bosniaca e ha garantito che saranno prese in considerazione le rivendicazioni delle autorità serbe che accusano la Corte penale federale bosniaca di perseguitare solo i crimini di guerra commessi dai serbo bosniaci durante la guerra civile.

Non è la prima volta che Dodik dichiara, normalmente nei momenti di maggiore tensione politica, di mettere in atto referendum dalla dubbiosa validità che creano scompiglio nel delicato mondo politico bosniaco. Già in parecchie altre occasioni aveva minacciato di indire un referendum per la secessione dalla Bosnia-Erzegovina, ma anche allora, tutto si concluse con un aspri dibattiti e un nulla di fatto.

La vicenda del referendum sulla giustizia ha inoltre inasprito ancora di più i rapporti tra Dodik e l’Ufficio dell’Alto Rappresentante. Già durante i colloqui di Butmir, organizzati dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea nell’ottobre del 2009 per cercare di rivedere e correggere gli accordi di Dayton, Valentin Inzko attaccò apertamente Dodik per le sue “affermazioni piene di provocazioni sui crimini di guerra, sui giudici internazionali e sulla presunta illegalità della Bosnia perché parla di referendum sulla secessione e descrive le mie decisioni come illegittime, anticostituzionali e criminali”. Al contrario del suo predecessore, lo slovacco Miroslav Lajcak, che aveva abbandonato la carica di Alto Rappresentante definendo le istituzioni della Bosnia come un “cavallo morto” e aggiungendo di non avere alcuna intenzione di continuare a fare “il fantino di questo cavallo”, Inzko continua la sua lotta contro chiunque dimostri insofferenza nei confronti delle decisioni della comunità internazionale. Inzko mandò un rapporto al Segretario Generale dell’Onu in cui riteneva la Repubblica Srpska responsabile dell’attuale situazione perché “attacca in continuazione gli organi dello Stato, boicotta le autorità e le leggi, sfida l’autorità dell’Alto Rappresentante e insiste sulla retorica nazionalista e anti-Dayton”.
Dall’altra parte la Repubblica Srpska bollò l’Ufficio dell’Alto Rappresentante come un “ostacolo per lo sviluppo della democrazia in BiH e per la società civile” nonché un organismo “che impedisce l’ingresso della BiH nell’Unione Europea”.

Milorad Dodik rappresenta senz’altro una bomba a orologeria per la Bosnia-Erzegovina, ma continua ad essere votato dalla popolazione serba, a palese conferma dell’instabilità e delle divisioni che regnano in questo Paese. Tra dichiarazioni minacciose, referendum dell’ultimo minuto e attacchi nei confronti dell’Alto Rappresentante e della comunità internazionale emerge una grande incongruenza nella figura di quest’uomo e in generale di tutta la Bosnia-Erzegovina: la voglia di entrare nell’Unione Europea, ma allo stesso tempo il desiderio di dividere il Paese in due Stati distinti. Peccato che uno dei requisiti fondamentali per entrare nel club dei 27 sia proprio l’unità della Bosnia-Erzegovina.

L’integrazione nell’Unione Europea
Con lo status di “potenziale candidata”, la Bosnia-Erzegovina rimane, assieme ad Albania e Kosovo, il fanalino di coda tra gli Stati balcanici nel processo di integrazione euro atlantica.

Da Bruxelles arrivano però buoni segnali. Dal 15 dicembre 2010 i cittadini bosniaco-erzegovesi muniti di passaporto biometrico (un chip contenete i dati del titolare, le impronte digitali e la firma digitale che impedisce, in caso di furto o smarrimento, qualunque modifica non autorizzata) di viaggiare nei Paesi dell’area Schengen senza dover esibire alcun visto. Il via libera è arrivato l’8 novembre grazie alla decisione del Consiglio “Giustizia e Affari interni” (Gai) che aveva ricevuto, lo scorso 7 settembre, la conferma della Commissione sul raggiungimento dei criteri richiesti: rafforzamento dei controlli sui confini, efficacia della lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione, consolidamento delle relazioni estere e tutela delle libertà fondamentali.
Tuttavia, la decisione è stata presa tra molti dubbi e incertezze. Capofila delle obiezioni è stata la Francia che ha espresso forti perplessità sui rilevamenti effettuati dalla Commissione nel corso dei monitoraggi. L’Esi (European Stability Initiative) ha risposto che le verifiche della Commissione si sono basate su criteri specifici, frutto di 30 missioni effettuate in Bosnia-Erzegovina nel giro di due anni e ha ribadito che il monitoraggio si è svolto in modo corretto e completo. Insomma la Francia non crede che il Paese balcanico possa aver soddisfatto i requisiti richiesti.

Un altro ostacolo è arrivato da Olanda, Danimarca, Germania e Slovacchia, preoccupate dell’impennata di richieste d’asilo nei Paesi dell’Ue in seguito all’abolizione dei visti per Montenegro, Macedonia e Serbia nel gennaio del 2009. Il numero di richieste è diventato talmente alto che Bruxelles ha dovuto richiamare Belgrado e Skopje nel controllo dei flussi.

