Il massiccio intervento etiope del 2007 è servito a soppiantare l’Unione delle Corti Islamiche. Il gruppo è apparso sullo scacchiere somalo già durante la fine degli anni ‘90 e rappresenta un’unione di corti giuridiche islamiche il cui obbiettivo è stato di riportare l’ordine in Somalia, imponendo la Sharia in un nuovo califfato. Con il tempo la sua presenza si è rafforzata sul territorio : agli inizi del secolo diverse corti islamiche si sono unite per tentare di unificare il Paese sotto un’unica bandiera. Per fare questo le Corti Islamiche hanno fronteggiato un’alleanza di signori della guerra che controllava la città di Mogadiscio. Nel giugno del 2006 la capitale somala era sotto controllo delle Corti Islamiche e entro la fine dell’anno il loro potere si era esteso al resto del territorio somalo. Il governo federale di transizione (con sede a Baidoa) ha quindi richiesto l’aiuto internazionale e in particolare dell’Etiopia.
L’esercito etiope è quindi entrato in Somalia agli inizi del mese di dicembre 2006. Alla fine del mese le Corti Islamiche si ritiravano dalla capitale Mogadiscio e nell’estate del 2007 erano in ritirata da gran parte del Paese. Nel settembre 2007 le Corti Islamiche si sono ritirate dal Paese esiliandosi in Eritrea e a Gibuti, tentando di riorganizzarsi e iniziando una mediazione con il governo transitorio. Tale governo non aveva di fatto la capacità di mantenere il proprio territorio e ha visto di buon occhio la mano tesa da quanto rimaneva delle Corti Islamiche, che aveva cambiato il suo nome in Alleanza per la Re-liberazione della Somalia.
Dopo circa sei mesi di negoziazioni, il governo di transizione e le Corti hanno trovato un accordo a Gibuti per il cessate-il-fuoco e per un’intesa politica. Il Gibuti Peace Agreement, come viene denominato l’accordo, del maggio-giugno 2008 è stato il frutto di un mese di negoziazioni molto serrate a causa della frammentazione interna alle Corti Islamiche. Nove mesi dopo, nel febbraio 2009, veniva nominato il nuovo governo federale di transizione. L’importanza dell’accordo di Gibuti si coglie nel nome del nuovo presidente somalo: Sharif Sheikh Ahmed, uno dei leader più importanti delle Corti Islamiche, e di fatto il leader che ha maggiormente voluto una riconciliazione con il governo di transizione.
Nonostante questo accordo, le parti più intransigenti delle Corti Islamiche hanno deciso di continuare la propria attività di contrasto al governo federale transitorio e alla forza dell’Unione Africana chiamata a rimpiazzare le forze etiopi ritiratesi dopo l’accordo di Gibuti. Le forze dell’Unione Africana sono composte da 3.500 uomini provenienti dall’Uganda e dal Burundi. Quindi, dalla fine del 2006, alcune componenti delle Corti Islamiche sono rimaste nel Paese e a partire dalla fine del 2007 hanno iniziato la loro azione di contrasto al governo somalo. Si tratta in particolare del Harakat al Shabaab Mujahediin (Movimento dei Giovani Combattenti, maggiormente noti con il nome di al Shabaab, ovvero Gioventù Islamica) e del Hizbul Islam (Partito dell’Islam).
L’ultimo anno deve quindi essere analizzato sotto due punti di vista essenziali: le principali dinamiche interne (governo, al Shabaab e Hizbul Islam); le pressioni esterne e le iniziative della comunità internazionale (in particolare dell’Unione Europea).
Situazione interna
Il governo federale transitorio somalo ha un controllo molto limitato del territorio che dovrebbe governare. Il governo nasce nel 2004 dalla riunione di un certo numero di signori della guerra con l’intenzione di unire il Paese ormai in guerra dalla fine del governo di Siad Barre nel 1991. Il primo presidente è stato Abdullahi Yusuf Ahmed, un ex signore della guerra. Di fatto il governo transitorio ha costruito le proprie relazioni internazionali nei primi due anni di vita ed è tornato in Somalia nel 2006 a seguito delle truppe etiopi stabilendosi prima a Baidoa, poi a Mogadiscio.
