Bollettino mensile di approfondimento geopolitico - Questo numero, a cura di Andrea Carteny (Ricercatore confermato in Storia dell'Europa orientale - "Sapienza" Università di Roma), analizza il tema dell'unità europea alla luce della persistente crisi economica.
Crisi dello Stato-nazione e regionalismo
di Alessio Stilo
Lo Stato nazionale europeo, nel corso della sua lunga e travagliata formazione che possiamo definire pentasecolare, ha costituito una svolta dell’Occidente e ha segnato in profondità il ciclo storico della modernità politica. Il recente dibattito sul processo di globalizzazione in atto ha fatto emergere come la reazione al globalismo abbia condotto ad una riscoperta del locale, tanto da spingere i sociologi a coniare il termine glocalizzazione, inteso come paradigma del rapporto dialetticamente bipolare tra global e local.
Il discettare sull’odierna crisi dello Stato-nazione non può, dunque, prescindere dalle conseguenze prodotte dai su menzionati fenomeni, globalismo e localismo, i quali hanno lentamente eroso due dei tre elementi weberiani costitutivi dello Stato (popolo, governo, territorio): il cittadino è spesso divenuto un semplice consumatore e la sovranità viene quotidianamente intaccata dalle dinamiche economiche della globalizzazione (a suffragare quanto detto, una ricerca condotta negli Stati Uniti documenta che tra i cento organismi più influenti a livello mondiale, 49 sono Stati e 51 multinazionali); a ciò vanno sommati il crescente potere delle organizzazioni sovranazionali e le spinte tendenti al regionalismo.
Il decremento dell’influenza dello Stato-nazione va relazionata ai precedenti capisaldi della concezione statuale, ed in particolare alle prerogative concernenti l’economia. Il capitale finanziario sfugge progressivamente al controllo del fisco, il mondo del lavoro e il valore della moneta sono determinati da fattori economici internazionali e i possibili rimedi per la correzione di queste “distorsioni” vengono affidati agli organismi sovranazionali che potrebbero, teoricamente, esercitare un maggior controllo sui mercati. Si sommi lo squilibrio socio/economico tra aree sviluppate e sottosviluppate, cui i Paesi industrializzati hanno tentato di rimediare attraverso lo strumento della cooperazione allo sviluppo.
La deregulation e il tramonto del welfare state hanno completato l’opera di affievolimento del potere centrale, tanto che le recentissime quanto perentorie tendenze regionalistiche – basti pensare alla Lega Nord in Italia o all’affermazione degli autonomisti fiamminghi, che hanno ottenuto il 18% dei suffragi in Belgio – fanno temere un’Europa con forti spinte centrifughe all’interno dei singoli Stati.
I numerosi casi di conflittualità intra-statuale, dovuta a motivi disparati, non vanno necessariamente accostati al declino del modello nazionale in quanto i contrasti esistenti promanano da ragioni storiche antecedenti la nascita stessa degli Stati nazionali in questione. Nel caso dei Balcani, tanto per citare l’esempio più lampante, le potenziali “faglie” – per usare un termine caro a Samuel Huntington – di destabilizzazione cagionate dalla difformità etnica e religiosa hanno contribuito alla frammentazione microstatuale, e ciò come prodotto dello smembramento delle precedenti entità politiche aventi una struttura multietnica e multiculturale (Urss, Jugoslavia). L’indipendenza de facto della Transnistria è ascrivibile alla chiave di lettura precedente.
Il separatismo basco, traendo origine da una distorsione ontologica della presunta uniformità delle province basche – questione da sempre dibattuta, sulla quale sono sorte contrapposizioni che da politiche e ideologiche sono divenute sociali e culturali – è assimilabile ad un sentimento identitario poggiante in gran parte sulla lingua basca, un idioma dalle sconosciute radici etimologiche ed apparentemente estraneo alla matrice indoeuropea. Sintomi dolorosi dell’incapacità dello Stato-nazione di garantire la pacifica convivenza sono inoltre i fatti dell’Alto Adige – o Sud Tirolo, a seconda dei punti di vista -, la guerra cipriota, il sangue versato in Irlanda, la Corsica, i movimenti definiti “regionalisti” della Savoia e della Bretagna.
In talune circostanze, dal punto di vista culturale, la crisi e la polverizzazione delle identità macronazionali hanno minato alla base la legittimità dello Stato centrale, delle sue procedure di governo nonché di determinazione dell’indirizzo politico. E’ così venuta meno la lealtà – il vincolo di subordinazione – dei cittadini che si riconoscono sempre meno nell’edificio statuale e lo sostengono con sempre minore entusiasmo e convinzione.
Dalla recessione dei tre elementi fondativi dello Stato, oggigiorno, resta immune solo il Territorio, rilanciato dalla globalizzazione come luogo privilegiato della socialità politica. Con l’asserito tramonto delle ideologie e con l’altrettanto crepuscolare fase degli enti di socializzazione primaria e secondaria (chiese, partiti, sindacati), l’emergere dei territori risulta un elemento identitario – in termini di cultura politica – molto forte, in primis dinnanzi alla crisi della democrazia delegata. I territori – e dunque le comunità (storiche, religiose, linguistiche, sociali, di interessi economici e produttivi organizzati) – rappresentano ormai le dimensioni naturali dell’appartenenza.
Del resto, se lo Stato nazionale aveva fondato la sua autorevolezza sulla convivenza delle differenze, la crisi dello Stato non può che comportare la riemersione delle difformità territoriali e identitarie latu sensu.
Quando il liberale Ralf Dahrendorf dissertava sull’Europa ai suoi studenti di Oxford, li metteva in guardia dal rischio di sostituire all’asfissiante centralità dello Stato quella, potenzialmente ancora più rigida, di un organismo sovranazionale capace di riprodurre, dilatandole, le incrinature tra il Paese legale e quello reale. Questa visione lo portò a battersi per introdurre nelle grundnorm dell’Unione Europea il concetto si “sussidiarietà” (orizzontale e verticale), ovverosia un principio che esaltasse il ruolo di selfgovernment e di autopropulsione dell’economia a livello non solo nazionale ma anche regionale. In sostanza, il filosofo amburghese auspicava una filosofia europea che, affrontando in prima battuta e con migliori strumenti di conoscenza tutte le domande che partono dalla base territoriale, delega al “centro” la gestione dei settori strategici, quali difesa, politica estera, politica energetica, stabilità del cambio e così via.
Una forma di decentramento alla ribalta in queste settimane è quella recuperata dal neopremier Cameron in Inghilterra, imperniata sul “conservatorismo civico comunitario” a sua volta discendente della tradizione localistica della cultura politica dei Tories. Il modello si fonda sul concetto di civicness, “quell’insieme di virtù civiche sulle quali si reggono le comunità territoriali”.
Sebbene Francis Fukuyama, dopo aver vaticinato la “fine della storia” ed essersi ricreduto, abbia associato gli Stati deboli a quelli cosiddetti del Terzo Mondo, la crisi dello Stato-nazione intacca anche i più “avanzati” – stando alla dialettica di Fukuyama – sistemi statuali, imponendo un serio dibattito circa gli imprevedibili scenari che plausibili sobillamenti dell’ordine internazionale potrebbero generare.
Nell’ottica di una fase multipolare, spetta all’Europa decretare il suo collasso prematuro o la risorgenza sotto l’insegna di una nuova prospettiva comunitaria, sovranista e scevra da soluzioni tecnocratiche.
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