Per far sì che la liberalizzazione dei visti in Bosnia-Erzegovina non crei gli stessi problemi, il provvedimento è stato accompagnato da una clausola che prevede “la possibilità di sospendere” la libera circolazione “in caso di problemi”, facendo così pendere sulla testa dei bosniaci una sorta di spada di Damocle. Sarajevo è subito corsa ai ripari lanciando campagne pubbliche al fine di informare i cittadini sul nuovo regime del visto e per dissuaderli dal perseguire scopi incompatibili con il sistema. La Commissione, dal canto suo, ha informato che la maggior parte delle richieste d’asilo provenienti dai Balcani occidentali erano dovute alla manipolazione e alla diffusione di false informazioni date da reti implicate nel contrabbando.

Quali sono quindi gli ulteriori requisiti che la Bosnia-Erzegovina deve soddisfare affinché la sua candidatura nell’Unione Europea possa essere presa in considerazione? Essi sono principalmente due. In primo luogo, il governo deve modificare la legge sugli aiuti di Stato; in secondo luogo deve rispettare la sentenza del 22 dicembre 2009 della Corte Europea per i Diritti Umani sul caso “Sejdi e Finci contro la Bosnia-Erzegovina”, in base alla quale la costituzione bosniaca viola i diritti delle minoranze e va pertanto modificata. Jakob Finci e Dervo Sejdić, rispettivamente rappresentanti della comunità ebraica e rom bosniaca, si erano rivolti alla Corte di Strasburgo per contestare la costituzione, stabilita dagli accordi di Dayton, secondo cui possono candidarsi alle elezioni solo serbi, bosgnacchi e croati. Su Bruxelles è arrivata una doccia fredda. Se è vero che le tre etnie costituiscono la maggioranza della popolazione, è anche vero che la Bosnia-Erzegovina è storicamente abitata da numerosissime minoranze. L’Europa ha scoperto dunque che la Bosnia-Erzegovina non è un Paese fondato sull’uguaglianza dei suoi cittadini e ha bacchettato il governo centrale di Sarajevo consigliandogli vivamente di cambiare l’allegato 4 degli accordi di Dayton, quello riguardante la costituzione. Una modifica che però non sembra essere facile e che potrebbe richiedere molto tempo. Nel frattempo la Bosnia-Erzegovina rimane in stand-by.

Conclusioni
Nonostante il piano internazionale di ricostruzione, costato 4,8 miliardi di euro, oggi la Bosnia-Erzegovina rimane un paese nel caos: l’economia arranca, le divisioni etniche rimangono evidenti, non sembra affatto imminente la chiusura dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante e manca una vera e propria volontà politica nel voler camminare con le proprie gambe senza l’aiuto dei delegati e dell’esercito Ue.
Già subito dopo la firma degli accordi di Dayton si creò un vespaio di polemiche che rimproveravano ai negoziati di aver creato “un’elefantiaca macchina burocratica” nata “dalla creativa verve di Richard Holbrooke”. La principale ambiguità degli accordi di pace consiste nel controverso rapporto tra lo Stato centrale della Bosnia-Erzegovina e le due entità che lo costituiscono. Difatti il governo centrale è troppo debole, mentre le entità godono di un potere politico estremamente forte. Di fronte a questa ingarbugliata situazione non sono ancora chiare quali siano le rispettive responsabilità dei tre organismi. Il farraginoso meccanismo decisionale ancora oggi non permette di prendere decisioni efficaci e permane il rischio di una spartizione del Paese in due o anche tre parti.

Se prima della guerra i bosgnacchi erano per lo più musulmani moderati, ora molti sono spinti ad abbracciare l’Islam politico e, a differenza di 16 anni fa, oggi capita spesso di vedere per le strade donne con il capo coperto. In questo momento operano in Bosnia-Erzegovina una quantità imprecisata di cellule jihadiste e rimane il pesante sospetto che le bombe scoppiate nelle stazioni di Madrid nel marzo 2004 fossero state fabbricate in Bosnia e gli attentatori addestrati nel Paese balcanico.
Nel frattempo, i serbo-bosniaci continuano ad essere trattati da colpevoli e le nuove generazioni hanno accumulato un forte risentimento: “Io non sono stata a Srebrenica e non ho ucciso nessuno” ha affermato una giovane ragazza di Banja Luka “Non sono stata io a scavare le fosse comuni. Perché tutto il popolo serbo dovrebbe farsi carico di questa infamia?”.

Infine, come ha dichiarato la Corte di Strasburgo in seguito al ricorso di Jakob Finci e Dervo Sejdić, in Bosnia-Erzegovina continua a rimanere in vita l’etnopoli partorita a Dayton, cioè quel modello politico secondo cui i diritti dei cittadini discendono direttamente dalla loro appartenenza etnica. Questo fa sì che la forma-Stato in vigore nel Paese sia una delle più arcaiche d’Europa.

Lo scrittore croato di origine ebraica Slavko Goldstein ha affermato: “Ci vogliono sei mesi per rifare una costituzione e sei anni per rifondare l’economia, ma ce ne vogliono sessanta per rifare la democrazia”. Toccherà alla Bosnia-Erzegovina dimostrare di poter creare un Paese democratico in meno di sessant’anni. I bosniaci lo vogliono, la comunità internazionale anche. Sta alla classe politica mettere da parte gli interessi personali e i nazionalismi esacerbanti. Traghettare la Bosnia-Erzegovina verso l’Unione Europea e rendere il suo apparato statale efficiente e funzionale non è un obiettivo facile, certo, ma neanche impossibile.





27.5.2011


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