Nel 2008, con l’investitura di Sharif Sheikh Ahmed il governo ha iniziato a tentare la riconquista del territorio in teoria soggetto alla sua sovranità. Da Baidoa il governo si è spostato a Mogadiscio e grazie alle forze etiopi controllava il territorio del Puntland (nonostante una relativa autonomia), la parte centrale del Paese e una parte della zona meridionale. Con la partenza delle forze di Addis Abeba, il governo transitorio ha dimostrato la sua incapacità mantenere l’autorità sul territorio. Già dalla frammentazione delle Corti Islamiche, ma ancor di più dal febbraio 2008, nuovi soggetti hanno iniziato a combattere contro il governo, in particolare gli al Shabaab. Questi ultimi hanno riconquistato una gran parte dei territori meridionali e molti quartieri di Mogadiscio, ormai accerchiata. Si ripete che attualmente l’unico appiglio di salvezza per il governo è rappresentato dalle sparute forze dell’Unione Africana che gli permettono di mantenere la capitale e le forze locali nel resto dei territori controllati.
Le principali fazioni ribelli che combattono il governo transitorio sono i citati al Shabaab e Hizbul Islam. Questi sono due movimenti diversi per storia, obbiettivi e situazione attuale, anche se la loro zona di provenienza o di appartenenza è la stessa: le aree meridionali della Somalia. I due movimenti si sono uniti in un’alleanza tattica nel febbraio del 2009, ma la comunione di intenti è durata fino all’ottobre del 2009, quando sono cominciate le ostilità tra di loro.
Il primo, al Shabaab, nasce dalla parte più intransigente delle Corti Islamiche. Da subito il movimento ha adombrato la sua vicinanza ai movimenti terroristici internazionali, in particolare al Qaeda, e ha chiamato i suoi militanti e i somali alla guerra santa contro il governo transitorio somalo e i suoi alleati etiopi e statunitensi. Negli ultimi tempi al Shabaab ha accolto tra le sue fila dei militanti stranieri provenienti dal Golfo Persico o dall’area del Maghreb e la sua recente ascesa da un punto di vista prettamente militare è legata essenzialmente agli aiuti provenienti dalla Penisola Arabica. Il gruppo è guidato dall’Emiro Moktar Ali Zubeyr, detto Godane.
Il secondo, Hisbul Islam, è invece maggiormente legato al territorio e si basa su tre gruppi provenienti dalla frattura definitiva all’interno dell’Alleanza per la Reliberazione della Somalia : il Fronte Islamico, la Milizia Ras Kamboni e la Milizia Anole. L’obbiettivo del partito dell’Islam è di liberare la Somalia da interferenze straniere e di creare uno Stato somalo regolato dalla legge coranica. I due leader principali del partito sono Sheikh Aweis e Al Turki, due uomini politici e militari dal forte carisma. Però questa dualità del potere all’interno del partito ha sottolineato la debolezza politico-militare del suo fronte interno, caratterizzato da un’alleanza di convenienza tra il clan Hawiye (in particolare il sotto-clan Habir-Gedir-Ayr) di Sheikh Aweis, il clan Ogaden di Al Turki e il clan Harti della brigata Anole.
Queste due componenti della ribellione somala hanno rotto nel mese di ottobre 2009 la loro alleanza che doveva rovesciare il governo transitorio. Hizbul Islam e al Shabaab si sono combattuti per il controllo del sud del Paese e in particolare della città di Kisimayo e delle sue zone portuali meridionali. Bisogna però sottolineare che questo scontro è legato essenzialmente alle divergenze circa l’internazionalizzazione del conflitto in Somalia. In effetti, al Shabaab, da sempre legato a dinamiche wahabbite e saudite, non nasconde il suo legame con l’organizzazione terroristica al Qaeda. Visto il perdurare della situazione nello Yemen e nella Penisola Arabica, il movimento ha voluto peraltro identificarsi con il movimento di al Qaeda annunciando il ricongiungimento con al Qaeda per la Penisola Arabica – AQPA, nato recentemente dalla fusione dei rami sauditi e yemeniti del movimento terroristico.
Nei due movimenti si sono aperte delle discussioni. Dopo i veementi combattimenti della fine del 2009, dall’inizio dell’anno la situazione è in fase di stallo a seguito della caduta di Kisimayo, territorio storicamente in mano ad Hizbul Islam, in mano ad al Shabaab. In al Shabaab alcuni puntano il dito contro la presenza di combattenti stranieri, ma soprattutto contro i metodi soliti della Jihad usati negli ultimi mesi, ovvero attacchi tramite autobomba o attacchi suicidi. Alcuni membri di al Shabaab avrebbero lasciato il movimento proprio perché ad essere attaccata sarebbe ormai la popolazione e non più le strutture governative. Questo ha portato la popolazione somala a rifiutare il proprio supporto al gruppo e alcuni dei suoi membri a lasciare la lotta o a unirsi le forze governative.
Hizbul Islam, dopo lo scontro con al Shabaab, ha perso gran parte della sua presenza territoriale. A seguito di questi scontri, il partito dell’Islam e il governo transitorio avrebbero iniziato una discussione per tentare di risolvere le divergenze. In modo particolare, il governo si sarebbe detto aperto ad un incremento dell’incidenza della legge coranica nel Paese, ma non si conoscono ancora al giorno d’oggi quali siano i risultati di questa mediazione.
Pressioni esterne
L’Etiopia è il Paese frontaliero che è maggiormente preoccupato dalla situazione interna alla Somalia. Perché è cristiano e perché è intervenuto più volte in Somalia, l’Etiopia è il nemico numero uno, alla pari del governo transitorio somalo, del movimento al Shabaab. Più volte il movimento islamico e jihadista ha chiamato alla guerra santa contro l’Etiopia. Il Paese ha più volte usato la sua struttura militare (aiutata dagli Stati Uniti) per estirpare le minacce in Somalia. Di certo Addis Abeba è preoccupata da una serie di eventi che ne minacciano l’integrità. In effetti, oltre alla problematica somala, bisogna aggiungere una rinnovata conflittualità con l’Eritrea, che di fatto continua a rifornire in armi i movimenti islamici in Somalia, e una situazione nella Penisola Arabica, soprattutto in Yemen, che non ha nulla di confortante.
L’altro Paese frontaliero, il Kenya, deve far fronte alla porosità delle frontiere che nel corso degli ultimi anni ha permesso a diversi membri dei movimenti di sfuggire alle truppe etiopi. Inoltre, questi stessi movimenti, e in particolare al Shabaab, hanno indicato di voler portare la guerra santa anche in Kenya. Il problema è che Nairobi fronteggia da ormai alcuni anni delle difficoltà economiche di non poco conto che ne minano la stabilità interna. Il Paese è quindi preoccupato dalla possibilità di spillover negativo che i movimenti islamici potrebbero portare sfruttando le rivendicazioni sociali delle popolazioni keniane settentrionali.
L’Unione Africana sta dando il suo aiuto nei limiti del possibile. Attualmente in Somalia sono presenti 3.500 uomini provenienti dall’Uganda e dal Burundi nell’ambito della Missione UA in Somalia. Le truppe della missione dovrebbero diventare 4.300 nei prossimi mesi grazie a nuovi soldati ugandesi e altri Paesi africani si spera contribuiscano al più presto alla missione.
Gli Stati Uniti continuano a fornire il loro appoggio sia all’Etiopia che al governo di transizione somalo. Questo aiuto si concretizza in un’attività di controllo delle coste somale al pari della missione europea e con azioni di intelligence e a volte di attacco sul territorio somalo in supporto alle fragili forze somale. Queste azioni, ovviamente, non sono dichiarate, ma alcuni attacchi contro al Shabaab ne sono la dimostrazione. In questo caso, si denota l’utilità del nuovo comando americano denominato Africom che si occupa del coordinamento delle azioni militari e di intelligence in Africa.
L’Unione Europea è forse l’attore internazionale più attivo nell’area nel tentare di aiutare la Somalia a stabilizzare il suo territorio. Ad esempio, unità navali europee sono attive a largo delle coste settentrionali somale per lottare contro la pirateria nel Golfo di Aden da più di un anno. Nel corso di una delle ultime riunioni del Consiglio europeo è stato deciso l’inizio nel maggio prossimo di una missione europea che prevede l’addestramento di 2mila soldati somali in Uganda in sei mesi. Continua anche la missione di addestramento nella base di Gibuti. Le attività di supporto europeo sono dirette dal generale francese Joanna, nominato dal Consiglio europeo Special advisor per il supporto e le capacità militari in Africa.
Di sicuro l’addestramento di truppe somale è per ora l’unica azione che si possa intraprendere. Un’ulteriore missione internazionale sul territorio somalo non avrebbe gli effetti voluti. La situazione interna al Paese è talmente frammentata che difficilmente si riuscirebbe a risolverla con un intervento esterno. E’ opportuno, al contrario, aumentare l’aiuto al governo di transizione. Sarebbe quindi utile non solo addestrare nuove truppe somale, ma anche fornire supporto finanziario ad altri Paesi africani che potrebbero mandare truppe in Somalia, senza però avere le capacità economiche per farlo. Ad esempio, il Mali sta negoziando l’invio di 500 uomini, ma richiede un supporto economico a sostegno dell’iniziativa.